LA BIENNALE DI BABELE
Vittorio Sgarbi mi aveva avvisato: «La Biennale è un cesso». Eppure mi sono imposto di andarci senza preconcetti, sospendendo quel giudizio. Così, scendo dal vaporetto 82 ai Giardini e mi avventuro tra il popolo della Biennale. Oggi solo addetti stampa, curatori e galleristi. Girano tante belle ragazze. L’impatto è più che accettabile. Entro. Varcato l’ingresso, è un gran viavai. S’incontra gente un po’ di tutti i tipi e di tutti i paesi. C’è una bionda vestita da Pierrot che distribuisce bandierine. Mi allontano e vado a visitare l’Esperienza dell’arte, mostra curata da Marìa de Corral allestita all’ex padiglione Italia che quest’anno non c’è. La premessa spiega che «la mostra non intende essere un discorso chiuso sull’arte dei nostri giorni ma un luogo aperto a pratiche distinte entro cui si possa realizzare il desiderio di scambiare esperienze, idee, riflessioni». L’intenzione è buona.
Nella prima sala trovo opere di Thomas Ruff (Germania): fotografie scomposte a piccoli riquadri, una sorta di scacchiera, con boschi, valli, ghiacciai. Andrebbero osservate a distanza, altrimenti l’immagine non si ricompone nella retina (è un principio divisionista vecchio di almeno cent’anni). Ma qui chi lo sa? Così tutti si buttano con il naso dentro le opere e vanno via un po’ straniti dal non aver capito. Giro a destra verso la stanza di Francis Bacon. I dipinti sono assai belli. Opere degli anni Ottanta, con figure umane, su fondi sabbia, violetti o arancio. Ma Bacon è morto nel 1992. Questa, mi suggerisce un amico dall’occhio acuto, è una “marchetta di lusso” per giustificare altre scelte assai discutibili. Entro nella sala di Thomas Schutte (Germania) dove ci sono tre grandi sculture di donne, realizzate in materiali diversi. Non male. Così come i disegni. Proseguo e mi trovo davanti all’opera di Miroslaw Bolka (Polonia): un parallelepipedo di cemento che sembra il mio garage. Questo ha il pregio di avere dei ventilatori installati sul soffitto che ti rinfrescano la zucca, per cui passarci sotto è piacevole. Burlone. Mi guardo in giro, vedo persone meravigliate, custodi arcistufi e vecchi volponi accademici che sembrano divertirsi molto, almeno così mi dicono. La sala successiva è un’installazione di Jorge Macchi (Argentina). è una stanza bianca piena di buchi, così come facevamo io e mio fratello da piccoli, quando giocavamo a tirare le frecce con l’arco in camera nostra, contro le pareti, con grande disperazione dei nostri genitori.
Esco da questo luogo con troppi spifferi e finalmente vedo un po’ di pittura. è Juan Usle (Spagna) con quadri di grande formato in scale di grigi disposti a tasselli, che puntano sull’effetto ottico. Noioso. Decisamente meglio Bernard Frize (Francia) con composizioni astratte, striate e colorate, come se fossero state dipinte con una scopa. Tuttavia i colori sono belli e armonici. I visitatori infatti se ne accorgono, si fermano e fotografano. La sala successiva è buia. M’imbatto nel primo video. è di Mark Wallinger (Gran Bretagna) che riprende un uomo in costume da orso (bruno) sdraiato per strada. Le persone presenti sono tutte in attesa che accada qualcosa. Ma l’uomo orso non si muove, solo dopo dieci minuti si alza e passeggia. Per fortuna mi chiamano al cellulare e così ho una scusa per filarmela. Deludente. Poi passo nella sala (affollatissima) di un artista italiano: Francesco Vezzoli. è un video in inglese del film “Caligola”. è ambientato nella Roma antica. Gli antichi romani, uomini e donne, fanno orge. Il pubblico sembra divertirsi e sghignazza. Almeno sa cosa sta guardando. Certo che se l’Italia la rappresentano così, le due curatrici spagnole ci fanno fare proprio la figura dei pirla, penso.
La sala successiva è quella di Pijuan (Spagna) con dipinti costruttivisti di stampo sovietico, bolscevico e suprematista, targati anni Venti. Almeno è pittura. Già. La peggiore che il secolo XX ricordi. Più avanti m’imbatto nell’opera di un artista brasiliano, José Damasceno. è una foresta, con tronchi d’albero unicamente fatti di fogli di carta sovrapposti. L’effetto è suggestivo. Non male. Accanto c’è una saletta allestita da Leandro Erlich (Argentina). Una porta a vetri con persiana, dietro la quale sono stati montati una serie di video. Come se ci si trovasse di fronte a un palazzo. C’è chi litiga, chi gioca a ping pong, chi si spoglia, chi lavora, chi fa pesi. Una pizza. Ma Candice Breitz (Sudafrica) è peggio, con una serie di video con espressioni di volti ripetute ossessivamente, che rivelano una concezione della vita frammentata, interscambiabile. Atroce.
SCRITTE CHE SCORRONO VELOCI
Torno indietro per vedere Philip Guston (Usa). Non male. è buona pittura, anche se un po’ datata. Poi vedo Marlene Dumas (Sudafrica). Ancora pittura. Volti. Francamente non mi sembra il genio indicato da molti. è molle, non ha nerbo. Proseguo e trovo Antoni Tàpies (Spagna). è un grande maestro, ma le opere esposte non mi appassionano. Non sono tra i suoi lavori migliori. Citazionista. Mi torna in mente l’idea guida della mostra e trovo che qui di idee se ne scambino davvero pochine e pure in lingue diverse. è Babele. Entro nella sala di Jenny Holzer (Usa) dove ci sono decine di scritte rosse luminose istallate sulla parete che scorrono velocemente. è un bell’impatto, ma ottiene il risultato di rincoglionire in maniera irreversibile chi le osserva per più di dieci minuti. Me la filo subito.
Arrivo così alla sala di Willie Doherty (Irlanda del Nord) dove c’è un video (che noia!) con la telecamera che gira attorno a un tizio rasato e molto arrabbiato. Non mi piacerebbe incontrarlo di notte in metrò. L’audio dice ciò che gli passa per la testa. Sociologico. Non lo reggo. Proseguo e m’imbatto nell’installazione di MaiderLopez (Spagna). Avete notato quanti artisti ispanici presenti? Sarà un caso? è una stanza colorata dove ogni cosa riporta la sua misura. Preferisco gli spazi gioco allestiti per i bambini nei McDonald’s. Più fantasiosi.
Intanto la gente, il vero spettacolo di questa Biennale, per devozione pazienza e sopportazione, mostra evidenti segni di nervosismo, con spintoni e occhiate furiose alle porte d’entrata e d’uscita dei video. Ci credo! Con quello che trasmettono… Quelli di Mtv sono decisamente molto (ma molto) meglio come qualità dell’immagine, poi hanno anche la musica.
SE PROPRIO PASSATE DA VENEZIA…
Sconsolato entro nella sala di William Kentridge (Sud Africa). Ancora un video. Ma questo è bello. è lui nello studio. Proiettati a gran velocità su tutte le pareti i filmati di come nascono i suoi lavori su carta. La sala è piena. In sottofondo c’è una musica dei primi del Novecento. Si ha l’impressione di assistere alla nascita delle sue opere. Questo almeno comunica qualcosa. Esco. C’è il sole. Sono un po’ straniato ma mi riprendo. Vado a mangiare il più lontano possibile dai Giardini. Verso Rialto. Consiglio: se proprio dovete andare a Venezia a vedere arte contemporanea visitate la straordinaria mostra di Lucian Freud al Museo Correr. Quella sì che merita.
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!