LO SHAKESPEARE EBREO

Di Tempi
01 Settembre 2005
SHARON HA DIMOSTRATO DI ESSERE UNO STATISTA. I PALESTINESI GUARDINO AVANTI

Uomini, donne, bambini. Erano da trent’anni i pionieri del sionismo religioso, sono stati sgomberati in un giorno dai loro fratelli dell’esercito di Tsahal. Scene di doloroso corpo a corpo. Era il 15 agosto 2005. Le abbiamo viste quelle immagini, no? Quale sia stata la causa del ritiro unilaterale dal deserto palestinese (che gli occupanti israeliani avevano trasformato in giardini e villette residenziali) l’abbiamo sentito dalle parole di Ariel Sharon.
Memorabile e temerario, il suo discorso alla nazione è stato un capolavoro di lingua della responsabilità, di realismo, di Machiavelli e di Shakespeare, di sionismo laico e della più avvertita sensibilità biblica. «Non possiamo tenere la Striscia per sempre. Vi abita oltre un milione di palestinesi e il loro numero raddoppia ad ogni generazione. Vivono in campi profughi sovraffollati, in condizioni di povertà e disperazione, in focolai di crescente odio senza alcuna speranza all’orizzonte».
Sharon il Grande, l’uomo che è nato rude soldato, ha vissuto da rozzo guerriero e – quante sono le probabilità che domani sia diverso da oggi? – si presumeva sarebbe morto da generale spavaldo, nemico di ogni road map e, da ebraico reverendo Paisley, felice di non aver concesso alla pace nemmeno un millimetro. E invece c’è stato il miracolo della libertà, è accaduto qualcosa che ha trasformato un tozzo e grezzo businessman dell’impresa bellica nell’uomo più assennato e coraggioso di tutta Israele e Palestina. Così è nato il nuovo Sharon. Così nasce uno statista (non c’è solo Gaza, basti pensare alla lettera con cui il premier israeliano ha chiesto scusa a Benedetto XVI per il polverone sollevato da un troppo zelante funzionario di ministero israeliano).
Tutto ciò è vicenda istruttiva e singolare. Singolare, perché nessuno avrebbe mai scommesso mezzo shekel su uno degli uomini più sgraziati e guerrafondai del Medio Oriente (nel suo denso curriculum di misfatti c’è la collaborazione alla strage falangista di Sabra e Chatila, per capire il suo dna di provocatore basti ricordare che prese casa nel cuore del quartiere islamico della Città Vecchia di Gerusalemme). E istruttiva, perché i palestinesi non hanno avuto fino ad oggi analoga fortuna. Infatti il futuro palestinese dipende da quando spunterà tra Gaza e Ramallah un leader capace di guidare il proprio popolo oltre l’Anp e oltre Hamas, fuori dalla cultura del sospetto e del retropensiero, fuori dal welfare state dell’odio e della disperazione, fuori dall’entità assistita politicamente e finanziariamente dalle Onu e dalle Ue, fuori dai campi profughi.
Il che presuppone ovviamente che qualcuno cominci a insegnare ai bambini palestinesi (e forse anche a quelli italiani) a camminare guardando avanti, e non con la testa rivolta all’indietro.

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