PASSATEMPI D’AFRICA
A come Aids. L’Africa è il continente che ne è maggiormente afflitto: 25 milioni di malati e sieroposivi, 15 milioni di morti dall’inizio della pandemia. Le ragioni del disastro sono tante, ma secondo le più belle intelligenze del nostro secolo la colpa è quasi tutta di un untore: la Chiesa cattolica, colpevole di diffondere il contagio con la sua contrarietà all’uso dei profilattici nei rapporti sessuali. Il povero Bob Geldof ha commesso l’imperdonabile leggerezza di invitare Benedetto XVI al suo concerto “Live 8” per l’Africa, e si è beccato la scomunica di un papa laico e canterino come Elton John, che ha sentenziato: «La Chiesa cattolica contribuisce alla diffusione dell’Aids, perché è contraria al condom». Poco importa che in Africa i cattolici siano appena il 16,5 per cento di tutti gli abitanti, mentre in America latina, dove gli infettati sono “solo” 1 milione e 600 mila, i cattolici sono l’87 per cento. Poco importa che il paese africano dove le principali Chiese cristiane sono favorevoli all’uso del profilattico contro l’Aids, con l’eccezione di quella cattolica (cui aderisce solo il 7 per cento della popolazione), cioè il Sudafrica, sia anche il paese del mondo che conta il maggior numero di infettati, ben 5 milioni, pari al 20 per cento di infettati nella popolazione fra i 15 e i 49 anni. Eppure l’ex primate della Chiesa anglicana e premio Nobel per la pace mons. Desmond Tutu del “sì” cristiano al preservativo ha fatto una bandiera. Invece il paese che ha avuto il maggiore successo nella lotta all’Aids (riducendo il tasso di infezione dal 15 per cento al 5 per cento fra il 1991 e il 2001) è l’Uganda, che ha applicato il metodo ABC: anzitutto astinenza, poi fedeltà coniugale (riassunta nella parola behaviour), in ultima istanza il condom. Chiesa e Stato si sono divisi i compiti, ciascuno rispettando i princìpi e l’autonomia dell’altro, senza lanciarsi scomuniche e senza denigrarsi l’un l’altro.
C come capitali. Sono quelli che, secondo un largo ventaglio di forze che vanno da Bob Geldof e Bono degli U2 alla Commissione per l’Africa istituita da Tony Blair, da vecchie volpi della politica come Gordon Brown e Walter Veltroni a grandi Ong umanitarie come Oxfam e soci, mancano cronicamente all’Africa. Il raddoppio degli aiuti finanziari dei paesi ricchi a quelli africani entro il 2010 e il loro triplicamento entro il 2015 (che porterebbe il totale dagli attuali 25 miliardi di dollari a 75), proposta formulata da Tony Blair e Gordon Brown alla vigilia del summit del G8 in Scozia, dovrebbe finalmente creare le condizioni per la crescita economica e il decollo dello sviluppo umano. Eppure lo stesso rapporto Our common interest redatto dalla suddetta Commissione per l’Africa ammette (pp. 22 e 107 del rapporto) che in Africa la fuga dei capitali ammonta a ben 15 miliardi di dollari all’anno (cifra identica alla media annua degli aiuti nell’ultimo decennio), tanto che il 40 per cento di tutti i risparmi africani risultano depositati all’estero, una percentuale che supera addirittura quella del Medio Oriente (39 per cento dei risparmi depositati all’estero), cioè della regione del mondo che a motivo della manna petrolifera si ritrova con un’enorme massa di liquidità che non riesce a spendere o a investire in loco. Per non parlare del confronto con Asia orientale e meridionale, dove i depositi all’estero sono rispettivamente soltanto il 6 ed il 3 per cento. Nel solo quadriennio 1986-89 sarebbero usciti dall’Africa 56 miliardi di dollari. Nei 29 anni di regime militare che la Nigeria ha vissuto, secondo il presidente della Commissione sui crimini economici e finanziari Alhaji Nuhu Ribadu sono andate perdute per appropriazione indebita 56 mila miliardi di naire, pari a 429 miliardi di dollari (la Nigeria è il quinto produttore mondiale di petrolio). Sicuro che il problema sia la quantità degli aiuti finanziari?
D come debito estero. Tutti sono d’accordo che si tratta di una palla al piede dello sviluppo dei paesi più poveri. Blair, Bono, Brown, Geldof hanno proposto la cancellazione non solo dei 144 miliardi di dollari dovuti dai paesi poveri altamente indebitati (paesi Hipc), ma anche del debito di tutti i paesi classificati “meno sviluppati” (paesi Ldc), il che vorrebbe dire 400 miliardi di dollari. Alla fine, i ministri dei paesi del G8 si sono assunti l’impegno di cancellare 40 miliardi di debiti di 18 paesi poverissimi. Ma senza misure ulteriori che garantiscano un uso efficiente e onesto delle risorse finanziarie (vedi paragrafo precedente), sia il provvedimento preso, che gli altri più generosi finora non accolti, risulteranno certamente inutili e quasi sicuramente controproducenti. è un dato di fatto che nonostante i 144 miliardi di dollari di debiti accumulati fra il 1980 ed oggi, i 38 paesi della lista Hipc presentano oggi un reddito pro capite inferiore del 25 per cento a quello di venticinque anni fa. A parte il “premio” che una cancellazione indiscriminata del debito rappresenterebbe per i governanti che hanno trafugato i crediti e per le banche svizzere, britanniche e americane che li hanno accolti in conti cifrati, molti economisti sono d’accordo nell’affermare che la montagna del debito si riformerebbe in pochi anni. I meccanismi di garanzia sperimentati nelle precedenti operazioni di remissione del debito – condizionare la cancellazione alla creazione di fondi attraverso cui il denaro risparmiato viene vincolato a spesa esclusivamente sociale – si sono rivelati inadeguati: il denaro è fungibile, e anche quando i dittatori accettano la formula dei fondi vincolati restano liberi di razziare o sprecare il resto del tesoro nazionale. Occorre passare alla condizionalità politica: gli aiuti e la remissione dei debiti dovrebbero spettare solo a chi può dimostrare veri progressi per quel che riguarda libertà di stampa e di associazione, indipendenza del sistema giudiziario, processi elettorali onesti, istituzioni indipendenti per la repressione della corruzione e rispetto della proprietà privata. Ma fino ad oggi Blair, Veltroni e Live 8 non hanno il coraggio di proporre questo.
G come globalizzazione. Secondo i No global, è la principale causa della marginalizzazione economica dell’Africa negli anni Novanta. Peccato che la maggioranza degli africani si dichiari pro global: giudicano “molto buona per il loro paese” l’intensificazione dei legami commerciali e degli investimenti internazionali il 67 per cento dei nigeriani, il 64 per cento degli ugandesi, il 63 per cento dei kenioti, dei senegalesi e dei sudafricani, ecc. (secondo una ricerca del Pew Research Center). Opinioni frutto di manipolazione e disinformazione? Tutto il contrario: uno studio della Banca Mondiale del 2004 dal titolo Implementing Performace-Based Aid in Africa mostra che nel periodo 1997-2003 gli otto paesi che hanno attuato riforme strutturali dell’economia nel senso della liberalizzazione (Benin, Burkina Faso, Ghana, Malawi, Mali, Mozambico, Uganda e Zambia) hanno registrato una crescita media del 2,2 per cento, altri otto che hanno riformato tardivamente hanno avuto una crescita dell’1,8 per cento, mentre i cinque che non hanno attuato riforme (Costa D’Avorio, Kenya, Nigeria, Togo e Zimbabwe) hanno registrato una recessione dell’1,6 per cento all’anno.
I come imprenditore. è il mestiere più difficile che ci sia in Africa, benchè tutti i documenti ufficiali ripetano da anni che l’economia africana per decollare ha bisogno sia dello Stato che del “settore privato”. Ma in Africa i costi da sostenere per aprire una ditta sono pari al 224 per cento del reddito annuo pro capite, contro il 45 per cento dell’Asia meridionale e il 7 per cento dei paesi industrializzati. Un trasferimento di proprietà richiede mediamente 100 giorni in Africa, contro 48 in Asia orientale e 36 nei paesi industrializzati. Una registrazione di proprietà in Nigeria richiede 21 passaggi burocratici che durano mediamente 274 giorni e che costano il 27 per cento del valore della proprietà in imposte di bollo. Il recupero di un credito per via giudiziaria in Africa richiede 35 passaggi burocratici che prendono 15 mesi e costano il 45 per cento del reddito medio annuo nazionale. Fra i 20 paesi del mondo dove le autorizzazioni e i passaggi burocratici maggiormente ostacolano le attività economiche, 16 sono africani, e fra essi i primi 5 della classifica. In un ambiente del genere come si fa a pretendere che gli imprenditori, africani o stranieri, si impegnino seriamente? I primi, poi, si trovano di fronte a difficoltà aggiuntive di ordine infrastrutturale: per esempio, i costi per trasportare un autoveicolo dal Giappone ad Abidjan (Costa D’Avorio) ammontano a 1.500 dollari, ma spostare lo stesso veicolo all’interno dell’Africa da Abidjan ad Addis Abeba (Etiopia) costa 5.000 dollari.
S come sanità. Secondo i No global e Ong come Medecins sans frontières la disastrosa situazione sanitaria africana (46,3 anni di speranza di vita alla nascita, contro i 63 di Asia meridionale e i 70 di Asia orientale e America latina; mortalità del 172 per mille fra i bambini sotto i 5 anni, pari a l1 milioni di decessi all’anno) dipenderebbe dalla difficoltà di accesso ai medicinali, troppo costosi per le tasche africane a causa del ricarico che le case farmaceutiche possono imporre in forza dei loro diritti di brevetto. In realtà, solo il 5 per cento delle medicine nell’elenco dei farmaci salvavita dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) risulta attualmente coperto da diritti di brevetto. La verità è che gli stati africani stanziano e spendono troppo poco per la salute. Clamoroso il caso dei farmaci antiretrovirali per arrestare la progressione dell’Aids: in base alla normativa internazionale, gli stati hanno il diritto di produrre la versione generica di un farmaco coperto da brevetto in caso di emergenza sanitaria, ma i paesi africani che hanno industrie farmaceutiche in grado di produrre antiretrovirali a basso prezzo hanno esercitato questo diritto in misura scarsissima (Zimbabwe) o nulla (Sudafrica). In altri casi, la situazione sanitaria è stata compromessa dall’antiamericanismo militante: nel nord della Nigeria nel 1998 è partita una campagna di boicottaggio delle vaccinazioni contro la poliomielite, nella convinzione che gli americani avessero “corretto” il vaccino con un agente che rendeva sterili le bambine. Nonostante le rassicurazioni dell’Oms, la teoria della cospirazione ha preso piede, col risultato che la poliomielite ha conosciuto una recrudescenza nella Nigeria settentrionale e da lì si è diffusa in molti paesi musulmani dell’Africa e della penisola arabica attraverso i contatti fra popolazioni al pellegrinaggio annuale della Mecca.
T come tradizione. Secondo il comboniano No global padre Zanotelli bisogna superare «la mentalità, radicata nelle società e anche nelle Chiese occidentali, che ci ha indotti per lunghi secoli a disprezzare sia le culture sia le religioni tradizionali africane», perché «l’Africa è il polmone antropologico del pianeta». Non la pensano come lui le donne africane che si ribellano a tradizioni come la poligamia, le mutilazioni sessuali (infibulazione e clitoridectomia), i matrimoni combinati, i riti di umiliazione delle vedove, l’obbligo di sposare il fratello del marito defunto, la condizione di schiave presso i sacerdoti vudu, il ripudio automatico in caso di sterilità, ecc.; non la pensano come lui i giovani che hanno avuto successi professionali ma non possono investire i loro guadagni perché vengono spolpati dai parenti in nome della solidarietà tribale, oppure vengono accusati di stregoneria e messi al bando se si rifiutano di sottostare alla solidarietà obbligatoria; non la pensano come lui i malati di Aids e di altre malattie infettive, considerati degli appestati puniti da Dio o vettori di spiriti malvagi; non la pensano come lui gli educatori che devono quotidianamente lottare contro una mentalità che considera la malattia una maledizione da curare con riti magici, il potere politico una potenza che si acquisisce e si perde ugualmente per via magica, il lavoro un’attività da lasciare preferibilmente alle donne e da dimensionare a una lunga serie di tabù che riguardano tempi e luoghi sacri nei quali non è lecito lavorare (in alcuni casi, come Madagascar ed Etiopia, quasi un centinaio di giorni all’anno).
U come Unione Africana (Ua). Due anni fa, ha preso il posto dell’Organizzazione per l’unità africana (Oua) e si propone di attuare in Africa un processo di integrazione analogo a quello dell’Europa. Secondo Veltroni «sono stati compiuti passi importanti… sono state tenute libere elezioni… sono nate organizzazioni sovranazionali, a cominciare dall’Unione Africana, che sono più forti di ieri e che giustamente chiedono di contare di più nelle decisioni che riguardano il futuro dei loro popoli». In realtà l’Unione Africana non ha nessuna speranza di ripetere l’esperienza europea, perché ha agito all’incontrario: mentre in Europa prima è stato creato il mercato comune (a partire da quelli del carbone e dell’acciaio) e poi, sulla base del suo successo, si è passati all’unione politica (i cui risultati appaiono quanto meno problematici), in Africa si sta facendo il contrario, creando le strutture politiche dell’integrazione senza modificare i rapporti economici. L’inefficacia politica della Ua si vede nel fatto che sono tuttora in corso in Africa 9 conflitti maggiori che coinvolgono i paesi facenti parte dell’unione (e che causano 3,5 milioni di profughi e 13 milioni di sfollati) e che l’Onu spende i tre quarti del suo bilancio per missioni di peace-keeping in Africa. Da sola la Oa non riesce nemmeno a organizzare una missione di pace nel tormentato Darfur, dove in due anni di crisi ha inviato solo 2.200 uomini, e ora ha chiesto e ottenuto di coinvolgere nientemeno che la Nato per riuscire ad avere sul terreno 5.500 uomini entro la fine dell’anno.
Quanto alle “libere elezioni”, difficilmente possono definirsi tali quelle che si sono svolte quest’anno in Togo (vincitore il figlio del defunto ditattore), Zimbabwe (vincitore il partito di Robert Mugabe) ed Etiopia (paese sede dell’Ua, dove 26 manifestanti contro i brogli alle elezioni sono stati uccisi da polizia ed esercito). Secondo una ricerca condotta da Globescan e citata nel rapporto Our common interest, richiesti di dichiarare chi sia il principale responsabile dei problemi dell’Africa, gli africani hanno risposto per l’11 per cento “i paesi ricchi”, per il 16 per cento “le ex potenze coloniali” e per il 49 per cento “i governi africani”.
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