Elena, intrighi da Londra a Roma a Gerusalemme
Evelyn Waugh si era convertita nel 1930. Per dieci anni aveva fatto parte della generazione dei giovani rampanti che aveva affrontato le rovine del dopoguerra con un sorriso beffardo sulle labbra, certa che nulla avesse valore e tutto fosse permesso. Era stata la repulsione per una vita senza senso a spingerla a riconoscere che «la vita qui o in qualsiasi altro posto è incomprensibile e insopportabile senza Dio». E nei romanzi successivi aveva continuato a mettere alla berlina la fatuità dei suoi contemporanei. Elena non fa eccezione. La corte di Roma con le sue vanità e i suoi intrighi è una trasparente allusione alla Londra del suo tempo (e magari anche un po’ a Mosca, con i cortigiani che cadono in disgrazia e dall’oggi al domani spariscono dalla scena e dai discorsi), dove l’unica preoccupazione è apparire e anche le conversazioni religiose non sono che concessione alle mode. Il suo Costantino vive tutto il dramma del Potere senza Grazia. La conversione al cristianesimo non incide sulla vita. Fa uccidere moglie e figlio con rimorsi non si sa quanto sinceri. Si adagia nei lussi, aborrisce la rozzezza di Roma e vuole costruire una capitale che celebri la sua nuova saggezza due templi dedicati alla Sapienza e alla Pace. Gli fa da contraltare la madre; Elena, che si è invece arresa alla semplice ragionevolezza di Cristo. Alle elucubrazioni dei mistici contrappone una elementare, salda fiducia nei fatti. Del ruolo di imperatrice mantiene l’autorità, non i vezzi. E proprio per il suo sano amore per la materialità della storia cristiana arriverà a scoprire – come tradizione vuole – la vera croce di Cristo.
Bobo
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