«Vorrei un islam con l’appeal della libertà»

Di Lenzi Massimiliano
21 Luglio 2005
E? CONTRARIO AD UN'INTERPRETAZIONE DOGMATICA DEL CORANO, SI INTERROGA SUI CONTATTI TRA LA RAGIONE E LA FEDE ISLAMICA, E' ACCUSATO DI APOSTASIA E VIVE ESILIATO IN OLANDA. INTERVISTA A NASR HAMID ABU ZAYD, INTELLETTUALE EGIZIANO PRESENTE AL MEETING DI RIMINI

«Il tratto specifico della civiltà islamica è l’autorità esercitata dal Testo. Ciò non significa che razionalità ed altri fattori non siano importanti ma che la sua peculiarità risiede nella funzione svolta dal Corano. Vi è però una grande differenza tra il riconoscere l’autorevolezza religiosa di un testo e l’attribuirgli un’autorità assoluta su tutti gli ambiti della vita. Il Corano è un’autorità in campo religioso ma non è la cornice entro la quale contestualizzare le scoperte della scienza storica. Oggi, tuttavia, si sta rafforzando la tendenza a pensarlo come contenente già tutte le verità conosciute e conoscibili dalla ragione». Sei righe e mezzo, non una parola di più, conosciute come l’ermeneutica del Corano (l’interpretare, cioè, il testo sacro inserendolo nel contesto storico in cui era stato scritto), sono costate a Nasr Hamid Abu Zayd, intellettuale egiziano, l’accusa di apostasia nel 1995, gli attacchi violenti della stampa araba che lo additava come bestemmiatore e l’esilio in Olanda, dove vive e insegna tutt’oggi all’università di Utrecht, per sfuggire alle minacce di morte e ad una vita che si faceva sempre più angosciosa.
Professor Zayd, quale ruolo ha il dogma nella vita dell’islam di oggi e nelle sue degenerazioni fondamentaliste?
Prima cosa: il dogma provvede a che i credenti si istituzionalizzino con la stessa religione professata, accettandone la dottrina, i profeti (compreso Maometto), la loro tradizione ed il Corano. Secondo: spinge alla conoscenza circa il ringraziamento di Allah attraverso alcuni pilastri della religione islamica. La testimonianza, l’obbligatorietà della preghiera cinque volte al giorno, il sermone del venerdì, il digiuno nel mese di Ramadan. Questa è la sfera definibile come il dominio dei rituali. Nella sfera sociale, la terza, invece, il dogma insegna ai musulmani come comportarsi con gli altri, secondo i dettami di Allah, i suoi comandi, le sue prescrizioni e proscrizioni. Questo è il dominio della sharia. Ecco che il dogma agisce quindi a tre livelli: il primo, verticale, riguarda la relazione tra gli uomini e Dio. Il secondo, orizzontale, la relazione tra gli uomini ed il terzo, quello etico, investe entrambe le dimensioni. Le degenerazioni dipendono proprio da come si miscelano tra loro le tre sfere: enfatizzare un aspetto rispetto all’altro può portare al nichilismo o al fondamentalismo: nel caso la dimensione verticale venga troppo calcata si arriverà al nichilismo. Se, al contrario, sarà troppo forte la dimensione orizzontale allora prevarrà la politicizzazione con la conseguenza del fondamentalismo.
L’intellettuale Nasr Abu Zayd come vive il rapporto tra fede e ragione nella vita e nel lavoro?
Ci sono due, forse tre, modi di credere. Il primo è rappresentato dalla tradizione, dal credere perché sei nato in una certa cultura e segui quel suo sistema di valori. Il secondo modo è inquadrato dalla ragione. Tu parti dagli interrogativi della cultura religiosa di riferimento in cui vivi e ti interroghi. La domanda centrale è sempre quali sono i motivi razionali che ti spingono (o non ti spingono) a credere. Questo modo serve a comparare bene le differenze tra religioni perché razionalizzando sei portato ad interrogarti anche su altri modi d’intendere l’assoluto. Io penso che il triangolo religiosità-ragione-spiritualità è il frame-chiave della nostra vita. Non significa essere dogmatici ma vuol dire, di volta in volta, ragionando sul dogma, cercare di credere e capire. Tenendo presente, però, che se la stessa ragione diventa dogma, il dogma razionale può diventare molto più pericoloso di quello religioso.
Qual è l’aspetto principale da scardinare per poter raggiungere una vera riforma dell’islam oggi?
Io penso che la linea da affrontare è quella dell’istituzionalizzazione dell’islam. Io vorrei un islam con l’appeal della libertà, per un’educazione libera e non con il senso della religione strangolato dalle imposizioni formali dei governi, ritualistiche e rigide al dogma dell’obbedienza, della sottomissione, della schiavitù. Questa formula così eterodiretta facilita la violenza di gruppi che chiedono ancora più fondamentalismo contro i regimi corrotti. Come è possibile, invece, ritornare al potere della fede (e non della paura) facendo credere le persone e rendendole libere di costruirsi la propria vita? Questo sarà possibile se la democrazia con i suoi significati entrerà nell’islam. Questa è, per me, la riforma necessaria.
Lei hai ha parlato più volte del Corano come di un “testo culturale”: questo vuol dire che non ha nulla di divino?
No, ma la formula dell’istituzionalizzazione dogmatica dell’islam, senza considerarne il contesto, non è esatta. Il fatto è che Dio parla spesso attraverso la voce degli uomini, come noi siamo. E la voce umana è immersa nella cultura perché parla un linguaggio che riflette il tempo e lo spazio durante i quali si esprime. Se noi dimentichiamo la cultura, il canale del messaggio divino ed i suoi codici, come possiamo decifrare il messaggio? Molti studi sulla terminologia del Corano hanno dimostrato più volte quello che io sostengo. I commentatori dell’era classica dell’islam non avevano problemi nell’indicare il fatto che il Corano era indirizzato agli arabi del VII secolo ed alle loro capacità mentali, culturali, che implicavano alcuni significati a scapito di altri.
Islam e Occidente. Secondo lei i musulmani emigrati in Europa e quelli emigrati in Usa si assomigliano?
I musulmani in Europa e negli Stati Uniti non sono gruppi egemonici. Ma non dobbiamo essere troppo generalisti. Ci sono differenze tra i musulmani ma non dipendono dal paese in cui emigrano bensì da quello da cui provengono. Ci sono grandi diversità etniche e culturali tra gli islamici del subcontinente indiano, quelli del Medio Oriente e quelli dell’Africa. Purtroppo, però, le persone tendono spesso a parlare di musulmani in termini semplicistici ed un po’ naif e senza considerare, appunto, le abissali differenze.
Quale sarà il suo prossimo libro?
Non c’è ancora un progetto che possa sintetizzarsi in un solo titolo. Io sto facendo molte cose, tutte differenti: insegno, scrivo, partecipo a dibattiti, scrivo articoli in arabo e in inglese. Il tema della religiosità, della ragione e della spiritualità resta il triangolo centrale della nostra vita ed è il cuore dei miei studi. Sto organizzando un simposio, per il prossimo anno, all’università di Utrecht (dove tengo attualmente un corso dal titolo “Islam e Umanesimo”): tema chiave del simposio sarà il pensiero di Averroè.

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