Inossidabile Rafsanjani
Ciò che la gran parte degli analisti occidentali si aspettava come risultato nelle elezioni presidenziali iraniane del 17 giugno era una vittoria al primo turno di Rafsanjani o, alternativamente, il ballottaggio con Mo’in, il candidato riformista. Le none elezioni presidenziali della Repubblica Islamica dell’Iran, invece, hanno sorpreso tutti e dimostrato due elementi molto importanti della realtà iraniana. In primo luogo, è necessario tener presente la frattura politica ed istituzionale in atto, da cui deriva una mappa della politica altamente frammentata. L’opinione pubblica iraniana, poi, è oggi ben più smaliziata e scaltra che non in passato, come dimostrano le dinamiche del voto e la scarsa capacità previsionale degli analisti occidentali.
È opportuno precisare che le none elezioni presidenziali hanno un carattere ed un valore particolare per l’Iran e gli iraniani. Sono le prime elezioni del post-khatamismo, e quindi le prime elezioni dove, ad una società sempre più desiderosa di cambiamento, si chiede di votare per la successione al rovinoso ed inconcludente cosiddetto movimento riformista. Un paradosso, certamente, ma non del tutto in un paese speciale come l’Iran.
L’opinione pubblica ha vissuto con interesse, ma anche con grande disillusione, il complesso iter di queste elezioni. Dopo otto anni di governo a guida riformista, gli iraniani hanno ben compreso che un uomo come Khatami non avrà mai alcun ruolo ed alcuna possibilità. Cambiare le cose, o meglio riformarle, impone la necessità di fare una nuova rivoluzione – e ben pochi sembrano realmente volerla – o di eleggere ai vertici del potere uomini dotati di effettive capacità e prerogative politiche. Uomini che, al contrario di Khatami, rappresentino il sistema e siano convinti che per cambiarlo l’unica possibilità è l’azione dall’interno.
Quella iraniana è una società divisa tra numerosi diversi interessi e opportunità ma, in sostanza, coesa in relazione ad una specifica esigenza: il cambiamento. Ed è oramai chiaro per tutti che, di cambiamento, se ne deve e può parlare solo con candidati che non rappresentino l’antagonismo esasperato al sistema ed alle sue regole. Con candidati, quindi, in grado di poter effettivamente avere una chance di vittoria sul reale vertice del potere in Iran: la Guida.
Pochi poteri per il presidente
Le elezioni presidenziali, da Khatami in poi, hanno assunto un particolare rilievo ed una significativa importanza per una precisa ragione. Tutti, bene o male, sanno che il Presidente della Repubblica in Iran ha poteri limitati, essendo in realtà la gran parte delle competenze esecutive nelle mani della Guida, del Consiglio dei Guardiani e del Consiglio del Discernimento, le tre vere istituzioni del potere locale. Ciononostante, le elezioni presidenziali sono divenute uno strumento significativo in quanto destinate ad esprimere non tanto un potere quanto un’idea ed un programma in seno alla non meglio quantificabile e qualificabile compagine dei riformisti. Una sorta di strumento per l’espressione dell’antagonismo politico, sebbene entro gli angusti margini della Costituzione iraniana.
Il problema, in estrema sintesi, risiede nel Velayat e-Faqih, il “governo del giureconsulto”, e quindi nel ruolo e nel potere della Guida, non eletta dal popolo bensì in base a canoni e princìpi prettamente religiosi, e di fatto unica carica istituzionale con reali poteri esecutivi.
La rimozione della figura – o del potere – della Guida rappresenta da tempo il principale obiettivo della politica iraniana, riformista e non. Un passaggio dei poteri “soft” e non cruento in direzione del Presidente e del Parlamento è l’obiettivo. Non una nuova rivoluzione, che potrebbe provocare il collasso dello Stato e produrre, almeno nell’immediato, conseguenze ben più drammatiche di una lenta e graduale trasformazione.
Proporre apertamente un programma di tal fatta, tuttavia, equivale a commettere un grave reato costituzionale ed un ancor più grave reato religioso. È solo all’interno dell’establishment, quindi, che questa direzione può essere intrapresa. E solo da uomini che all’interno dell’establishment siano in grado di rappresentare interessi forti e concrete capacità di catalizzare l’interesse e l’azione. Ed è proprio questa la principale delle ragioni che ha spinto oltre il venti per cento dell’elettorato a votare per Hashemi Rafsanjani. Considerato dai più come uno dei “grandi vecchi” del paese, come un ricchissimo ed assai poco osservante religioso sospettato di essere dietro al grande sistema della corruzione, Rafsanjani rappresenta comunque – ed a ragione – l’unico reale tassello del pragmatismo in seno all’establishment. È lui, con ogni probabilità, l’unico uomo che in Iran possa operare una trasformazione senza creare una frattura istituzionale, senza scatenare una lotta fratricida all’interno delle istituzioni e, soprattutto, con un ottimo margine potenziale di successo.
Ma Rafsanjani ha commesso un errore. Non è stato capace di coagulare le forze direttamente od indirettamente a lui vicine, cadendo peraltro vittima della profonda lacerazione oggi presente all’interno della struttura militare dei Pasdaran, un tempo roccaforte del sistema ed oggi eterogeneo universo di interessi e lobby. Rafsanjani doveva arrivare a queste elezioni come un trionfatore, passando – e di larga misura – al primo turno e presentandosi come “uomo del destino”. Come colui che avrebbe raccolto l’imponente domanda di cambiamento della massa, facendone cosa sua e lanciandosi in una missione rinnovatrice senza precedenti.
Un voto di protesta
Al contrario, invece, il sessanta per cento degli elettori che ha votato, ha preferito infliggere un duro colpo al sistema manifestando apertamente quello che, almeno da noi, si chiama voto di protesta.
Non ha votato il grande favorito Rafsanjani, lasciandolo con un modesto e quasi umiliante 22 per cento. Non ha votato l’altrettanto celebre e favorito Mo’in, reputandolo con ogni probabilità più come un nuovo Khatami che non come un Napoleone. Non ha votato nemmeno l’ex portavoce del Parlamento, Mehdi Karroubi, che in Occidente viene chiamato un riformista moderato e che gli iraniani invece considerano un conservatore sotto mentite spoglie. E non ha votato nemmeno per l’ex capo della polizia Qalibaf. Facendo emergere quindi come antagonista del prossimo scontro al ballottaggio un personaggio come l’ex sindaco di Tehran Mahmoud Ahmadinejad, notoriamente conservatore. Un’ascesa al ballottaggio per inerzia, quindi, e non già quale competizione tra candidati.
Probabilmente vincerà Rafsanjani. È da sempre stato considerato in larga parte come la quintessenza del potere in Iran, identificato come un pragmatico a cavallo tra la vecchia e la nuova generazione del potere. Un uomo capace di distinguere e di capire quando i venti del cambiamento soffiano e, conseguentemente, capace di adeguarsi.
Rafsanjani in sostanza rappresenta non già la figura o l’idolo carismatico del cambiamento, ma lo strumento. L’unico dotato di quel potere e di quel seguito necessario per scardinare il sistema “dolcemente” e portarlo alla transizione.
* Docente universitario, Presidente della European Society for Iranian Studies.
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