DAGLI AL TEO-CON!

Di Rodolfo Casadei
26 Maggio 2005
NEL SUO ULTIMO LIBRO LO STORICO VIVARELLI LANCIA L'ALLARME: SENZA LA FEDE L'ETÀ CONTEMPORANEA È DESTINATA ALLA BARBARIE. UNA RECENSIONE SUL CORRIERE DELLA SERA LO STRONCA

Capita raramente di imbattersi in una recensione libraria sfrontatamente ricattatoria come quella che Sergio Luzzatto ha dedicato, nella pagina culturale del Corriere della Sera dell’11 maggio scorso, all’ultima opera dello storico Roberto Vivarelli, I caratteri dell’età contemporanea. Una recensione che si apre rievocando i trascorsi dell’autore, giovanissimo, nelle file dei combattenti della Repubblica sociale italiana e anteponendoli al riconoscimento che Vivarelli è un liberale autentico, allievo di Federico Chabod e curatore dell’opera di Gaetano Salvemini. Chi mai oggi aprirebbe un pezzo a commento di uno scritto di Dario Fo, o di Eugenio Scalfari, o di Giorgio Bocca, enfatizzando il fatto che in gioventù costoro si sono compromessi col fascismo o con la Repubblica di Salò? Scrivendo che «il distinto settuagenario, che vantava i propri trascorsi di imberbe masnadiere… rinunciando a panni svergognati. torna a indossare le vesti che meglio gli si attagliano, quelle dell’uomo di scienza e di cultura»? Quale sacrilegio ha commesso Vivarelli per meritare un trattamento simile? Ha osato esprimere l’opinione che la modernità è entrata in crisi perché ha rotto i ponti con le sue origini cristiane, perché a partire da Voltaire ha sposato un relativismo culturale che è relativismo morale e «il relativismo è incapace di dare risposta alcuna ai problemi ultimi dell’uomo e del suo destino». Tanto è bastato perché Luzzatto si sentisse autorizzato ai toni ricattatori («… si è costretti a riporre nella credenza i calici dello champagne destinato a salutare il ritorno di Vivarelli entro la cerchia degli eredi di Chabod e di Salvemini», che è come dire: peccato, col tuo anticonformismo ci costringi a tirar fuori i tuoi trascorsi di quindicenne fascista) e a irridere insipientemente lo storico senese: «Questa volta, il suo libro varrà magari poco per riscaldare i cuori stanchi degli ultimi epigoni di Salò; ma esso promette di entusiasmare personaggi ben altrimenti illustri, compresi i più eminenti inquilini di Palazzo Madama e dei Palazzi Vaticani». L’insipienza del motteggio sta nel fatto che in realtà I caratteri dell’età contemporanea contiene passi molto severi nei confronti della Chiesa cattolica, accusata di aver sbagliato praticamente tutto nei suoi rapporti col mondo da Gregorio VII (1073-1085) fino al Concilio Vaticano II.

Senza cristianesimo
niente società liberale
Le critiche di sapore protestante che Vivarelli indirizza al Concilio di Trento, al papato e ai gesuiti non bastano però a metterlo al riparo dagli strali politicamente corretti. Le sue colpe sono troppo grandi. La prima è di affermare le origini religiose della libertà moderna: «Dalla congiunzione di libero arbitrio e libertà di coscienza nasce la libertà dei moderni… Se noi perdiamo di vista il fatto che la moderna idea di libertà nasce sul terreno religioso, che le moderne istituzioni liberali hanno avuto come fine originario quello di garantire la libertà di coscienza, di quella idea e di quelle istituzioni non si capisce più niente. Soprattutto non si capisce che la libertà dei moderni afferma per ogni persona un diritto e un dovere: ciascuno è libero in quanto responsabile egli stesso e della sua sorte finale, e di quella parte della cosa pubblica che da lui dipende. In altre parole, la libertà ha in primo luogo un fine morale». La seconda colpa è di affermare che le istituzioni liberali non possono fare a meno del cristianesimo per prosperare. Scrive infatti: «Il sistema morale di Adam Smith ha il suo cardine nella presunzione che la generalità degli esseri umani avverta uno spontaneo sentimento di giustizia e condivida nei confronti del prossimo sentimenti di benevola simpatia… questa condizione, da lui data per scontata, in realtà è un acquisto storico, il punto di arrivo di un processo avvenuto in una parte del mondo occidentale, le cui radici… sono state rinnovate e fatte fruttificare da una particolare lettura dell’esperienza cristiana. Si deve all’evoluzione di questa esperienza, in un certo momento del suo percorso, l’affermazione della coscienza individuale e, insieme, il riconoscimento della eguale dignità di ogni persona umana». Di conseguenza, per Vivarelli la crisi delle istituzioni liberali dopo il 1870 ha principalmente cause religiose: «Di fatto il liberalismo di cui ora si scorgeva il declino non aveva radici religiose proprie, ma si fondava nella tradizione cristiana, e il disagio che in quel torno di tempo soffrì non corrispose ad una crisi della ragione, bensì proprio ad una crisi della fede».

Relativismo,
sovranità della pura forza
La terza, fatale colpa di Vivarelli è di pensare che una civiltà integralmente secolarizzata è destinata alla barbarie: «Nella storia della cultura europea la secolarizzazione ha significato la fine dell’umanesimo e la fine della poesia… Venuti meno i presupposti di quella cultura che aveva saputo dare risposta agli interrogativi più inquietanti della condizione umana e offerto regole certe di comportamento, si veniva formando al suo posto una cultura nuova, la quale rinunciava intenzionalmente ad assumersi quello che in precedenza era stato il compito primario di ogni cultura: dare una ragione alla disperazione del vivere. Ma senza prendere posizione sui problemi ultimi dell’esistenza non si danno regole certe di comportamento, perché si apre la strada al relativismo. In effetti, mentre dissolveva il quadro di valori dal quale derivava il carattere precettivo delle norme morali, questa nuova cultura non era in grado di proporne uno alternativo, sicché, da allora in avanti, si poté ritenere che tutto quanto è possibile fosse lecito. Progressivamente si è venuto così disegnando per le vicende umane uno scenario nel quale la virtù è diventata superflua e, nonostante ogni affermazione contraria, si è imposta di fatto, sovrana, la forza materiale. Senza più l’autorità di un’idea morale, ormai priva di fondamento, non sorprende che si sia potuta aprire la strada a nuove forme di barbarie». Decisamente troppo, per i palati di casa nostra.

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