LIBANO, L’OMBRA DELLA DEMOCRAZIA
Beirut. Ancora qualche giorno e in Libano avrà inizio un importante appuntamento elettorale. Lo scrutinio – che si svolgerà in quattro tornate domenicali a partire dal 29 maggio – riguarderà il rinnovo dei 128 seggi della Camera e costituirà un primo passo nella ricostruzione delle istituzioni democratiche dopo la fine della tutela siriana sul Paese dei Cedri. Il ritiro delle truppe di Damasco, terminato il 26 aprile, è stato possibile grazie alle forti pressioni internazionali e alle gigantesche manifestazioni popolari seguite all’assassinio, il 14 febbraio, dell’ex premier Rafic Hariri, dietro il quale i libanesi hanno sospettato l’ombra dei servizi segreti siriani.
Tuttavia, le prime elezioni del nuovo Libano non potranno essere considerate completamente democratiche. I nomi dell’80 per cento dei futuri deputati sono, infatti, noti sin d’ora e le operazioni di voto non saranno per loro altro che una formalità. Ciò vale nelle tre circoscrizioni elettorali di Beirut, nel Sud, in buona parte della Bekaa come pure nello Chouf. Nella capitale libanese, ad esempio, nove dei 19 candidati sulle tre liste patrocinate da Saad Hariri, figlio ed erede politico del premier assassinato, hanno già vinto d’ufficio dopo il ritiro dei candidati rivali. Tra gli “eletti” figura Solange Gemayel, vedova di Bachir Gemayel, il leader delle Forze Libanesi (milizie cristiane) ucciso nel 1982 subito dopo la sua elezione a presidente della Repubblica. Lo stesso vale per i due candidati sunniti di Sidone, tra cui la sorella di Rafic Hariri, mentre gli altri seggi sono garantiti ai candidati della lista unificata della coalizione sciita Amal-Hezbollah.
Circoscrizioni elettorali
volute dai siriani
All’origine di questi «rulli compressori» che eliminano una condizione democratica essenziale, la libera scelta degli elettori, sta una legge elettorale contestata da ogni parte; la stessa elaborata per le elezioni del 2000 dall’allora “proconsole” siriano in Libano Ghazi Kanaan. La legge, infatti, ritaglia il Paese in 14 circoscrizioni con criterio del tutto arbitrario, a seconda degli interessi degli schieramenti filo-siriani: una circoscrizione composta da una sola provincia, un’altra da due, un’altra ancora da quattro. A parere di molti osservatori libanesi, il mantenimento di questa legge, nonostante le forti opposizioni del patriarca maronita e di molti partiti cristiani, rientra in un package deal concordato ad aprile tra la Siria da una parte e, dall’altra, gli Stati Uniti e la Francia, grazie alla mediazione del principe ereditario saudita Abdallah. In base all’intesa, Damasco acconsentiva a rispettare cinque richieste: il ritiro completo delle sue truppe; la destituzione dei capi dei servizi di sicurezza libanesi; l’agevolazione dei lavori della commissione d’inchiesta sull’assassinio di Hariri; la formazione a Beirut di un governo composto da personalità non candidate alle legislative; e, infine, il rispetto delle scadenze elettorali. In contropartita, la Siria otteneva di non avere un esecutivo libanese ostile e lo svolgimento del voto secondo la legge del 2000, per evitare il crollo improvviso dei suoi alleati.
I siriani se ne sono andati, ma la “loro” legge elettorale è rimasta, insomma. Questo illogico fatto permetterà così alle “roccheforti” sciite del Sud e della Bekaa di resistere ancora allo “tsunami” anti-siriano grazie alla coalizione tra Amal e Hezbollah. Altrove, invece, saranno i candidati di Saad Hariri e di Walid Jumblatt a rastrellare la totalità dei seggi riservati alle comunità sunnita e drusa, come pure parecchi seggi cristiani.
Ed è qui che sta l’altro motivo di delusione. L’elettorato cristiano (composto principalmente dai sostenitori del generale Michel Aoun e dalle Forze Libanesi di Samir Geagea) non si sente parte in causa. Vittime principali della legge elettorale – che subordina in varie circoscrizioni l’elezione dei deputati cristiani alla benevolenza di una maggioranza di elettori musulmani -, i cristiani speravano almeno in un reale coordinamento nella composizione delle liste elettorali con i loro partner della “seconda indipendenza”.
Una giusta rivendicazione se consideriamo che, per oltre 15 anni, sono stati proprio i cristiani a costituire l’asse principale (per non dire unico) dell’opposizione alla tutela siriana, prima di vedersi raggiungere da altre comunità libanesi. Ma anziché un equo partenariato, i cristiani si sono visti concedere “contentini” qua e là; a Beirut, con “l’accettazione” nella lista di Hariri di Solange Gemayel; nello Chouf, con l’inserimento di un unico candidato delle Forze Libanesi nella lista di Jumblatt. Tutti gli altri candidati cristiani sono stati invece indicati, esattamente come alle elezioni precedenti, dai capi non musulmani delle liste stesse.
Un patto Occidente-mondo arabo alle spalle dei libanesi
«Non accetto di essere un dhimmi politico», ha detto il generale Aoun, rientrato tre settimane fa dal suo esilio francese, per significare il suo rifiuto di essere trattato come politico di seconda categoria. Salvo una fumata bianca dell’ultima ora, l’opposizione si presenterà dunque in ordine sparso e, molto spesso, con delle vecchie facce. È facile immaginare la frustrazione dei libanesi che hanno animato le gigantesche manifestazioni nel centro di Beirut. Come è possibile, si chiedono i giovani, costruire il “nuovo” Libano con gli stessi politici che hanno incarnato l’era siriana? Molti non capiscono l’insistenza degli ambasciatori americano e francese a Beirut sull’importanza di andare al voto nei termini prestabiliti e con qualsiasi legge. Alcuni sospettano ci sia dietro un preciso “compito” dei futuri deputati, ossia la naturalizzazione dei 400 mila palestinesi residenti in Libano. Altri, invece, sostengono che vi sia la volontà di applicare le altre clausole della risoluzione Onu 1559 che parlano del disarmo di Hezbollah e dei palestinesi. Obiettivi, dicono, che le diplomazie occidentali ritengono più fattibili se il prossimo Parlamento potrà soddisfare i musulmani ancor prima dei cristiani.
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