WEST MUSLIM STORY
C’erano una volta le gang giovanili. In California, per esempio, negli anni 80-90 andavano di moda i Creeps e i Bloods, bandane blu contro bandane rosse. Scorrazzavano nelle downtown e hanno fatto centinaia di morti. Poi, grazie agli interventi nel campo dell’educazione e dell’integrazione il fenomeno è stato ridimensionato. I metal detector sono ancora in servizio nelle scuole pubbliche americane, ma grazie al modello di sussidiarietà che permette a gruppi sociali e politica di collaborare senza ostacolarsi reciprocamente nella costruzione del bene comune, i giovani trovano oggi meno terreno fertile alle avventure romantico-criminali stile west side story. In Europa, invece, il fenomeno delle gang giovanili è in crescita esponenziale e sta diventando un’emergenza molto seria non soltanto nel Londonistan, ma in tutte le grandi metropoli continentali. La peculiarità delle nostre gang è potenzialmente esplosiva. Francia, Belgio e Olanda ne sanno qualcosa. Come si fa a controllare quartieri che sono città nelle città, immensi ghetti islamici percorsi da bande ispirate da personaggi come Omar Bakri? Ad alimentare le gang sono i figli di immigrati di seconda e terza generazione, giovani nati e cresciuti in Europa, che giunti all’età critica in cui emerge naturale l’urgenza di contestare gli adulti e la società in cui vivono, trovano nell’ideologia fondamentalista (e in quella politicamente corretta dei collaborazionisti nostrani) una forte suggestione emotiva.
Urge senz’altro mettere mano a piani di integrazione. Sì, ma quali? E dove se non a cominciare dalla scuola? Il fallimento del multiculturalismo dovrebbe metterci in guardia. Senza vere riforme che aprano il mondo della scuola ad esperienze educative solide sul piano culturale, ancorate alla realtà e non irridenti il principio di autorità e la nostra tradizione, l’Europa rischia la catastrofe (per ulteriori informazioni rivolgersi ai prof. delle banlieu olandesi, belghe e francesi).
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