L’islamizzazione dolce
Niala. Coi suoi dim frondosi e centenari tutt’intorno, coi suoi locali spaziosi e i muri spessi, la casa provinciale dei missionari comboniani nel quartiere di Hellat Ahmed è un’oasi di frescura e di quiete in una Khartoum fracassona e torrida in questo inizio di luglio che chi vive qui definisce più clemente del solito, chi arriva da fuori accetta solo come una penitenza di calore, umidità e polvere a sconto dei propri peccati. Ma le parole di padre Luigi Cignolini, gioviale superiore provinciale che vanta 25 anni di esperienza sudanese, non sembrano fatte per tranquillizzare: «Amico, qui l’islamizzazione totale va avanti meglio con la pace che con la guerra. Lo chieda a Isaias se non ci crede». Isaias è un elder, un anziano della comunità toposa, una delle tante etnie del sud Sudan fuggite in massa verso il nord a causa delle devastazioni di una guerra durata più di vent’anni. è lì per gli ultimi accordi per una cerimonia nuziale. Si rattrista e spiega: «Chi l’avrebbe mai creduto: quasi la metà dei nostri giovani, finito il ciclo di studi, hanno cominciato a farsi musulmani. Ci dicono: ‘Se vogliamo un posto nella funzione pubblica, se vogliamo insegnare o fare i medici nelle strutture pubbliche, non possiamo restare cristiani, dobbiamo farci musulmani’. Alcuni di loro hanno avuto gli studi pagati con borse di studio di organizzazioni islamiche, che non chiedono la conversione come condizione per l’aiuto, ma sanno sfruttare il rapporto di dipendenza psicologica che si crea». Proprio così: dopo gli anni della persecuzione, dopo decenni di ribellioni e rappresaglie, oggi lo storico progetto di arabizzazione ed islamizzazione degli abitanti del sud Sudan pare giunto ad una svolta: la lunga pressione esercitata comincia a dare i suoi frutti e le lusinghe si dimostrano più efficaci delle minacce. Anche per la nuova fiducia che i nordisti, nonostante le pressioni internazionali relative alla crisi del Darfur, mostrano di avere nei propri mezzi. «Mai vista Khartoum così, mai viste tante auto e tanti cellulari in giro, mai viste tante gru», dice padre Luigi. «Avanti così, fra un po’ ci saranno più banche che moschee». Vero: in riva al Nilo sta sorgendo un grande hotel, progetto italiano e capitali libici, mentre fra Qasr Avenue e Jumuriya Street si contano una dozzina di banche in meno di un chilometro quadrato.
Intendiamoci: le condizioni della maggior parte degli edifici della città sono deplorevoli, perfino i marciapiedi sono un concetto inesistente in una capitale di 7 milioni di abitanti, e il Sudan è un paese grande come tutta l’Unione Europea a 12 meno la Svezia, con differenze regionali stridenti. Ma quel che sta succedendo è una faccenda seria, che si spiega con due fattori. Il primo si chiama petrolio (vedi box).
Il secondo fattore si chiama scompaginamento della pastorale cristiana a causa di un quarantennio di guerra e tensioni. «Quel che hanno fatto i missionari nel sud Sudan fra il 1906 e il 1964 resterà per sempre nella storia della Chiesa – racconta padre Luigi – Se oggi il paese conta 4 milioni di cattolici, senza dimenticare circa 3 milioni di protestanti, lo dobbiamo al sacrificio di uomini e donne, soprattutto figli e figlie di Daniele Comboni, che sono morti a centinaia di ‘febbre nera’ ma hanno lasciato comunità solide, animate da vera fede. Partivano da qua dietro, sui nostri battelli che discendevano il Nilo Bianco per 2 mila chilometri fino a Juba. Nel 1964 sono stati espulsi in massa dal paese, e sono cominciati i problemi. All’inizio le comunità cristiane hanno reagito alla persecuzione secondo la tradizione: il sangue dei martiri è stato seme di nuovi cristiani. Poi però dopo il 1982 la guerra ha distrutto i vincoli sociali: due milioni di persone del sud sono dovute fuggire al nord, che li ha emarginati in baraccopoli alla periferia della capitale, continuamente spianate e sospinte verso il deserto. Al sud un numero simile di persone ha abbandonato le campagne ed è sfollata nelle città, sotto il controllo delle autorità militari. Da vent’anni la gente del sud ovunque viva non vive una vita normale. Noi missionari e i sacerdoti indigeni abbiamo fatto tutto il possibile per accompagnarli, ma i problemi sono tanti. Nei primi anni Novanta qui alla parrocchia di Nostra Signora del Soccorso impartivamo 500-600 battesimi di adulti all’anno, adesso oscilliamo fra i 200 e i 300».
Uno dei problemi è che i cristiani del sud devono scegliere fra nessuna educazione ed un’educazione completamente arabizzata. Al momento dell’indipendenza (1956) l’istruzione era tutta in inglese; poi è stata introdotta una bipartizione fra il nord, dove si insegnava in arabo, ed il sud dove si applicava l’inglese. Oggi tutto il curriculum scolastico è in arabo in tutto il paese, e l’inglese è una lingua straniera che si insegna alle superiori; il risultato è che nelle case dei sudisti capita che i genitori si rivolgano ai figli nella lingua tribale, e che questi rispondano in arabo: una situazione inaudita fino a pochi anni fa.
CONVERSIONI SEGRETE
Un segno dei tempi che cambiano è il Comboni College, un tempo la scuola più prestigiosa di Khartoum, passaggio obbligato per i rampolli delle famiglie musulmane di maggior prestigio, oggi un istituto ancora molto valido, ma che deve confrontarsi con molti concorrenti agguerriti avendo sicuramente meno mezzi di essi. «Quando sono arrivato qui 46 anni fa – spiega padre Giuseppe Puttinato, ex rettore del seminario diocesano, insegnante per 20 anni e oggi presidente del Consiglio di amministrazione dei corsi universitari del Comboni College – qui insegnavano 26 padri missionari, oggi siamo rimasti in 5, tutti sopra i 70 anni tranne uno. Gli studenti sono ancora tanti (600 bambini nelle elementari, 300 nel liceo, ndr), ma i nostri numeri sono calati rispetto a 20-30 anni fa. Però dal 1999 abbiamo aperto un collegio universitario e dal 2001 teniamo corsi per lauree triennali in computer science, contabilità Ict, amministrazione d’impresa Ict che richiamano 160 studenti». Il Comboni College è la scuola che ha diplomato Sadiq el Mahdi, discendente del famoso leader politico-religioso e primo ministro per alcuni anni fino al golpe militar-islamista del 1989 che tolse il potere al partito dell’Oumma; alle scuole comboniane di Port Sudan hanno studiato le sorelle di Al Mirghani, il leader del Pud, l’altro principale partito prima del golpe, e l’esponente della famiglia più importante del nord-est del Sudan. Oggi però i rampolli di buona famiglia sono attirati da molte offerte formative: va molto forte l’università canadese, per esempio. Il Comboni College si orienta soprattutto verso i meritevoli bisognosi, cui viene scontata buona parte della retta (che è meno onerosa di quella della maggior parte delle università); così un quarto degli iscritti risultano essere profughi eritrei, una decina di studenti sono sfollati del Darfur. «Ma la diocesi dovrebbe fare di più», ammette francamente padre Puttinato. «Sul progetto di una vera università cattolica a Khartoum siamo in ritardo».
Ma, si dirà, gli accordi di pace concedono comunque ai sudisti posti nel governo e nell’esercito e, fra sei anni, la possibilità di decidere il proprio futuro attraverso un referendum che prevede anche la possibilità della secessione. Le reazioni sono scettiche: «Chi voterà al referendum nel sud?» s’interroga Isaias dei toposa. «I milioni di profughi che vivono qua al nord, e hanno trovato qualche occupazione, non se la sentono di tornare in un posto dove non ci sono più strade, scuole, ospedali e chiese sono stati distrutti e la vita economica è paralizzata per mancanza di tutto. Ci sono organizzazioni umanitarie islamiche che si preparano a trasferire i loro uffici nella città del sud per aprire cliniche e scuole per attirare i nostri figli. Inoltre insospettisce l’atteggiamento di John Garang, che continua a dichiararsi a favore di un Sudan unito. Nessuno fra noi pensa che sia possibile vivere con dignità nella stessa nazione insieme agli arabi. Cominciamo a pensare che si sia venduto al governo». Garang non è l’unico leader sudista di rilievo sospettato di compromissioni col governo. Di altri esponenti del sud già entrati a far parte del sistema con cariche istituzionali si sospettano conversioni segrete all’islam, che li avrebbe autorizzati a mantenere il nome cristiano per non creare scandalo e provocare reazioni.
Dunque gioco, set e match per gli islamismi sudanesi? In realtà non è così facile. Le recenti tendenze alla fine non fanno che acutizzare quello che da sempre è il problema politico dell’immenso Sudan: a Khartoum c’è un’élite, proveniente da tre tribù arabe del tratto del Nilo fra la capitale e il confine con l’Egitto, che occupa non solo tutti i posti importanti del governo centrale, ma anche le cariche della magistratura, dell’esercito e dei governi regionali; fuori da quella regione e dal sottostante triangolo di Jezira, l’area che produce cereali potenzialmente per tutto il Sudan, il resto del paese è abbandonato al sottosviluppo. Non è perciò sorprendente che, mentre sembrava arrivare ad un accordo con il sud, il governo si sia trovato ad affrontare ribellioni armate nell’ovest (il Darfur) e nell’est (i Beja). In questo paese troppo grande la ricchezza ed il potere sono accumulati tutti da una parte sola e per nulla dalle altre.
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