IL PIANTO DEL BUON REFERENDARIO
Un primo bilancio dei referendum sulla Legge 40 mi pare estremamente negativo. Una serie di cose avrei preferito non entrassero a far parte della campagna elettorale dell’una o dell’altra parte.
Non avrei voluto sentire paragoni tra gli abrogazionisti e i nazisti, ma mi han fatto sobbalzare le affermazioni di un ricercatore che rivendicava orgoglioso, beata ignoranza, l’intenzione di “migliorare la specie umana”. Trovo offensiva la leggerezza con cui si parla delle drammatiche scelte altrui, che comunque verranno fatte grazie ai voli low cost, siano esse il ricorso alla procreazione assistita o alla fecondazione eterologa. Nessuno ha ancora spiegato poi che coerenza abbia uno Stato che proibisce tutto sugli embrioni, ma consente l’aborto anche dopo il terzo mese. Avrei preferito non venisse utilizzato il “trucco” dell’astensione. Spesso si decide solo una volta entrati nell’urna, qui si doveva farlo già prima di uscire di casa. Nei piccoli comuni chi è andato ai seggi è stato facilmente notato.
Meglio sarebbe stata una campagna aperta tra i “sì” e i “no”. Soprattutto mi sembra che, tolti i quotidiani e i loro pochi milioni di lettori, tolta l’isola felice di “Otto e mezzo”, a vincere sia stata soprattutto l’indifferenza alimentata dal protratto silenzio dei telegiornali, dall’arbitraria scelta di non informare gli italiani con gli sms e di una data in cui il mare prevale sull’embrione. Chi ha perso dovrà riflettere, chi ha vinto può cantare vittoria, ma potrebbe aver sbagliato i conti.
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