Gli ultimi giorni del Londonistan

Di Rodolfo Casadei
14 Luglio 2005
E' SALTATO IL TACITO 'PATTO DI SICUREZZA' FRA ISLAMISTI E AUTORITA' BRITANNICHE. PER I JIHADISTI CHE CI VIVEVANO LONDRA E TUTTO IL REGNO UNITO SONO DIVENTATI DAR AL HARB, 'CASA DELLA GUERRA'

I primi due britannici uccisi in battaglia in Afghanistan non erano soldati del 22° reggimento Sas inviato dal governo, ma due combattenti talebani. Di passaporto britannico sono risultati anche i primi due attentatori suicidi non palestinesi che per la prima volta, lo scorso anno, hanno colpito obiettivi civili in una località turistica israeliana. E l’unica capitale europea dove, nel primo anniversario degli attentati dell’11 settembre, si svolse una conferenza pubblica che inneggiava ai terroristi di Al Qaeda sotto il titolo ’11 settembre 2001: un giorno torreggiante nella storia’, è stata Londra. Non stupisce, perciò, che molti giornali in Italia e nel mondo abbiano speso nei loro titoli sull’efferata strage londinese il neologismo ‘Londonistan’. Né stupisce che il primo sospettato sul quale si sono appuntate le attenzioni di Scotland Yard, il marocchino Mohammed al Gerbouzi, risiedesse a Londra da 16 anni con la statuto di rifugiato politico, nonostante le autorità del Marocco ne avessero chiesto l’estradizione dopo una condanna in contumacia a 20 anni di prigione per complicità negli attentati di Casablanca del 2003 che causarono 44 morti, i servizi segreti tedeschi e francesi lo avessero indicato come ‘contatto’ britannico di al Zarqawi, e gli inquirenti spagnoli affermassero di avere tabulati che dimostravano l’esistenza di telefonate sia al cellulare che alla linea fissa di al Gerbouzi da parte di Jamal Zougham, uno degli attentatori di Madrid.

TRENTA ORGANIZZAZIONI ISLAMISTE
Le polemiche sulla condiscendenza delle autorità britanniche nei riguardi della colonia di estremisti islamici che nel corso degli anni si è venuta costituendo a Londra, sull’immunità legale che per molto tempo è stata garantita a personaggi ricercati dalla giustizia dei loro paesi per reati gravissimi, sulla libertà di espressione che veniva concessa ad associazioni e moschee specializzate nel linguaggio violento e nella predicazione dell’odio tipica degli ambienti jihadisti, sono arrivate ad un punto di svolta. Non soltanto per la nuova situazione creata dagli attentati, ma perché in realtà il Londonistan narrato da tante cronache da qualche mese aveva cessato di esistere, sia per iniziative del governo e dell’autorità giudiziaria che hanno disarticolato alcuni dei suoi gangli, sia per un inquietante processo di autodissoluzione che autorizza i peggiori sospetti. Ha dichiarato Selma Belaala, studiosa dell’Istituto di scienze politiche di Parigi esperta di estremismo islamico, autrice di ricerche su quello britannico: «Il Londonistan si è politicamente dissolto nel corso degli ultimi mesi. Questo smantellamento sembrerebbe volontario. È possibile che sia legato al cambiamento di tattica degli ambienti ultraradicali, di cui abbiamo appena visto le conseguenze».
Le bombe di Londra come conseguenza non dell’espansione incontrollata del Londonistan, ma del suo autoscioglimento? Probabilmente è proprio così. Vediamo perché. All’alba dell’11 settembre 2001, nella capitale britannica avevano basi operative conosciute e tollerate dalle autorità una trentina di organizzazioni e movimenti radicali islamici vietati o apertamente combattuti nei loro paesi di origine: da Jihad islamico e Gama’at Islamiya egiziani al Gia algerino, dalla galassia estremista saudita a quella pakistana. Nel corso degli anni, una mezza dozzina di governi stranieri ha inoltrato proteste diplomatiche al Foreign Office per la presenza di tali gruppi. Mubarak accusò il Regno Unito di «proteggere assassini», perché a Londra si trovavano esponenti della lotta armata antiregime e del gruppo responsabile della strage di Luxor del novembre 1997, nella quale rimasero uccisi 62 turisti occidentali: Gama’at Islamiya. Della lista di 14 presunti complici della strage esuli all’estero, 7 si trovavano in Inghilterra, alcuni come profughi politici. Dal 1995 la Francia cerca inutilmente di ottenere l’estradizione di Rachid Ramda, un 35 enne algerino che avrebbe finanziato gli autori degli attentati del Gia al metrò parigino in quell’anno. I ricorsi di Ramda vengono puntualmente accolti dal sistema giudiziario britannico, nonostante il governo sia favorevole all’estradizione. E gli esempi potrebbero proseguire.
Ma il Londonistan non era solo questo. Era anche un gruppo di personaggi di spicco che si ritagliavano uno spazio sui media inglesi con dichiarazioni spericolate e tortuose e vantandosi di un forte seguito fra le file della comunità musulmana britannica, formalmente rappresentata dal Muslim Council of Britain (Mcb) e dalla più politicizzata Muslim Association of Britain (Mab). Tre emergevano sugli altri: l’egiziano Abu Hamza al Masri, imam della moschea di Finsbury Park, punto di ritrovo dei salafiti takfiristi, cioè coloro che vogliono tornare all’islam delle origini e scomunicano (questa la traduzione possibile del termine takfir) i musulmani che non li seguono; il giordano-palestinese Abu Qatada, considerato l’ideologo di Al Qaeda in Gran Bretagna e rappresentante ufficioso di Osama Bin Laden, pure lui esponente della moschea di Finsbury Park; il siriano Omar al Bakri, fondatore del gruppo al Muhajiroun che ha per obiettivo statutario ‘la dominazione mondiale dell’islam’ attraverso il califfato universale ed esalta le gesta di al Zarkawi. Oggi Abu Hamza è imprigionato e sotto processo per incitazione alla violenza, con la spada di Damocle di una richiesta di estradizione negli Usa. Abu Qatada, incarcerato nel 2002, è attualmente agli arresti domiciliari. Resta in libertà Omar al Bakri, ma da aprile non ha più alcun ruolo nella moschea di Finsbury Park, recuperata dopo un lungo braccio di ferro che ha sfiorato lo scontro fisico da elementi vicini ai Fratelli Musulmani.

L’ANATEMA DI OMAR AL BAKRI
Sulle cause della formazione del Londonistan esistono due interpretazioni. Una si rifà all’ininterrotta tradizione britannica di ospitalità ai dissidenti e agli oppositori politici stranieri, che ha fatto sì che a Londra trovassero ospitalità personaggi come Karl Marx, Giuseppe Mazzini durante il Risorgimento italiano e Charles De Gaulle al tempo del governo filo-nazista di Petain in Francia. L’altra invece allude ad un’astuta politica di impronta ‘italiana’: la generosa ospitalità agli estremisti islamici avrebbe assicurato l’Inghilterra contro attentati di impronta jihadista. Ha commentato la giornalista del New Statesman Jamie Campbell: «La presenza visibile e attiva di simpatizzanti dei terroristi islamisti nel Regno Unito in realtà aumenta la sicurezza dei britannici, mentre le conseguenze delle cospirazioni terroriste che hanno la loro base in Gran Bretagna sono patite dalla gente che vive altrove». Ci sarebbe dunque stato un tacito ‘patto di sicurezza’ fra jihadisti e autorità britanniche, portato alla luce per la prima volta dal giornalista franco-algerino Mohamed Sifaoui, autore del libro Dentro Al Qaeda, realizzato infiltrandosi nelle reti islamiste in Francia e Inghilterra. Lo stesso Omar al Bakri lo avrebbe confermato in un’intervista a Jamie Campbell: «Per un musulmano è obbligatorio non attaccare gli abitanti di qualunque paese in cui viene loro offerta ospitalità e possono vivere in sicurezza. Ciò, secondo Bakri, rende improbabile che i musulmani che si trovano nel Regno Unito conducano operazioni contro questo stesso paese».
Ora però il patto è venuto meno, a causa della legislazione antiterrorista introdotta a varie riprese dopo il settembre 2001 da Tony Blair, l’intervento britannico in Afghanistan e in Irak, lo scioglimento di organizzazioni islamiche come al Muhajiroun e gli arresti di cui sopra. Il 10 gennaio di quest’anno lo stesso Bakri ha dichiarato alla United Press che «il patto di sicurezza in base a cui i musulmani vivevano in Gran Bretagna è stato infranto, e ora i musulmani devono considerarsi in guerra». Il 17 gennaio sul suo sito Internet si poteva leggere che «l’intero Regno Unito è diventato Dar al Harb (cioè ‘casa della guerra’, spazio in cui musulmani e infedeli si combattono, ndr)» e che «la vita e le proprietà degli infedeli non sono più sacre».
Se si tengono presenti questi passaggi ci si può fare un’idea del perché la moschea di Finsbury Park sia passata di mano proprio ora e del perché il Londonistan, sempre strepitante, sia diventato d’un tratto molto silenzioso.

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