IL CONSOCIATIVISMO NEL PAESE DEI CEDRI
La Costituzione libanese prevede una ripartizione equa delle cariche pubbliche tra le differenti comunità religiose che compongono il mosaico nazionale. I 128 seggi del Parlamento risultano suddivisi a metà tra cristiani e musulmani. All’interno di ciascun gruppo, le singole comunità hanno diritto a un numero preciso di deputati (34 maroniti, 27 sunniti, 27 sciiti, 14 greco-ortodossi, 8 greco-cattolici, 8 drusi, 6 armeni) senza che questo significhi un “voto separato” delle comunità. La ripartizione dei seggi non rispecchia tuttavia il reale rapporto di forza fra i gruppi religiosi. Gli elenchi degli aventi diritto (che contemplano solo i cittadini di età superiore ai 21 anni) danno una percentuale di cristiani pari al 41,23 per cento (di cui 22,4 maroniti, 7,92 greco-ortodossi, 5,22 greco-cattolici, 3,07 armeni gregoriani) contro il 58,57 per cento di musulmani (di cui 26,15 sunniti, 25,96 sciiti e 5,64 drusi).
A livello politico l’opposizione plurale comprende la Corrente del Futuro che raccoglie i simpatizzanti dell’ex premier sunnita Rafic Hariri; la Corrente nazionale libera del generale Michel Aoun, rientrato il 7 maggio scorso da 14 anni di esilio in Francia; le Forze Libanesi di Samir Geagea, ex leader delle milizie cristiane incarcerato da 11 anni; il Partito socialista progressista di Walid Jumblatt, molto presente tra i drusi; il Blocco nazionale di Carlos Eddé, il Partito liberale di Dory Chamoun, i Kataeb vicini all’ex presidente Amin Gemayel, e alcune formazioni della sinistra democratica.
Nel campo dei “lealisti” dominano due formazioni sciite: il movimento Amal, guidato dall’attuale presidente del Parlamento Nabih Berri, e il Partito di Dio (Hezbollah) filo-iraniano. Figurano poi alcuni partiti laici (Psns e Baath), formazioni nasseriane e islamiche, il partito Tachnag armeno e leader locali pro-siriani (Omar Karamé, Michel Murr, Suleiman Frangieh), alcuni dei quali hanno tuttavia deciso di non presentarsi alle elezioni.
(C.E.)
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