C’è Intesa sul Corriere

Di Bottarelli Mauro
01 Settembre 2005
DAVVERO RUPERT MURDOCH STA TENTENDO LA SCALATA A VIA SOLFERINO? PARE DI Sì, CON L'AIUTO DEL BANCHIERE DEL CAV. UMBERTO LIVOLSI. E LA GRANDE REGIA DI GIOVANNI BAZOLI

Il nome circolava da tempo: dietro alle mire sempre più fameliche verso il Corriere della Sera ci sarebbe Rupert Murdoch, il tycoon australiano già a capo di Sky Italia e in cerca dell’accoppiata “di controllo” digitale+quotidiano sul modello del triciclo BSkyB-The Times-The Sun con il quale lo “squalo” impone la sua opinione nell’agone politico britannico. Il problema è che, al netto delle cronache giudiziarie che vedrebbero i pm nuovamente arbitri delle contese economico-finanziarie italiane, la battaglia che sta dietro la scalata di Rcs è ben lungi dall’essere terminata. Partiamo dal protagonista: Stefano Ricucci, l’immobiliarista romano che detiene il 20 per cento del pacchetto azionario di via Solferino e che, nonostante le visite della Guardia di Finanza alla sede romana della sua Magiste, non ha intenzione di mollare l’osso, almeno per le prossime due settimane. Dopo aver abilmente abbindolato mercato e soci del Patto cedendo, attorno a Ferragosto, il 2 per cento del suo pacchetto tanto per gettare un sasso nello stagno e vedere se qualche pesce veniva a galla, il “lanzichenecco” ora intende giocare ancora. Sul mercato resta un flottante pari al 4-5 per cento di azioni Rcs a cui nei prossimi giorni potrebbe unirsi però una quantità almeno pari di azioni rastrellabili dettata dalla volontà speculativa di qualcuno intenzionato a volersi disfare, finché tempi e incertezza garantiscono una plusvalenza interessante, del pacchetto di cui è in possesso. Ricucci balla col topo e si diverte, ma la sua non è l’unica danza in atto attorno al titolo di controllo del quotidiano. Se infatti la pista che porta al magnate australiano è tutt’altro che peregrina, il domino più interessante della vicenda è quello che riguarda i movimenti bancari che sottendono l’operazione, con Giovanni Bazoli – numero uno di Banca Intesa – nel ruolo di gran cerimoniere del riequilibrio finanziario e del credito italiano. Con Alessandro Profumo volontariamente fuori dai giochi dopo la scelta del mercato estero e con Cesare Geronzi in sempre maggiore difficoltà, Bazoli ha scelto la strategia dell’attesa e della moderazione: a differenza di molti colleghi e di tanti imprenditori (da Montezemolo a Della Valle a Tronchetti Provera) non ha mai attaccato Ricucci e i suoi soci immobiliaristi, si è limitato ad osservare quanto accadeva sul mercato e a muoversi di conseguenza per il bene del suo istituto.

IL NUOVO AVVOCATO
Ma cosa c’entra Banca Intesa con la scalata Rcs di Stefano Ricucci da Zagarolo? Nei corridoi dei palazzi che contano i presenti disegnano uno scenario di questo tipo: una volta messo alle corde Ricucci e costretto a vendere il suo 20 per cento, si aprirebbe il problema dell’acquirente. E l’unico ad avere una soluzione pronta in tasca è proprio Bazoli che, muovendo il finanziere sodale Roman Zalensky, potrebbe acquisire la quota oggi di Ricucci e sommandola a quelle già in mano (attraverso Intesa e Mittel) potrebbe diventare il vero padrone del Corriere. Sarebbe un sogno che diventa realtà per il Professore di Brescia, che vedrebbe così avverarsi la prospettiva per cui ha sempre lavorato: quella di erede dell’Avvocato Agnelli, quindi nume tutelare di Romano Prodi. Al quale, infatti, da giorni predica cautela nei confronti dei Ds, poiché farsi nemico il partito di Piero Fassino significa trovarsi a gestire, una volta divenuto premier, un’ingovernabilità totale e quindi andare incontro a un alta probabilità di fallimento politico. D’altronde che la partita politica tra i Ds e la Margherita sulla cosiddetta questione morale sia tutt’altro che uno scontro titanico sui valori lo sanno anche le pietre: il fatto che Bnl, dopo la scalata di Unipol, passi di fatto dal partito di Rutelli alla Quercia non fa certo felice l’ala centrista dell’Unione, tutto qui. Che farebbero a quel punto gli altri grandi azionisti, soprattutto quelli di area centro-destra? Accetterebbero i Ligresti di vedersi ridurre il loro ruolo, fino a divenire dei semplici gregari, e non più dei co-protagonisti? Forse no e con un’offerta pubblica di acquisto ricca e consistente potrebbero mollare l’osso al nuovo padrone: Murdoch appunto, l’unico in grado, dall’alto di un impero di 53 miliardi di dollari, di fare un’offerta impossibile da rifiutare. E l’unico in grado di far felice il Cavaliere, che vedrebbe capitolare il Corriere in mani se non amiche certamente nemmeno nemiche, viste le alleanze che i Murdoch hanno con Bush negli Stati Uniti e con Blair in Gran Bretagna.
A deporre a favore di questa ipotesi – o quantomeno della sua percorribilità – c’è poi l’attivismo che negli ultimi tempi pervade la News Corporation di Murdoch, in trattativa per rilevare la tv russa Ren Tv, controllata al 70 per cento dall’oligarca di Stato e uomo di fiducia di Vladimir Putin, Aleksei Mordashov e l’acquisizione per 580 milioni di dollari della piattaforma Internet americana Intermix Media. Inoltre l’addio all’azienda di famiglia da parte del figlio Lachlan parlerebbe il linguaggio di un rimescolamento delle carte all’interno del gruppo, una sorta di rivoluzione in vista di un colpo grosso che le malelingue vorrebbero gestita con piglio decisionista dalla terza moglie del tycoon, Wendy Deng, il vero “squalo” della famiglia. C’è un ostacolo, però, che potrebbe profilarsi all’orizzonte e che spinge il negoziatore franco-tunisino e uomo di fiducia del Cavaliere, Tarak Ben Ammar, a frenare: quello della legge Gasparri, che vieta a società estere fino al 2010 di acquisire il controllo dei grandi giornali italiani. Ma, al di là della volontà già dichiarata del neo ministro Landolfi di rivederla in fretta, potrebbe muoversi anche una società italiana, una società scudo, garantita e finanziata altrove.
Ma può uno come Murdoch muoversi in un Paese come l’Italia per prendere il 10, massimo il 20 per cento di Rcs e poi dover trattare con gli altri soci, lui che chiamano lo “squalo”? E chi dice che dovrebbe accontentarsi di quella percentuale? I bene informati, infatti, non nascondono l’ipotesi di una cessione delle loro quote al tycoon australiano da parte dei “concertisti” del Patto, ovvero quei soci che off-the-record avevano già concordato il passaggio dei loro pacchetti nelle mani di Ricucci in caso questi avesse deciso di lanciare l’Opa, l’ultimo assalto al fortino del Corriere. Nonostante Londra neghi e lo faccia nella maniera più assoluta, la pista Murdoch esiste e a gestire i rapporti con il magnate dell’editoria anglo-americana sarebbe proprio Ubaldo Livolsi, il “banchiere” di Berlusconi che in una recente intervista al Corriere aveva ammesso la sua presenza in cordata proprio con Stefano Ricucci alla scalata di via Solferino, la sua volontà di aggregare soci esteri e la fattibilità di un’Opa.

MAGISTRATURA? NO, GRAZIE
E a Londra porta anche un’altra pista, quella riconducibile a Anshu Jain, il 42enne head of Global market e membro del comitato esecutivo della filiale londinese del Deutsche Bank Group, l’istituto di credito che, tra lo stupore generale, ha aperto una linea di credito per 500 milioni di euro a favore dell’immobiliarista romano. La linea di credito è stata concessa dall’ufficio rischio della banca, guidato dal tedesco Hugo Baenziger. Ora la gestione è affidata a Jain che ha anche il potere di vendere i titoli Rcs comprati da Ricucci e dati in pegno alla stessa banca nel caso l’andamento delle quotazioni imponesse la copertura di uno scarto. Due indizi non fanno una prova, ma il convertendo Fiat che a settembre svelerà i veri progetti del Lingotto riguardo il 10,291 per cento delle quote che detiene nel Patto di sindacato di Rcs per un controvalore di 700 milioni di euro potrebbe offrire il terzo, fondamentale elemento. A quel punto casa Agnelli, necessitando di capitale, potrebbe cedere le proprie quote nel patto di sindacato di Rcs garantendo a Ricucci (o più verosimilmente a chi lo usa come “ariete” ben finanziato) di entrare nel nucleo forte dell’azionariato, visto che nonostante il patto tra i soci “storici” vincoli ognuno di essi a offrire i titoli in prelazione agli altri soci, nessuno pare avere intenzione di comprare.
Perché? L’argent, la pecunia di Ricucci che secondo alcuni olet ma che nel caso di alcuni soci minoritari del cosiddetto “salotto buono” del capitalismo italiano scarseggia e non poco: se i raider non vanno bene, i capitalisti senza capitale sono ancora peggio. La partita è aperta e una cosa è certa: questa volta non sarà certo la magistratura a funzionare da arbitro. La cortina fumogena del “giudice vindice” è, oggi più che mai, soltanto la coperta sempre più corta di un insieme di poteri ormai deboli, timorosi di perdere il loro ruolo sovrastimato e la loro rendita.

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