BENEDETTO D’AMERICA

Di Respinti Marco
19 Maggio 2005
PAPA RATZINGER SEGUIRà LA LINEA ECUMENICA DEL SUO PREDECESSORE, RIMANENDO SALDO SUI PRINCIPI DELLA FEDE. PARLA RICHARD NEUHAUS, SACERDOTE CATTOLICO CONVERTITO, CONSIGLIERE DI G. W. BUSH

Dice Giovanni Paolo e poi aggiunge l’appellativo The Great, “il grande”, che è il modo in cui in inglese si rende l’appellativo “Magno”. Lui è Richard John Neuhaus, oggi sacerdote cattolico dell’arcidiocesi di New York, ordinato dal defunto cardinale John O’Connor nel 1991. Prima era un pastore luterano, attivo in una parrocchia di neri poveri di Brooklyn, famoso e autorevole nel campo dell’ecumenismo e dei diritti civili. Il “colpo” decisivo per la sua conversione lo sferrò il Papa polacco e una gran botta dottrinale l’assestò pure l’allora Prefetto della Sacra Congregazione per la dottrina della fede, Joseph Ratzinger, che conosce a menadito le questioni teologiche e le sensibilità umane (talvolta sin troppo umane) del mondo luterano. E che quindi per il prete americano convertito è già adesso un secondo, gigantesco eroe. Neuhaus conosce personalmente Ratzinger dal 1988, quando i luterani lo invitarono a parlare di ecumenismo negli Stati Uniti e Ratzinger seppe (sono parole di Neuhaus) «conquistare il cuore di tutti». Non battè ciglio, infatti, e usò grande carità, l’allora cardinale, quando un gruppo di attivisti omosessuali irruppe nella sala al grido di «Heil Ratzinger!» e lo salutò con il braccio teso.
Neuhaus è uno dei testimonial più significativi del tandem pontificio Wojtyla-Ratzinger. Alla loro sensibilità ecumenica, che non ha mai fatto sconti sul piano dottrinale, deve il grande fascino che lo ha conquistato a Roma. A loro deve la comprensione piena del Vaticano II, che da parte luterana è stato invece spesso salutato come l’abbandono di pezzi della dottrina cattolica. Una comprensione piena che ha prodotto non l’irenismo, ma il suo abbandono del protestantesimo.

Il papa e il presidente
«Oggi – dice don Neuhaus a Tempi – dopo 40 anni di confusione e di sperimentazioni spregiudicate seguiti al Vaticano II, la questione maggiore per i cattolici statunitensi è quella di sapersi riappropriare dell’identità cattolica, rafforzandola». Già, perché nonostante i cattolici siano la maggioranza relativa, gli Stati Uniti restano intrisi «di una cultura protestante e individualista in cui è difficile sostenere la prospettiva cattolica della communio, della vera comunione ecclesiale». Testimone e protagonista ancora oggi, alla scuola di Benedetto XVI, del dialogo ecumenico con i cristiani separati, Neuhaus saluta con favore i proficui scambi intercorsi negli ultimi anni fra Chiesa cattolica da un lato e protestanti evangelicali e aderenti alla Comunione anglicana dall’altro. Ma non si fa illusioni. «Con gli evangelicali si sono fatti significativi passi in avanti. Eppure vi sono ancora grandi ostacoli. Al mondo evangelicale manca una prospettiva ecclesiologica che faccia apprezzare, e quindi ritenere indispensabile, una comunione piena con noi». Del resto, per lui è irrinunciabile che la Chiesa cattolica prosegua sul cammino ecumenico, ma sa bene, a dispetto dei liberal e dei progressisti, che nulla si potrà mai fare se ciò dovesse significare contrazione delle verità di fede. «La Chiesa – aggiunge – continuerà a impegnarsi energicamente con gli altri cristiani, e in questo il retroterra da cui proviene Benedetto XVI, tedesco, dona al nuovo Papa una capacità tutta particolare di penetrare le sfumature».
Considera il gesto di George W. Bush, che si è immediatamente precipitato al funerale di Giovanni Paolo II, un gesto “inaudito”: «Un secolo fa, se si fosse anche solo sospettata una mossa così da parte di un presidente Usa, sarebbe scattata la procedura d’impeachment. È un altro grande merito del pontificato di Wojtyla, del riavvicinamento fra cattolici ed evangelicali. Bush ci ha messo comunque del suo. Lo conosco personalmente da tempo. È un cristiano sincero. Da noi è normale che in sede ufficiale un presidente parli di Dio, della preghiera e del cristianesimo, e solo gli europei che ignorano la storia e la politica degli Stati Uniti possono meravigliarsi di questo. Ma nel caso di Bush c’è pure devozione autentica».

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