MA CHIRAC PUNTA ALL’EUROPA A DUE VELOCITÀ
L’alta percentuale di “no” e la probabile bocciatura del Trattato costituzionale europeo nei referendum che si terranno prossimamente in Francia e in Olanda rappresentano la massima espressione di dissenso popolare nei confronti del processo di integrazione europeo dai tempi del primo Trattato di Roma, ma non modificheranno i piani delle élites per la creazione di un’Europa ristretta a guida franco-tedesca. Le estreme politiche di sinistra e di destra faranno passare il voto come un plebiscito contro l’Europa neo-liberale e lo smantellamento del Welfare State che sarebbero insiti nella nuova costituzione, ma così non è: in materia di politiche economiche, il testo firmato dai governi a Roma lo scorso anno dice le stesse cose che stavano scritte in quello del 1957. La nuova costituzione evoca «un mercato interno dove la competizione è libera e senza distorsioni», il vecchio trattato stabiliva che nella Cee doveva esserci «un mercato interno caratterizzato dall’abolizione, fra gli stati membri, degli ostacoli al libero movimento di merci, persone, servizi e capitali». Stesso discorso per i sussidi di Stato, la cui incompatibilità col libero mercato interno viene affermata nella nuova costituzione con un paragrafo preso di peso dal Trattato del 1957.
In realtà, le crescenti intenzioni di voto ostili alla costituzione europea hanno motivazioni che vanno ben al di là della lettera del trattato. Il declino di popolarità dei governi nominati da Chirac in Francia, il disagio dell’opinione pubblica di fronte all’eventualità dell’ingresso della Turchia nella Ue, il senso di sicurezza che l’idea di sovranità nazionale continua a trasmettere – soprattutto se confrontato con le complicate alchimie che fanno della Ue una realtà a mezza strada fra un’entità federale e un accordo fra stati indipendenti – sono senz’altro fattori importanti. Ma ce n’è uno ancora più decisivo: l’insofferenza generalizzata dell’opinione pubblica per un processo di integrazione che, giusto o sbagliato che sia nei suoi contenuti, viene portato avanti da élites politiche e burocratiche senza coinvolgere minimamente il popolo.
L’eventuale “no” non modificherà comunque il quadro di fondo: Chirac e i suoi partner tedeschi e del Benelux (più la Spagna di Zapatero, che si è aggregata al carro contro i suoi stessi interessi) sono intenzionati a realizzare il progetto di un’Europa a due velocità, che emarginerebbe la Gran Bretagna filo-americana, l’inaffidabile Italia e i paesi dell’Est (che presentano entrambi i difetti) a vantaggio di un nucleo duro franco-tedesco.
Le “cooperazioni rafforzate” e le “maggioranze qualificate” previste dal nuovo trattato sono state concepite a questo scopo. Dovesse cadere il trattato, si continuerebbe a perseguirle al di fuori di esso. Quando Chirac fa propaganda per il “sì” evocando la necessità di abolire l’indennizzo sui versamenti comunitari riconosciuto attualmente a Londra, cioè una materia foriera di scontri all’interno della Ue a 25, si capisce che i disegni del presidente francese vanno ben al di là del momento referendario.
Rodolfo Casadei
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