IL TRAVET MAESTRO DI VITA
Stonava la giacca verde sulle spalle dell’insignificante omuncolo, suonatore di timpani in un’orchestra romana. E W., il grande direttore d’orchestra in incognito, ne fece oggetto d’una perversa beffa: si calò nella parte che il travestimento gli assegnava di modesto travet (entrambi erano fuggiaschi dopo l’8 settembre verso le linee degli Alleati), si finse musicista dilettante, e si beò della sua superiorità camuffata di servilismo.
Ma l’insignificante omuncolo si rivelò più umano del grande direttore d’orchestra, più capace di lealtà, di semplice coraggio, d’amicizia. E W. è costretto a fare i conti con la propria piccineria: «Non avevo, in principio in principio, commesso una piccola grande colpa? Quando, udito i frati parlare del famoso musicista Romualdi, e vedendo quel piccolo uomo grassottello venirmi incontro nel refettorio, io avevo soprattutto guardato la giacca e non l’uomo? E quando, alla mia villana ironia sulla giacca, avevo visto la sigaretta, alle sue labbra, tremare, non doveva quel tremito avvertirmi che anche Romualdi era un uomo? Spensieratamente, per curiosità, per vizio, avevo disceso il vago sentiero della burla. Risalire, adesso, era faticoso. Ecco perché non posso più vedere la faccia di Romualdi senza vergogna».
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