SE L’EUROPA PARLA INGLESE
Oggi e domani il vertice europeo, ultimo atto della presidenza lussemburghese di turno, è chiamato a una missione impossibile: trovare cioè un accordo sul budget comunitario 2007-2013, operazione di per sé non facile ma aggravata dalla crisi politica comunitaria innescata dai “no” francese e olandese e dalle elezioni anticipate in Germania. E la Gran Bretagna? Cosa farà il paese chiamato dal 1° luglio a presiedere il semestre più caldo dell’Unione? Per ora il governo britannico ha messo “in ghiaccio” il referendum sulla Costituzione europea in un primo tempo previsto per la prossima primavera e ha di fatto scaricato sul “no” di Parigi e Amsterdam la responsabilità della morte del Trattato, ritenendo inutile se non dannosa una consultazione che sarebbe stata plebiscitariamente a favore di una bocciatura. Che fare ora? L’azzardo rappresentato da questa decisione potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio per Tony Blair, ritrovatosi di colpo in una delle peggiori – ma anche più affascinanti – situazioni di politica interna e internazionale possibili: con il semestre di presidenza britannica dell’Ue e il vertice del G8 entrambi alle porte, il primo ministro accetta infatti la sfida di una gestione della crisi che impone da un lato spirito di mediazione su temi decisamente caldi, a partire dal rebate fino alla questione più ampia del budget e dall’altro una politica di impulso per far ripartire l’intero processo politico continentale.
A livello di politica interna Tony Blair sa di andare incontro all’opposizione strenua dei Conservatori e all’euroscetticismo parossistico dei tabloid right-wing, visto che l’argomento pretestuoso della sottrazione dall’alto del confronto democratico e della consultazione popolare è sempre pronto: la teoria è sempre la stessa, «il governo abbia il coraggio di dire che non si vota perché il Trattato è morto». Vero? Falso? A Whitehall nessuno fa mistero del fatto che Jack Straw, il ministro degli Esteri, parlasse da settimane di “binario morto” e della necessità di “andare oltre”: il che significa solo due cose, passare la mano o azzardare. Ovvero rigettare la palla nella metà campo franco-tedesca e aspettare una reazione dopo lo schiaffone del congelamento del referendum dimostrando mediaticamente all’esterno che se l’Unione muore il killer non va cercato Oltremanica.
UN’UNIONE INADEGUATA AI TEMPI
In effetti Tony Blair – nonostante le nemmeno troppo velate minacce di Jacques Chirac e Gerard Schroeder rispetto all’intangibilità della politica agricola comune – oggi potrà gettare in faccia ai suoi antagonisti il fatto che assumersi il rischio politico interno di bypassare l’opinione pubblica per mediare con una controparte che chiede a chiare lettere di toccare addirittura quel totem intangibile che è il rebate rappresenta uno sforzo che merita un gesto di buona volontà anche dalla controparte. La quale, da parte sua, non può nemmeno giocare troppo al rialzo poiché politicamente debole e non supportata da alleanze tali da poter ridurre lo scontro a un gioco a somma zero basato sul veto: la logica appare quella di un tutti contro tutti al fine di tutelare ognuno il suo “orticello”.
Ma al netto dello scontro che si sta consumando in queste ore, potrà l’Inghilterra porsi alla guida della nuova Europa come prospettato da Tony Blair? Siamo alle soglie di una svolta liberale per l’Unione Europea? Tempi lo ha chiesto a Derek Scott, consigliere economico di Tony Blair dal 1997 al 2003, special adviser dell’ex ministro delle Finanze britannico, Denis Healey, dal 1976 al 1979, ex capo del settore economico della Shell e attualmente capo della task force di ricerca economica della Kpmg e professore alla Cass Business School di Londra. «I referendum francese e olandese non hanno fatto altro che confermare attraverso la voce degli elettori, dei cittadini europei, quanto era chiaro a tutte le persone in buona fede da almeno quattro anni. Ovvero che le istituzioni europee sono inadeguate alle sfide del mondo moderno sia a livello politico che a livello economico. A volte mi sembra che molti leader continentali vivano nel mondo dei sogni, dissimulino o peggio prendano in giro se stessi e gli elettori: il tempo, che era già breve quattro anni fa, ormai è scaduto. Serve una terapia d’urto per rivitalizzare ma immediatamente dopo si deve porre in atto una rivoluzione che porti a una ridiscussione totale dell’Unione, in primis sui metodi di spesa e in secondo luogo per quanto riguarda l’opzione politica dell’Unione».
Quali interventi ritiene più importanti, Mr. Scott? «Sicuramente quelli a livello economico, non si può guardare al libero mercato, alla concorrenza, alla flessibilità, al fatto che grandi somme di capitali ormai si spostino attraverso operazioni cross-border come a uno status quo da combattere. Il fatto che il presidente francese Jacques Chirac abbia paragonato il turbo-capitalismo al comunismo, ovvero un qualcosa da contrastare, la dice lunga sulla situazione che stiamo vivendo. E anche le politiche economiche che hanno accompagnato l’avvento dell’euro, è inutile negarlo, hanno avuto il loro peso. Facciamo un esempio concreto e prendiamo proprio l’Olanda, uno dei due paesi che ha bocciato il Trattato. Fino al “serpente monetario” del 1972 il fiorino era legato direttamente al marco tedesco, visti i rapporti commerciali particolarmente stretti tra i due paesi e il fatto che storicamente Amsterdam è stata uno dei più determinati combattenti dell’inflazione a livello europeo. Quindi, sulla carta, esattamente il tipo di economia che avrebbe dovuto beneficiare dell’introduzione della moneta unica. Invece tra il 2000 e il 2001 l’inflazione olandese ha subito un’impennata fino al 5,5 per cento rimanendo il doppio di quella tedesca per tutto questo periodo. Detto fatto, nel 2003 l’Olanda è entrata in recessione. Cosa dire della Spagna, dove tra il 2000 e il 2001 l’inflazione ha superato il 4 per cento o il Portogallo dove ha sfondato il tetto del 5? Ma prendiamo altri indicatori, ad esempio il prodotto interno lordo della Germania, un paese con enormi potenzialità che non riesce arrivare al 2 per cento, un fatto che non accadeva da 30 anni».
Quindi occorrono riforme che sblocchino le economie? «Non possiamo negare che questi referendum, così come le elezioni anticipate in Germania, parlino il linguaggio del fallimento del cosiddetto modello sociale europeo, il cosiddetto “modello renano”. Un modello che ebbe successo per molti anni dopo la fine della Seconda Guerra mondiale ma che oggi non regge più le spinte di un mercato globale e di una concorrenza transnazionale. All’interno del Trattato europeo, invece, era chiara l’impronta di continuità con questa logica. In un’economia di mercato meno sono le possibilità di competizione, più apparirà distorto il risultato finale: questa distorsione nell’attuale Europa si riflette in perdita di posti di lavoro, ad esempio. Non ritengo giusto il discorso portato avanti da qualcuno in base al quale ai paesi europei servirebbe una cura Thatcher: il modello anglo-americano non può essere impiantato in Francia o in Germania, ma è chiaro che occorre sbloccare – attraverso riforme strutturali – le economie con processi riformatori coraggiosi, spesso e volentieri impopolari. La questione però va oltre e va a toccare l’architettura stessa di questa Europa: centralizzata, burocratica e senza logica di accountability. Le ipotesi possono essere due, a questo punto: spingersi verso un modello maggiormente federale e quindi una struttura più democratica oppure dar vita a un’agenda politica ed economica meno onnicomprensiva che veda quindi alcune authority attualmente centralizzate a Bruxelles tornare sotto i singoli Stati e i singoli governi sovrani. Personalmente ritengo quest’ultima strada la più efficace, anche a livello economico ma la questione che tutti devono capire è che alternative a questa costituzione europea ne esistono e sono percorribili. Il vecchio modello europeo, quello degli anni Cinquanta, è morto. Il “no” della gente non significa “smantelliamo l’Unione” bensì creiamo un’Unione più vicina ai cittadini e non modellata sugli schemi dei burocrati e dei politici. Anche per questo sono convinto che, pur restando al di fuori dell’area euro, la Gran Bretagna – soprattutto in vista del semestre di presidenza – possa giocare un ruolo importante: ovvero mantenere il proprio modello sociale ed economico basato sulla sterlina ma anche giocare un ruolo di controllo e indirizzo, offrendo cioè agli altri paesi – molti dei quali entreranno nell’euro in futuro – un modello economico alternativo e di successo. L’influenza britannica può essere grande ma occorre rimettere mano alle basi di questa Unione».
titoletto
Follia? Strada non percorribile, alla pari del ritorno alla lira rilanciato da Roberto Maroni e soci in vista del raduno di Pontida? Una cosa è certa e deve far paura, soprattutto se i tempi di negoziazione e riforma rimarranno questi. Qualcuno sta divertendosi a speculare su questa instabilità e, guarda caso, di mezzo ci stiamo andando noi? Come? Attraverso gli hedge funds. Ma partiamo dall’inizio e spieghiamo cosa sia un hedge fund, termine usato di solito per descrivere qualsiasi fondo che non sia un convenzionale fondo d’investimento. Ovvero qualsiasi fondo in cui si usi una strategia o si usino una serie di strategie diverse dall’investire in obbligazioni, azioni ordinarie (fondi comuni d’investimento a capitale variabile-mutual funds) e titoli di credito (money market funds). Tra le strategie alternative di investimento vanno quindi annoverate: operazione di copertura (“hedging”) vendendo allo scoperto – vendere azioni senza possederle, sperando di ricomprarle in una data futura ad un prezzo inferiore con la speranza che il prezzo diminuirà; l’arbitraggio – cercando di sfruttare le inefficienze dei prezzi tra titoli in relazione; scambiare contratti a premio (option) o forme similari – contratti che sono basati sulla performance di qualsiasi bene finanziario, indice o altro investimento; usando il leverage – prendendo a prestito denaro e cercando di aumentare gli utili; investire in titoli non riconosciuti o sottovalutati (rapporto capitale di prestito/capitale di rischio); cercare di trarre vantaggio dallo scarto tra i correnti prezzi di mercato e l’ultimo prezzo d’acquisto in situazioni come fusioni o acquisizioni di controllo (fattispecie, quest’ultima, particolarmente in voga in questi giorni). Senza che quasi nessuno se ne sia accorto, infatti, gli speculatori internazionali (con la City in testa, sempre pronta a dar vita all’operazione “spacca-euro”) hanno ricominciato a indirizzare le loro attenzioni verso l’Italia attraverso manovre di allargamento dello spread a fine speculativo sugli hedge funds. Cosa sia lo spread è presto detto: è la differenza tra due titoli, se sale vuol dire che i mercati chiedono sui Btp italiani un premio maggiore e questo avviene quando cresce il rischio finanziario del paese in questione. L’esempio italiano non è stato casuale, visto che dopo il “crac” del referendum francese si è allargato a dismisura lo spread tra i Buoni del Tesoro del nostro paese e i bond tedeschi, arrivando a 22 punti base da un minimo di 0,8 del marzo 2003. Qualcuno, da qualche parte, sta ricominciando a speculare. Non è certo il 1993 ma oggi non c’è una lira da svalutare per salvarsi la pelle. Quindi, forza Tony.
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!