IL VETERO RIFORMISMO
Perché il partito unico riformista non procede, l’Ulivo perde pezzi e forse anche il leader? Occorre cercare la risposta nei Ds, non nella Margherita. Il fatto è che “il riformismo” Ds è “vetero”. Si tratta di posizioni socialdemocratiche alla Oskar Lafontaine o alla sinistra laburista. La loro essenza è la difesa del vecchio Welfare, dell’intervento pervasivo dello Stato, del primato politico dei lavoratori organizzati, non in quanto cittadini, ma in quanto, appunto, lavoratori. Sostenute in Italia dall’ex-Pci queste posizioni suonano piuttosto post-comuniste che riformiste. Secondo Berlusconi e Rutelli, anzi, sono ancora e sempre “comuniste”. Ora, se “comuniste” significa che minacciano le libertà democratiche, come pensava e pensa (?) Berlusconi, allora si cade nel paleo-anticomunismo di maniera che ha ispirato la confezione della sigla ormai démodée della “Casa delle libertà”. Ma se l’aggettivo denuncia lo statalismo profondo, il predominio dei lavoratori organizzati nei sindacati, l’uso politico della giustizia, l’indifferenza etica nella gestione del potere, allora Rutelli e i vecchi Dc e popolari non possono che opporre resistenza. Un Ulivo a dominanza Ds li costringe nella gabbia del vetero-riformismo socialdemocratico. Rutelli guarda al partito democratico e all’esperienza post-socialdemocratica di Blair. Quanto a Prodi, con la sua cultura politica composta di dossettismo, di statalismo Iri da sinistra democristiana, di agnosticismo circa i programmi, di antiberlusconismo etico e giustizialista, appare il più adatto a rappresentare il vetero-riformismo di Fassino che il blairismo di Rutelli.
Benché le conseguenze sul programma di governo di queste diverse culture politiche non siano finora state tematizzate se non per cauti accenni, nell’illusione che il silenzio furbesco sui programmi possa favorire la vittoria alle prossime politiche, è evidente che i programmi di governo si annunciano diversi e persino opposti. Man mano che si avvicinano le elezioni questa verità si sta imponendo fino a far esplodere le sigle che la fantasia pirotecnica degli ingegneri della politica hanno coniato nel corso degli anni: Pci-Pds, Ds, Ulivo, Democratici, Margherita, Udeur, Gad, Fed (a quando il Pur, Partito unico riformista?). I Ds e Prodi paiono non comprendere di tale divaricazione le ragioni profonde, che sono ridotte semplicemente alle ambizioni personali e politiche di Rutelli di ridisegnare a proprio favore le zone di influenza elettorale tra le componenti della futuribile Fed. Caldarola sul Riformista invita ad accentuare l’identità socialista quale risposta alla Margherita. Reazione che conferma l’arretratezza dell’elaborazione culturale di coloro che pure si dichiarano “riformisti”. Essa consiste nel non voler prendere atto che con il comunismo è morta anche la socialdemocrazia, sua versione democratica.
E tuttavia.
Benché non possiamo vedere che con favore il tentativo di chiudere l’interminabile transizione alla Seconda repubblica, costruendo un bipolarismo stabile fondato su poli politici coesi, non ci sentiamo qualunquisti se segnaliamo la surrealtà del dibattito in corso nei due Poli e la viltà intellettuale delle sue classi dirigenti. Tanto il passaggio al bipolarismo – due Alleanze federate, due poli – quanto il passaggio al bipartitismo – due partiti, due poli – richiedono che si parta dalla proclamazione pubblica della verità sul Paese reale e dall’assunzione di responsabilità delle classi dirigenti, che hanno governato il paese a partire dagli anni Settanta in sostanziale continuità di personale politico e di culture politiche attraverso le due Repubbliche, la Prima – reale -, la Seconda, largamente immaginaria. Solo dalla verità/responsabilità può nascere la speranza di futuro per le giovani generazioni. E la verità è che il paese sta andando alla deriva e al declino. Un paese decomposto in corporazioni che divorano le risorse accumulate nel passato e preparano un futuro amaro. Un elementare principio di realtà esigerebbe che i due Poli alternativi si costituissero nelle due risposte alternative a questo dramma. No! Finora prevale il principio di surrealtà. E questo è, forse, il sintomo più grave del declino dell’Italia.
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