CREDERE IN TORINO

Di Mulatero Ivana
14 Aprile 2005
UNA CITTA' SEGNATA DALLE LEZIONI DI BOBBIO, GALANTE GARRONE E VATTIMO. IL LORO STILE E I LORO INSEGNAMENTI SONO IL TESSUTO DI UNA SOCIETA' CHE S'IMPEGNA PER LA CULTURA E RINUNCIA AL GIUDIZIO

La Cdl ha vinto nella provincia piemontese, ma è stata Torino l’ago che ha fatto pendere la bilancia verso il centro-sinistra e ha consegnato la palma della vittoria alla diessina Mercedes Bresso. Eppure la città stava vivendo una stagione di intensa espressività culturale e di forte valorizzazione del suo patrimonio artistico, architettonico, museale e storico. Una stagione favorita dalla politica aperta, non ideologica, della Regione e che ha avuto il suo simbolo nel ritorno della cinematografia, dell’arte contemporanea, con la Galleria d’arte moderna, il Castello Rivoli, la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, e della cultura turistica, col rinnovato Museo Egizio, le residenze sabaude e la rinascente Reggia di Venaria. Con tutto ciò la maggioranza dei torinesi non ha cambiato il suo colore politico e, anzi, è stata determinante nella sconfitta dell’azzurro Enzo Ghigo. Eppure della Torino governata da sempre dalla sinistra, Marco Revelli, scrittore, sociologo e docente di Scienza della politica, uomo da sempre di sinistra, ha detto a Repubblica del bisogno che c’è di «aprire la finestra e far circolare un po’ d’aria fresca, nuova, pulita; oggi il dibattito sulla città è aria fritta». Già, “aria fresca”, ma dove trovarla dopo che la finestra appena aperta corre ora il rischio di essere brutalmente serrata? E poi, in una città che dovrebbe essere tutta devozione alla razionalità, alla laicità che nega cittadinanza alla sfera religiosa, non fa riflettere il fatto che i migliori successi editoriali siano appannaggio dei thriller teosofici? I libri più venduti nelle ultime settimane nelle librerie Feltrinelli sono stati, tra gli altri, La fratellanza della sacra sindone, di Julia Navarro, oltre al Codice da Vinci e a Angeli e demoni di Dan Brown. Nel 2004, nella raffinata libreria Fnac è andato alla grande L’ultimo Catone di Matilde Asensi, e, nei primi tre mesi del 2005, stessa sorte è toccata ai due best-seller di Dan Brown. Per la verità, alla Fnac nel 2004 ha sbancato anche Il mistero di Torino del duo Messori-Cazzullo. Sarà misterioso anche il presente culturale di questa città?

i padri azionisti
Giuseppe Riconda, uno dei più lucidi docenti di filosofia teoretica a Torino, discepolo di Luigi Pareyson, spiega a Tempi: «Oggi il problema non è la cultura, ma la rinuncia al giudizio. Si impara giudicando e rifiutando il conformismo. O c’è un rapporto dell’uomo con la verità su cui l’uomo costruisce se stesso, oppure c’è solo il rapporto con il mondo, in cui non sono possibili giudizi. Cosa ha fatto un uomo come don Giussani? Ha sempre fatto appello all’esigenza di verità e ha sempre avuto il coraggio di parlare di Cristo. Anche Norberto Bobbio ha avuto una serietà e un impegno per la verità. Ma Gianni Vattimo, nella misura in cui nega la verità, non fa cultura autentica: ne costituisce la deviazione, perché risolve il discorso filosofico in una pura molteplicità». Vattimo, in occasione delle elezioni amministrative, si è fatto un giro nel Sud tentando (e mancando) di vincere una poltrona di sindaco in Calabria. Ma a Torino la sua impronta culturale resta e resta anche politicamente vincente. «Bobbio, Galante Garrone e Vattimo – dice a Tempi Giorgio Chiosso, docente presso il Dipartimento di Scienze dell’Educazione – restano gli esponenti della cultura umanistica della città, ma è la cultura scientifica che ha chiaramente segnato la mentalità torinese: segni ne sono, per esempio, la puntigliosità e precisione del carattere. Poi c’è la cultura solidaristica, che si esprime attraverso le opere del cattolicesimo, dal Cottolengo alle realtà parrocchiali e oratoriane».
Gabriele Ferraris, responsabile di Torinosette, il diffusissimo settimanale della Stampa dedicato agli appuntamenti culturali della città e della provincia, spiega invece a Tempi che a suo parere «non è l’intellettuale che fa la città, ma avviene il contrario, è l’intellettuale che viene fatto dalla città» e che «Vattimo è una grande figura, ma non credo sia un punto di riferimento, né tanto meno lui lo voglia essere». Chi sottolinea l’importanza dell’impronta lasciata dal teorico del pensiero debole a Torino, più che da Bobbio e dagli altri “padri” azionisti, è invece Marziano Guglielminetti, uno dei grandi docenti di Letteratura italiana nell’ateneo torinese, ormai prossimo ai settant’anni, che dice a Tempi, «so che ha avuto molta influenza, ma, ecco, spero che ce l’abbia ancora. Si è mosso molto, dalla cultura radicale al ritorno alla Chiesa, con il libro Credere di credere. Ha compiuto un arco molto ampio, non so se questo possa essere accettato o respinto. Sicuramente ha avuto un momento in cui incideva di più. La Stampa è stata, nel suo periodo migliore, molto legata all’insegnamento di Vattimo. C’è da augurarsi che ci rimanga».
«Posso assicurare – sottolinea Maurizio Ferraris, docente di filosofia teoretica, esperto di estetica e febbrile autore di saggi – che Vattimo ha segnato un giovane, me, un quarto di secolo fa; ha determinato molte delle scelte e delle cose che ho fatto, anche quando quelle scelte non sono andate nel senso del pensiero debole. E come me ha segnato tutti i miei colleghi di università e compagni di corso di quegli anni». Tuttavia, Bobbio e Galante Garrone, dice Fiorenzo Alfieri, assessore comunale alla Cultura, «sono stati entrambi maestri che si sono occupati di formare allievi, i quali sono l’ossatura portante di alcune aree disciplinari, filosofia del diritto e filosofia della politica, che rendono la nostra università un modello di riferimento. E poi c’è lo stile di pensiero che hanno diffuso, non solo tra gli intellettuali, ma anche tra i professionisti e la gente comune, che hanno letto sulla Stampa i loro articoli».
Della cultura cattolica, e della sua inincidenza nella società torinese, parla Clementina Mazzucco, docente di Letteratura cristiana antica. Ne indica «il prestigio notevole, soprattutto per quanto riguarda gli ambiti assistenziali e caritativi», citando, in particolare, il Sermig di Ernesto Olivero e il Gruppo Abele, di don Luigi Ciotti, mentre, da un altro punto di vista, «la cultura cattolica giornalistica non pare essere in grande sviluppo a Torino; in questo campo, con Milano, non c’è confronto».
Hanno collaborato: Giulia De Matteo, Alessandra Carossa, Donatella Cavallari, Serena Martini, Andrea Franco e Francesco Violi
(si ringraziano: Alberto Filippini
e Riccardo Porcellana)

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.