MALINCOGIRO

Butto uno sguardo malinconico sul Giro d’Italia. Questa, purtroppo, è già di per sé l’età dei rimpianti, delle memorie, del “come eravamo”. Però è indubbio che il Giro di una volta era un’altra cosa. A me piaceva quello stare appoggiato sul paracarro alla Paolo Conte, tra i giornali che svolazzavano e i gadget lanciati dalle auto. C’era pure il Cantagiro che mi piaceva, ma questa è un’altra storia. Era il Giro dei grandi campioni, una festa popolare che si andava a seguire lungo la strada, lasciando il lavoro, la scuola, portandosi dietro la fidanzata, in quelle prime giornate d’estate. Magliette di cotone e gonne corte, sole e presagi di vacanza, i libri appoggiati in un angolo, la manomorta quando passava Gimondi e tutti, anche lei, si distraevano.
C’erano Zavoli e il “Processo alla Tappa” e, anche quando Zavoli non c’era più, rimaneva l’epica di una grande corsa, di una nazione che cercava disperatamente l’unità, il progresso, la felicità. Adesso nulla rimane di quelle sensazioni. Il Giro lo si segue stancamente; tra un’incursione dei Nas e l’altra, non vedo ragazzini come noi, sui marciapiedi. Che pena, che malinconia: adesso il ciclista più famoso d’Italia è Romano Prodi.

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