NESSUNO IN EUROPA E’ INDISPENSABILE

Di Arrigoni Gianluca
26 Maggio 2005
GRANDI PREOCCUPAZIONI PER UN'EVENTUALE "NO" FRANCESE ALTRATTATO COSTITUZIONALE, MA IL VECCHIO CONTINENTE PUÒ ANDARE AVANTI ANCHE SENZA PARIGI. MAGARI CON MAGGIORI RESPONSABILITA' PER LONDRA

Parigi. Domenica 29 maggio i francesi sono chiamati a votare a favore o contro la ratifica del Trattato costituzionale europeo. I sondaggi indicano che il divario tra i favorevoli e i contrari è minimo, ed è quindi possibile una vittoria del “no”. Se così fosse, il Trattato sarebbe da considerare inoperante o rimarrebbe comunque valido per quei paesi, come l’Italia, la Germania e la Spagna, che lo hanno già adottato? In un articolo, pubblicato su Le Figaro il 18 maggio scorso, Romano Prodi afferma: «Se un altro paese respinge la Costituzione, questo rimarrà in effetti un problema nazionale, mentre se è la Francia a fare questa scelta il problema diventa europeo, perché una Europa forte e integrata non può esistere senza la Francia». Praticamente sulla stessa linea è anche Franco Frattini, ex ministro degli Esteri del governo Berlusconi e attuale Commissario europeo alla Giustizia, che il 27 aprile, in un’intervista, sempre al Figaro, ha sostenuto che un “no” della Francia «sarà ben più grave che un “no” britannico, perché il processo d’integrazione si bloccherà», e che «l’Europa non potrà andare più avanti senza la Francia». Nella stessa intervista Frattini ha anche affermato che «con un “no” francese sarà difficile continuare a parlare di Costituzione o di Trattato costituzionale».
Il Trattato non cade automaticamente per un “no”
Questa perentorietà di Prodi e Frattini è però contraddetta dall’articolo 30 dell’Atto finale del Trattato, che riguarda proprio la ratifica e nel quale si dice: «…se al termine di un periodo di due anni a decorrere dalla firma del trattato che adotta una Costituzione per l’Europa, i quattro quinti degli Stati membri hanno ratificato detto trattato e uno o più Stati membri hanno incontrato difficoltà nelle procedure di ratifica, la questione è deferita al Consiglio europeo». Sarà quindi il Consiglio a decidere, e se è vero che un “no” francese al Trattato, magari seguito a settembre da un “no” nei referendum in Danimarca, Olanda e Polonia, aprirebbe una crisi politica nell’Unione, è anche vero che non c’è nessun meccanismo giuridico che renderebbe automaticamente inoperante il Trattato qualora venisse approvato da almeno venti paesi dei venticinque che compongono l’Unione. La decisione del Consiglio sarà quindi politica, e dovrà tenere conto dei precedenti. Conviene infatti ricordare che la oggi tanto criticata impotenza diplomatica dell’Unione nelle questioni politiche internazionali la si deve proprio alla Francia, che in piena Guerra fredda, nel 1954, con un consenso trasversale che vide convergere il nazionalismo dei gollisti e l’internazionalismo “sovietizzante” dei comunisti, si oppose alla creazione della Comunità europea di difesa (Ced), che avrebbe dovuto fare il paio con quella del carbone e dell’acciaio (Ceca), primo nucleo dell’attuale Unione europea. Quella crisi portò alla firma, nel marzo del 1957, del Trattato di Roma, con il quale veniva istituita la Comunità economica europea (Cee). Tornando al presente, un altro punto chiave di cui si deve tenere conto è: se i francesi decidessero per il “no” al Trattato, su quali basi il Consiglio dovrebbe rinegoziare? L’attuale Presidente dell’Unione europea, il lussemburghese Jean-Claude Juncker, si chiede: «Cos’hanno in comune Le Pen, de Villiers e Fabius (rispettivamente estrema destra, sovranista e socialista, ndr)? E anche se il loro “no” eteroclito fosse raggiunto dal “no” di altri paesi, senza dubbio altrettanto eteroclito, è la stoffa con la quale si potrà fare un altro trattato?». Per Juncker «sarebbe perfettamente immaginabile» che «coloro che avranno ratificato il trattato decidano poi di metterlo in vigore tra di loro», anche se rifiuta questa ipotesi, convinto che il Lussemburgo non vorrà continuare il viaggio senza la Francia: «L’Europa senza la Francia non sarebbe più l’Europa, come la Francia senza l’Europa non sarebbe più la Francia».

Finestra di opportunità
per i britannici
Ma, pur essendo il Lussemburgo tra i paesi fondatori dell’Unione, è evidente che le scelte determinanti saranno quelle di paesi come la Germania e la Gran Bretagna. Particolarmente interessante è quello che ha detto sulla Germania il presidente della Repubblica francese, Jacques Chirac, il 3 maggio scorso: «…sono sicuro che i nostri amici tedeschi faranno il massimo per limitare i danni (di un eventuale “no” francese, ndr). Ma è evidente che (…) i tedeschi si diranno, dopotutto, perché [ora non guardare] verso la Spagna, verso l’Italia, o verso altri». A rendere esplicito chi siano, questi “altri”, è Jacques Julliard, che a fine aprile, nella sua cronaca settimanale sul Nouvel Observateur dedicata alla difesa del “sì”, scrive di quello che per lui sarebbe uno scenario “da incubo”: «Il 29 maggio la Francia dice “no”. Nel frattempo Tony Blair, appena rieletto oltre Manica (come poi è successo, ndr), vede l’apertura. Mantiene il suo referendum (ed effettivamente Tony Blair ha ribadito, dopo la sua elezione, che l’anno prossimo, in ogni caso, il referendum sul Trattato in Gran Bretagna si terrà, ndr). Attirati dal bello scherzo che possono fare ai francesi, gli inglesi lo seguono e votano “sì”. Ed ecco che senza colpo ferire la Gran Bretagna, che fino ad oggi non ha fatto niente per l’Europa se non attenderne gli errori, viene spinta alla sua testa! Schroeder non può fare altro che riavvicinarsi alla Gran Bretagna». Fantapolitica, si dirà, ed è effettivamente possibile che quello che sostengono, tra gli altri, Julliard, Juncker e Chirac sia più un argomento propagandistico per spaventare i sostenitori del “no” che non un’analisi puntuale della situazione. Rimane il fatto che i britannici potrebbero davvero approfittare dell’occasione. E che ne abbiano perlomeno l’intenzione lo lascia credere il laburista Denis MacShane, ex ministro per gli Affari europei del governo di Tony Blair, che un paio di settimane fa ha detto all’Observer, su di una eventuale vittoria del “no” in Francia: «Per la prima volta dal 1950 la responsabilità incomberà alla Gran Bretagna di trovare la visione, le parole, e offrire la leadership per modellare il destino dell’Europa». Vedremo quello che succederà, ma già da ora è sicuro che se a un “no” francese dovesse corrispondere un “sì” britannico i “francofili” farebbero molta fatica a spiegare perché il Trattato costituzionale debba essere buttato nella spazzatura.

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