LA VERITA’ SUGLI SCIITI
La convinzione di una comunanza assoluta tra sciiti iracheni ed iraniani è il frutto di una grossolana approssimazione. Chi aveva predetto inenarrabili sciagure qualora gli sciiti iracheni fossero stati liberi di decidere e, soprattutto, di avere contatti con gli iraniani, ha commesso un errore. Chi avesse infatti approfondito anche solo marginalmente la realtà politica e sociale dell’Irak sciita, avrebbe immediatamente appreso come il locale clero da sempre si opponga alla visione iraniana del Velayat e-Faqih, cioè il “governo del giureconsulto”, l’imamato politico (il governo di una Guida che funge da intermediario tra Dio e l’uomo).
Nessuno in seno al consesso clericale sciita, neanche quando l’Ayatollah Khomeini risiedeva in esilio a Najaf, aveva mai sposato le sue radicali e retrograde tesi sull’imamato. La distinzione tra sfera religiosa e politica, infatti, si era sempre nettamente stagliata, eliminando ogni rischio di contaminazione e, soprattutto, favorendo la crescita di un clero forte e democratico.
Anche nell’Iran post-rivoluzionario, peraltro, i vertici del clero sciita si sono sempre in larga parte schierati contro il principio del governo dei religiosi. I circa dieci Ayatollah ul-Ozma oggi presenti in Iran (o Grandi Ayatollah), sono a vario titolo tutti decisamente contrari al principio del Velayat e-Faqih, e per questo da anni sono costretti in pratica al domicilio coatto nella città santa di Qom, a sud di Tehran. La convinzione di un sostegno religioso all’interno della Repubblica islamica dell’Iran da parte dei vertici del clero è, pertanto, un clamoroso e grossolano errore.
In Iraq, sin dal momento della liberazione del paese dalla spietata dittatura di Saddam Hussein, i vertici religiosi del clero sciita hanno ribadito la propria estraneità al modello iraniano, anzi ricordando come quello della Repubblica islamica sia un esperimento già fallito e senza possibilità alcuna di sopravvivenza nel tempo.
Chi ha sostenuto per primo e con vigore tale posizione è stato peraltro l’anziano Grande Ayatollah Al Sistani, iraniano di nascita ed iracheno d’adozione.
Lo sciismo vero
è quello di Kerbala e Najaf
Al Sistani è stato oggetto di un tentativo di screditamento in Iran da parte dell’oligarchia al potere. Di Al Sistani in Iran si parlò subito dopo la caduta di Saddam Hussein come di un figlio minore del clero sciita, insinuando addirittura che avesse lasciato in passato l’Iran proprio perché incapace di aspirare a più elevata posizione nei ranghi del clero locale. Tale scontro riflette peraltro la tradizionale competizione tra le scuole coraniche delle città sante di Kerbala e Najaf in Iraq, e quelle di Qom e Mashad in Iran. Favorite per oltre vent’anni quelle iraniane a causa dell’oppressivo regime di Saddam Hussein nel confinante paese, quelle irachene storicamente hanno rappresentato l’eccellenza ed il prestigio, creando un forte clima di competitività con le scuole iraniane. Con la liberazione del paese e la ripresa delle attività a Najaf e Kerbala, invece, il ruolo dell’Iran sotto il profilo delle scuole di culto viene oggi ad essere direttamente e concretamente minacciato da un clero libero, per certi versi innovatore e non retrogrado, e senz’altro lontano dall’idea di adottare in terra un meccanismo di gestione del potere politico basato sul predominio della religione.
L’outsider Moqtada al Sadr
Solo una scarsa componente del clero sciita in Iraq sostiene le tesi di Tehran. Questa minoranza è di fatto riconducibile alla figura di Moqtada al Sadr, giovane ed irruento leader di una formazione religiosa ribelle ed antagonista conosciuta con il nome di Esercito del Mahdi.
Moqtada al Sadr è figlio del Grande Ayatollah Mohammed Sadiq al Sadr – uno tra i più influenti leader sciiti durante gli anni Novanta, ucciso nel 1999 insieme a due figli dagli agenti di Saddam Hussein – e nipote dell’Ayatollah Mohammed Baqir al Sadr – celebre religioso sciita iracheno assassinato anch’esso per ordine di Saddam Hussein nel 1980.
È subentrato al padre ed allo zio nella gestione del network di relazioni e, soprattutto, delle scuole coraniche, sebbene non abbia mai in alcun modo acquisito quell’esperienza e quella notorietà che costituiscono il presupposto per l’elevazione di rango. La popolarità, al contrario, l’ha acquisita attraverso una ragionata ed ambiziosa serie di mosse strategiche, attraverso le funzioni religiose e la veemenza dei sermoni. Trasformando l’antiamericanismo in collettore del malcontento, e dotando tale impeto di una blanda ma efficace connotazione religiosa, Moqtada al Sadr è riuscito a costituire un piccolo ma attivo polo antagonista.
La collocazione di al Sadr all’interno della gerarchia sciita è alquanto dubbia. Il giovane religioso, infatti, pretenderebbe di essere riconosciuto quantomeno come un Hojjatolislam solo in virtù della discendenza vantata, mentre il clero rifiuta seccamente tale posizione, ribadendo il consolidato principio dell’esperienza, della conoscenza e, soprattutto, dell’autorevolezza riconosciuta.
L’Esercito del Mahdi è in larga parte composto da giovani sbandati delle periferie urbane irachene. Essenzialmente distribuite tra Najaf, Sadr City a Baghdad, Kerbala e Bassora, le unità dell’Esercito del Mahdi sono forti presumibilmente di alcune migliaia di sostenitori, più o meno attivi sul terreno ed in larga parte legati al network sociale collegato con le scuole di al Sadr. Non sembrerebbe veritiera la stima di oltre diecimila uomini fornita dal loro leader, mentre ben più probabile appare la possibilità di una forte presenza di ex esponenti del partito Ba’ath in cerca di protezione, oltre a uomini della disciolta Guardia Repubblicana e dell’ex intelligence. è a questi, presumibilmente, che si deve l’esperienza dimostrata sul campo negli scontri con le forze americane e la grande disponibilità di armi e munizioni in dotazione alle forze dell’Esercito del Mahdi.
*Docente universitario
e direttore di Globe Research
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