LA BACCHETTA DEL DOGE
«La ricetta della mia vittoria? Non ho fatto calcoli di alcun tipo, ho semplicemente ripresentato il mio programma con maggiore incisività, ho parlato con chiarezza alla mia città e ai miei concittadini senza trattative sottobanco, senza sotterfugi, senza filtri o false ambiguità ma con grande franchezza, ho cercato il confronto con l’avversario ogni volta che questo è stato possibile. Tutto qui: non mi sono mai posto domande, per quanto mi riguarda i sondaggi e le previsioni non servono a niente, sono stupidate, una volta che si è in ballo si balla». Descritta così l’impresa compiuta da Massimo Cacciari a Venezia, ovvero presentarsi come candidato sindaco solo di Margherita e Udeur, recuperare circa 14 punti percentuali al ballottaggio e battere il candidato di tutto il centrosinistra, non sembra neanche tale: cosa ci vuole, basta parlare chiaro con i cittadini, avere un programma credibile e la determinazione di volerlo portare a termine e il gioco è fatto. Il problema è che qui siamo in Italia, paese dove la parola “logica” non scalda i cuori, tanto meno in politica. Ecco quindi che il centrosinistra si spacca: da un lato il magistrato pasionario Felice Casson con l’Ulivo allargato, dall’altro il già due volte sindaco veneziano Massimo Cacciari in rappresentanza dell’azzardo politico di Francesco Rutelli per rompere l’assedio dell’asse Prodi-Bertinotti avallato da una parte dei Ds. Già, i Ds.
«Sia chiaro, un dato è incontrovertibile: a Venezia c’è stata una parte dei Ds che del tutto esplicitamente, en plein air, ha fatto campagna a mio favore per il voto disgiunto. Non so se con l’avvallo di Roma, ma certamente in laguna nessuno si è nascosto, non è stata un’operazione carbonara. Un’altra cosa che mi pare assurda è ritenere la mia vittoria, questa presunta anomalia veneziana, quasi un campanello d’allarme per il centrosinistra invece che un segnale di speranza: mi pare un po’ folle. Quanto accaduto ci dice che candidati buoni e programmi buoni possono portare dei voti in più, intercettare soggetti che non si riconoscono organicamente in nessuno dei due schieramenti: cosa c’è di allarmante in questo? Certo, se le logiche partitiche del centrosinistra continueranno a essere modellate su schemi come quelli che hanno portato a certe scelte passate, allora l’allarme è facilmente individuabile». Passato, quale passato? «Non parliamo del passato, guardiamo avanti». Ok, parliamo di Casson e delle sue accuse piuttosto pesanti nei suoi confronti? «Non voglio parlare di Casson». Ok, parliamo della formazione della sua giunta: è vero che sta trattando anche con An, come scrivono molti giornali? «Usando un eufemismo le confermo che queste cose sono semplicemente delle “puttanate” che sono uscite anche sul Corriere della Sera, lo scriva: puttanate. Io ho detto e ripeto che cercherò di rilanciare il centrosinistra partendo però dalle mie idee senza accettare imposizioni da chicchessia, questo deve essere chiaro». Quindi nessuna apertura all’orizzonte, nulla di bipartisan? «Un attimo, chiariamo una cosa. Per quanto mi riguarda offrire posti in giunta e avere un dialogo con l’opposizione non è la stessa cosa, certo massimalismo non mi appartiene. Il centrosinistra non può continuare a dire che Silvio Berlusconi impedisce il dialogo se poi quando noi andiamo al governo ci comportiamo allo stesso modo e facciamo le barricate contro l’opposizione: è farsesco, è una brutta malattia del centrosinistra che non sembra voler passare. La divisione dei ruoli tra maggioranza e opposizione è sacrosanta ma anche la massima capacità di ascolto. Pensi che nel 1993, quando fui eletto sindaco per la prima volta, il candidato della Lega Nord, Aldo Mariconda, un minuto dopo la sconfitta fu chiamato a presiedere l’azienda informatica del Comune. E sa da chi? Dal sottoscritto. E sa perché? Perché era bravissimo, punto e basta. Spero che i compagni e i compagnucci vari capiscano, per una volta, che la politica si fa così. E non perché io sono più bravo o intelligente, ma perché con le barricate non si va da nessuna parte». Perfetto, tutto bellissimo.
CUSTODI DA BARZELLETTA
E il Belusconi-bis, cosa ne pensa Massimo Cacciari di questo rimpastino di fine legislatura? Tutta colpa della maggioranza o anche l’opposizione ha fatto di tutto affinché lo sfascismo imperasse? «Stiamo assistendo alla fine del berlusconismo, il fenomeno politico più rilevante degli ultimi 15-20 anni. Il paese però non può pagare un conto così salato all’instabilità e ai ricatti, quindi la domanda da porsi responsabilmente è: “Come se ne esce?”. Certamente non è possibile cambiare il sistema elettorale prima delle politiche, però è innegabile che bisogna ripensare il maggioritario, sistema che ha offerto un gran brutta prova del bipolarismo all’italiana. A livello personale penso che il proporzionale alla tedesca, quindi con uno sbarramento almeno al 5 per cento, sia l’ipotesi migliore. Ma poi c’è molto altro da rivedere, come la riforma che ha portato a quella vergogna legislativa e culturale che è la devolution». Ahi ahi, anche Cacciari vittima della retorica patriottarda di Prodi e soci, lei uomo del Nord-Est. «No, io ammetto senza timori che a sinistra c’è stata una campagna eccessiva, quasi patetica, contro la devolution, sia nei toni che nei contenuti: quando si grida, come è successo, che con quella riforma si sfascia la patria si scade nel ridicolo. Quella riforma alle Regioni dà solo le briciole, competenze minime non sorrette dalle risorse necessarie per esercitarle: dove si veda il rischio eversivo proprio non lo capisco. Da un altro lato però non posso nascondere che questa sia una riforma di comica aberrazione, culturalmente raccapricciante. Io ho seguito il dibattito sul federalismo, nella devolution non c’è niente di quanto chiesto dagli enti locali per decenni: senza risorse, senza federalismo fiscale non si fa niente. Per questo io critico così duramente questa riforma, che altro non è se non una patacca propagandistica di Umberto Bossi con il contentino della patacchina nazionalistica per Gianfranco Fini rappresentata dal presidenzialismo».
Ammetterà che il pastrocchio di riforma-turbo messa in atto dal centrosinistra sul finire della scorsa legislatura ha spalancato le porte alla confusione. «Senza dubbio, questo è vero, quella riforma non fu né organica né razionale e i guasti sono oggi sotto gli occhi di tutti. E come se questo non bastasse per quattro anni è completamente mancata una controproposta organica che doveva partire dal basso per ottenere un vero federalismo: invece di buttare via il tempo a fare i custodi della Costituzione, sarebbe stato molto più utile avanzare una proposta alternativa del centrosinistra». Con chi, con Bertinotti, Diliberto e Di Pietro? Non credo siano molto favorevoli o anche solo interessati al federalismo fiscale. «Non ci credo neanche io, lo so benissimo. Con idee come le loro in materia non si andrà mai da nessuna parte. Ma voglio dire con chiarezza al centrosinistra che se non riusciamo ora a dar vita a un federalismo autentico – con quasi tutte le regioni italiane governate dall’Unione – vuol dire che non lo vogliamo fare e ne pagheremo le responsabilità politiche ed elettorali a stretto giro di posta».
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