CANNIBALISMO RELATIVISTA
«Il pericoloso errore del relativismo etico sta nel fatto che questo accetta solo un unico limite all’agire umano: la volontà dell’interessato. Esso respinge tutte le leggi, attraverso le quali le persone vengono limitate, a partire dal presupposto che a nessuno debba essere inflitto alcunché contro la sua volontà. Ma la volontà è una realtà troppo ambivalente perché possa sostituire il concetto di “natura dell’uomo”. La volontà è manipolabile. Si può pensare di allevare schiavi, mediante manipolazioni genetiche, che siano totalmente d’accordo con la loro condizione di schiavi. Perché non dovremmo farlo se non esiste qualcosa come una dignità della natura umana ma solo una dignità della volontà? Perversioni come sadismo e masochismo vengono già oggi apertamente propagandate. Poco tempo fa è stato reso noto che un cannibale via internet ha trovato un complice che era pronto a farsi uccidere e mangiare da lui, il tutto è avvenuto d’intesa reciproca senza interventi esterni. Dal punto di vista relativistico quindi non si è trattato di un crimine. Non dovrebbe essere questo caso l’occasione per tornare a riflettere sul concetto di legge morale naturale e di sacralità della vita?».
Gennaio 2003: in una nota a margine di un documento presentato dalla Congregazione per la dottrina della fede, Robert Spaemann, filosofo cattolico tedesco e autore del celebre L’origine della sociologia dalla spirito della Restaurazione. Studi su L. G. A. De Bonald (edito in Italia da Laterza nel 2002), interveniva sui rischi legati ai falsi valori che starebbero alla base del relativismo contemporaneo e delle conseguenti scelte di manipolazione sulla vita umana vissute come «la cosa giusta da fare». «I valori più alti di un ordine democratico liberale – annota Spaemann – sono la tolleranza e il pluralismo e molti relativisti sono a favore della tolleranza anche nei confronti dell’intolleranza e per essi ogni autentica convinzione veritativa significa intolleranza, cioè ogni convinzione che ritiene falsa la convinzione contraria. Laddove la tolleranza non è un valore derivato, secondario, ma il più alto essa si trasforma in intolleranza nei confronti di ciò che solo, in realtà, conferisce alla tolleranza il suo valore: la sacralità della coscienza. La dignità della persona umana si fonda su questo riferimento alla verità, la tolleranza è invece il ritirarsi da questa dignità».
DIRITTO ALLA VITA? NO, ALLA MORTE
Nel 2005 delle biotecnologie manipolative e onnipotenti dove l’eugenetica sembra non fermarsi davanti a nulla, Spaemann focalizza un altro argomento avanzato dai relativisti: la vita degna di essere vissuta. Scrive in proposito: «Nel 1920 un giurista ed un medico, Carl Binding e Alfred Hoche, pubblicarono a Lipsia un librettino intitolato: Il diritto a sopprimere la vita che non merita di essere vissuta. I due autori formulavano così il problema in un passaggio del loro opuscolo: “Esistono delle vite umane che abbiano perso la qualità di bene giuridico a tal punto che il loro prolungamento non abbia più, alla lunga, alcun valore né per i portatori di questa vita né per la società?”. La risposta dei due autori fu sconcertante: “Esistono – e cito Binding – tali vite umane e si ha il diritto di mettere a morte, in primo luogo gli uomini che in seguito a malattia o ferita sono irrimediabilmente perduti”». Dall’eugenetica, la “specie sana”, all’eutanasia, la “morte sana”, tutto è praticabile. «Da tempo – conclude Spaemann – viviamo in un mondo di angoscia, d’insensibilità assunta a perfezione tecnica che rischia seriamente di annientare l’uomo».
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