SENZA IL POPOLO LA POLITICA E’ FERMA
Onorevole Mario Mauro, cosa ha significato politicamente la “giornata del pane” vissuta a Betania come europarlamentare?
Innanzitutto il passaggio politicamente importante è stata la visita alla Knesset, il parlamento israeliano e l’incontro con il suo presidente, Reuven Rivlin. Durante il nostro colloquio ci siamo concentrati principalmente sull’annoso e purtroppo attualissimo tema della mancanza di sensibilità dell’Ue rispetto alle ragioni di Israele. Peraltro il presidente della Knesset è portatore di una netta posizione di contrasto a Sharon, è a destra del Likud ed è contrario al ritiro da Gaza. Tema, quest’ultimo, sul quale ci siamo confrontati partendo dallo scetticismo di Rivlin sulla teoria dei due Stati e arrivando – con mio sommo dispiacere – a dover concordare sul grado di assoluto antisionismo delle istituzioni europee che viene percepito dall’opinione pubblica israeliana.
In concreto però questa presenza è già un primo passo.
La partecipazione a questo gesto ha in effetti un’ottica ben precisa che parte dalla constatazione dell’impossibilità di immaginare un processo di pace che non coinvolga a livello culturale ed economico-sussidiario il popolo. I leader possono decidere, ma solo con la crescita e lo sviluppo di una cultura di perdono e accoglienza si può sperare. In tal senso un aspetto ulteriormente strategico è stato il fatto che siano state le donne a promuovere l’iniziativa, particolare che in questo caso è l’esatto contrario del politicamente corretto imperante: laggiù la donna è vedova, è madre di un kamikaze, porta nella carne e nel cuore le ferite del conflitto. Sta quindi a loro non far vivere e sopravvivere il sospetto e il pregiudizio. Per questo una volta di più c’è da sottolineare il ruolo fondamentale di Angelica e Samar: è impossibile non accorgersi da subito che all’origine del legame che ha generato questi fatti c’è un qualcosa che nessuno delle due è in grado di controllare, c’è un seme piantato da un altro. è questo ciò di cui abbiamo radicalmente bisogno. In tal senso il delitto che la politica può compiere sarebbe non sviluppare una rete che tuteli e difenda questo “fatto”.
C’è già qualche progetto concreto?
Voglio promuovere in Israele una cultura dell’intervento allo sviluppo che leghi israeliani e palestinesi: ad esempio è ora di dire basta al limite culturale ottuso del restringere il diritto ai fondi europei nei territori occupati unicamente agli attori palestinesi. Bisogna coinvolgere attori israeliani perché sono loro che vanno a investire nei Territori, poiché hanno il know how per farlo, ovviamente con un vincolo di tutela a livello occupazionale per il personale palestinese. Tutte queste azioni si inseriscono in una riflessione semplice: la politica europea può fare tantissimo per un vero accordo di pace puntando a coinvolgere dal basso coloro i quali realmente vogliono la pace e rifiutando il gioco delle ideologie sovrapposte e dei pregiudizi spesso finalizzati a campare con gli aiuti garantiti dalla guerra. Occorre mettere in mostra nuova determinazione per la pace e lo sviluppo: servono coraggio, pazienza e determinazione.
Mauro Bottarelli
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