NON SOLO FREUD
Caro Fabio, la recente elezione al soglio di Pietro ravviva il contrasto fra una mia positiva (e decisiva) esperienza individuale di Chiesa e quelle mosse che, se sono uomo, devo pur prendere da un importante particolare qual è la mia omosessualità. Tu sai quanto desideri esprimere affettività, sensualità e passione; capire e godere il mondo; costruire qualcosa con qualcuno; “fare famiglia”, per quanto forse sarà composta da due persone; vivere una fertilità anche non biologica, ma che già si configura a Grazia e scopo. Non tutto è semplice, ovviamente, essendo l’uomo “non finito”, abile dunque a tradire, abbandonare, condannare. Forse però, in modo misterioso, nella fatica personale si cresce e testimonia; quando Lo vedrò chiederò – mentre già qui e ora, in modo acceso, domando a cosa servo così come sono stato concepito. Per tanto lavoro – e per l’impegno congiunto dell’intera compagnia di amici in Cristo a capire, a condividere – trovo poco, poco conforto negli ufficiali pronunciamenti – firmati tutti dall’attuale Papa – se non nei termini di una “compassione”. Nel contesto, credo, significhi “soffrire insieme” (per l’esperienza di cui sopra non penso subito a “carità pelosa”). Compatire veramente, però, è rischioso: significa immedesimarsi in tutto, soffrire se c’è da soffrire, gioire quando c’è da gioire. La vera compassione, dalle mie parti, ha generato stima reciproca in quanto, su ciò che urgeva, non si era più “da soli”: e questo sì è un gran segno di Presenza! Se ti si danno gli strumenti critici per accorgerteNe, te Ne devi per forza far qualcosa: hai una responsabilità. Per quanto spesso sia pesante e Lo si maledica.
Oggi vivo più che mai la tentazione di una crociata contro chi, “ufficialmente”, nega non tanto me in quanto omosessuale, ma che un tesoro personale e sociale possa nascere anche da lì, vivendo, in tutto e seriamente, quanto dato. Il “diritto”, tu dicevi, non lo rivendico alla Chiesa, bensì allo Stato. Eppure è dura sentirsi dire che si è fuori Ordine quando, proprio dentro lo scandalo, ti si mostra onestamente il contrario. Conscio di quanti hanno provato a porre la questione in tali termini, ma ritenendo poco un ripiegarsi intimo e “senza Chiesa”, so che ancora per poco resisterò nel “non scandalizzare”. Tu dammi una mano, per come riesci, a non fare cazzate.
Bruno
Non è solo “compassione” nel senso più alto, del “patire con”. Papa Ratzinger e la Chiesa cattolica sono rimasti l’ultimo avamposto di questo mondo a non negare la persona, in qualunque condizione essa si trovi, compresa l’omosessualità. In questo senso la Chiesa prende atto della condizione omosessuale nella sua realtà e oggettività. Ne prende cioè atto come di un disturbo (così anche per Freud, Jung, Pasolini e l’Organizzazione mondiale della Sanità, almeno fino a qualche anno fa, fin quando cioè l’ideologia non ha cancellato la realtà per far posto alle rappresentazioni ideologiche di essa). Che il moralismo (di tanti clericali-clericali ma anche di tanti clericali-laici) abbia perseguitato gli omosessuali questo è un fatto, che andava combattuto e, giustamente, la Chiesa ha combattuto e combatte. D’altra parte la Chiesa non può riconoscere come ordinata alla ragione e alla natura umana la pratica omosessuale.
Dunque la Chiesa dichiara “peccato” l’esercizio dell’omosessualità, non per dottrina teologica, ma nel senso più laico che si possa dare alla parola “peccato”, per conoscenza ed esperienza dell’umano. Condanna la pratica, non la condizione omosessuale. Tanto più oggi che ci troviamo di fronte a un nuovo moralismo. Un moralismo che è di segno opposto a quello che perseguitava gli omosessuali, ma che ugualmente nega i fatti e pretende leggi che identifichino eterosessualità e omosessualità come varianti di uno stesso ordine (o di uno stesso caos) insito nelle cose. Negazione e pretesa che si fondano su una precisa presa di posizione davanti alla realtà, presa di posizione che antepone il gusto, la tendenza, l’espressione di sé autocentrata, all’osservazione e giudizio spassionato sui dati di fatto. è una visione sbagliata, secondo noi, che la Chiesa fa bene a combattere, non per combattere gli omosessuali né l’omosessualità (che come l’eterosessualità compulsiva di cui è piena la cronaca o lo spettacolo quotidiani, secondo noi può e dev’essere curata nei modi possibili e per quanto è possibile anche in sede di psicoanalisi), ma perché è una visione introdotta da quel relativismo denunciato dal Papa e che è fondato sulla menzogna. Una menzogna che, tra l’altro, oggi fa comodo a un potere – dei consumi, della politica, delle élite – che vuole indurre e produrre dall’alto, con le sue mode e le sue istruzioni di massa, una umanità manipolata, una umanità funzionale al potere.
Che Zapatero, contro ogni evidenza di realtà, regali l’equiparazione delle unioni gay a quelle uomo-donna, non è un fatto emancipativo, una libertà, una conquista. è semplicemente un omaggio al conformismo dell’opinione oggi dominante e che il potere fa propria («la maggioranza la pensa come me, io interpreto l’opinione della maggioranza») – chissà, forse perché la famiglia naturale spende e consuma meno di ciò che spende e consuma in media la coppia gay – indebolendo così, di fatto, quella realtà già di per sé indebolita e attaccata da ogni parte che è la famiglia naturale e il matrimonio tra un uomo e una donna. Che poi in nome di un principio astratto di uguaglianza e parità di diritti, un bambino possa essere adottato anche da una coppia di uomini o da una coppia di donne arrivando così a negare l’evidenza che un bambino ha bisogno di una madre e di un padre per svilupparsi nella sua integralità psichica e fisica, questa è pura violenza. Non so se rivoluzionaria o reazionaria, ma so che è pura violenza perché non tiene in alcun conto il diritto del più debole, cioè il diritto naturale del bambino a crescere con un padre e una madre (l’obbiezione secondo cui madre e padre molte a volte non sono all’altezza del compito mentre ci sono tanti omosessuali o lesbiche che sarebbero più attenti, premurosi, buoni eccetera, è chiaramente una scemenza, perché ovviamente stiamo parlando di un fenomeno, quello della paternità e della maternità, inerenti alla natura, alla vocazione e comunque alle possibilità della relazione uomo-donna, mentre in tutta evidenza non vale il contrario, a meno di una mutazione della specie umana, sì certo oggi possibile grazie alla potenza della tecnica, ma con quali risultati di alienazione e di possibile pervertimento e schiavitù dell’umano? Sì, certo, oggi la tecnica può darci il figlio tanto desiderato – cioè soddisfacente il bisogno, anche il più benintenzionato e struggente nostro – ma è giusto? è giusto che il criterio sia l’espressione del sé e l’altro, la vita, un bambino, l’oggetto per la soddisfazione dei miei desideri, ripeto, per quanto belli, generosi, struggenti essi siano?). In ultima analisi trasferire in rivendicazione politica una condizione umana è pura ideologia (a questo riguardo anche il materialismo storico avrebbe qualcosa da dire sulla borghesia che produce alienazione e asservimento dell’uomo attraverso l’ideologia). E non solo è ideologia, ma strumentalizzazione di una condizione umana in chiave di battaglia di potere. Di buone intenzioni sono lastricate le vie dell’inferno, diceva il filosofo. Non è del tutto da escludere che dalla tenerezza si passi alla sua dittatura. Dalla teoria di una maggioranza democratica senza verità, alla pratica di una maggioranza tiranna in nome della verità della non verità. Dunque, cosa può voler dire vivere l’omosessualità come “un tesoro personale e sociale”, “vivendo, in tutto e seriamente, quanto dato”? Vuol dire, forse, esattamente quello che dice Bruno, vivere, seriamente, quanto dato. Ma che dato è quello che ti è dato? Per fare famiglia? Ma la famiglia è un dato che non puoi piegare alla datità di una condizione che non la suppone. E voglio pure discutere l’idea di laicità che c’è nell’idea, oggi molto in voga, secondo cui uno Stato è “laico” se non entra nel merito delle relazioni umane e se dunque riconosce le unioni civili di fatto, indipendentemente dal sesso (e perché non indipendentemente dall’età e dalla varietà delle coppie? Perché no la poligamia?). Vogliamo discutere perché non rinunciamo alla ragione, alla realtà, ai dati dell’osservazione e dunque riteniamo un errore e una parzialità, forieri di chissà quali conseguenze sul piano educativo, civile e sociale, non giudicare per quel che è l’omosessualità praticata (un disturbo che richiederebbe una cura) e favorire la relativizzazione del matrimonio civile e della famiglia naturale. Perciò, sia detto spassionatamente, secondo noi Bruno (ma ciò vale per chiunque, anche per gli eterosessuali, quanti eterosessuali centrano la speranza di una novità di vita sul sesso?) ha due possibilità davanti a sé. La possibilità di pregare, cioè “mordere il sasso e abbaiare”, come fece l’Innominato, come dovremmo fare noi, ognuno di noi, come hanno fatto per secoli e secoli uomini e donne cristiani, nei conventi e in battaglia, al mercato e nel letto, e rischiare di fare lo stesso cazzate ma stando ben radicati in una compagnia umana che non ci molla e perciò non scende a patti con la teoria e con le giustificazioni del “peccato” (e che magari ci sostenga nella ricerca di bravi analisti). Oppure, in alternativa, ha la possibilità di fare cazzate, giustificarle e teorizzarle subspecie “modernità”. Cioè seguire un impulso la cui realizzazione nemmeno sfiora il problema (ma nel tempo lo può certo anestetizzare e svuotarlo dentro una soluzione di rispettabilità piccolo borghese) di una novità di vita, di una speranza, di un significato, di una felicità, non in uno, ma in tutti i sensi.
LA
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