ASPETTANDO IL RITORNO

Roma. Il più improbabile angelo dell’Apocalisse apparve in una nuvola di polvere fra gli olmi dei giardinetti di Castel Sant’Angelo, un aspetto da giovane clochard e un trionfante sorriso da folle. Si rivolse agli sconcertati ragazzi di una scuola monzese: «Che strana giornata questa: oggi Dio ha abbandonato la terra. Questo è il momento della cesura. Ora inizia il tempo del Ritorno. Li avete visti, tutti i potenti sulla piazza? Avete compreso il segno? Con tutta la loro forza non possono nulla contro la morte. Il potere è di un Altro, che presto lo manifesterà! Vi auguro di essere bravi come i vostri genitori. Addio!».
Anche le parole di un pazzo suggeriscono contorni di verità in una giornata romana come quella del funerale di Giovanni Paolo II, specialmente a chi ha partecipato all’ultimo addio non nella solennità di piazza San Pietro, ma nella marea umana di via della Conciliazione. Fra i 250 mila che non vedevano quasi nulla, che non avevano fra le mani il libretto per seguire il rito delle esequie, che sentivano bene ogni parola ma non capivano. Lì si avvertiva con dolore il vuoto, il senso di perdita, lo smarrimento che la morte di questo Papa porta con sé. Gli elicotteri che ininterrottamente rullavano sopra le teste, la perfezione dell’organizzazione logistica e assistenziale di decine di corpi dello Stato e del volontariato lasciavano l’impressione di un brutto scimmiottamento del potere protettivo di Dio, di falsi angeli meccanici o in divisa che avevano colto l’occasione dell’indebolimento di Dio per usurpare il suo posto.
E quella folla. Omogenea massimamente, eppure disomogenea. Un tempo era facile distinguere gli europei dell’Est dagli altri europei: poveramente e ridicolmente vestiti, malamente attrezzati. Oggi non più: jeans di marca, giacche di pelle, calzature sportive sono il patrimonio comune dell’abbigliamento globalizzato. Omogenea è la dotazione tecnologica: qualunque fosse la lingua e la bandiera che sventolavano, tutti maneggiavano videotelefonini, macchine fotografiche digitali, videocamere. Ma l’omogeneità più dolorosa era quella del mutismo liturgico: nessuno rispondeva alle interlocuzioni della Messa in latino, dissepolta lingua universale della Chiesa. Di tanto in tanto, dalla folla si levavano cori con applauso ritmico finale come quelli dello stadio: «Gio-van-ni Pa-olo» gli italiani, «Ka-rol Wojty-la» gli stranieri. Il linguaggio comune in cui la cattolicità si riconosce non è più la liturgia sacra, ma l’universalismo dei riti dello sport agonistico, della magia delle tecnologie informatiche e della comunicazione e certo, sopra a tutto questo, della persona in carne e ossa del padre, Giovanni Paolo II. Che ci ha lasciati in un sabato sera di aprile. E qui entra la nota della disomogeneità. Si è capito che sui maxischermi, visibili solo ad alcuni, stavano scorrendo le immagini del feretro del Papa che abbandonava la piazza perché in quel momento tutti i polacchi presenti piangevano. Non la maggior parte degli altri. «Che bello, da qui si vede tutto!», gridava in quel momento una ragazza sulle spalle di un compagno. «Vedo mio fratello Samuele e il suo gruppo!».

Rodolfo Casadei

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