L’ultima domanda al giudice misericordioso del carcerato Pesce Spada
«Il Pesce Spada non dorme sepolto in un campo di grano, non ha papaveri che gli fanno compagnia all’ ombra del fosso: l’ombra è andato a cercarsela sotto le lenzuola in un giorno di luglio che non prevedeva gente al mare. Abbiamo aspettato invano che alla tv annunciassero la notizia del suicidio, stupidamente abbiamo immaginato che una morte simile potesse essere confermata solo dal Tg, ma niente! Ci siamo detti: allora non è defunto! Ha mentito chi giura di aver visto portare via dalla sezione ad Elevato Indice di Vigilanza un pesante sacco lungo quasi due metri che tanto ricordava la sagoma di un uomo? Un uomo… Quanti hanno scritto di uomini; ci viene in mente Primo Levi, finanche la Fallaci e tanti altri ancora, compresi i virtuosismi senza seguito di alcuni Dirigenti della Casa di Reclusione di Spoleto, luogo dove la speranza è solo elemosina. Si faceva chiamare Pesce Spada ed era un uomo, così come lo erano Gimpel l’Idiota, Amleto, Syd Barret, Caravaggio. Perché se fosse stato un animale sarebbe stato allo zoo, al circo o addirittura libero nel mare, magari in compagnia di squali e pesci pagliaccio, o no? E se fosse stato un matto, uno psicolabile, uno che andava seguito, curato? Forse era questo il motivo che l’aveva condotto in galera. Uno come lui sarebbe piaciuto a De Andrè se solo l’avesse incontrato… Ma come sarebbe stato possibile? Le acque troppo salate in cui Pesce Spada ha trascorso buona parte dell’esistenza, non contemplano incontri con la carezza dell’avvenire che comprende e commuove. Chi si preoccupa per uno che creava inquietudine e disagio anche solo per l’aspetto fisico? Gli educatori? Quelli che s’incontrano solo alle manifestazioni socioculturali? Nooo… I Medici? Giusto, magari lo psichiatra, o lo psicologo ma anche l’oculista poteva andare bene. L’importante era avere qualcuno, possibilmente umano, come riferimento. Ci sarà chi lo piange? Dove sarà seppellito? Cosa scriveranno sulla lapide: Vincenzo Oliviero alias Pesce Spada? Per quanto poco tempo sarà ricordato? E poco importa allora che la tv non ne abbia sancito la morte. Intanto ci piace pensare che per quest’ultima volta almeno lui non abbia dovuto presentare istanza al Magistrato di Sorveglianza. Non si sentirà responsabile che i tempi non sono maturi, perché le informazioni, il trattamento… bla bla bla! Per fortuna ora ci troviamo nella Casa del Signore, Egli non giudica, ama indistintamente. Ciao Pesce Spada, mancato simulatore ora eterno latitante. Pesce Spada, tragicamente spiaggiato in un mare d’indifferenza.
I detenuti della Casa di Reclusione di Spoleto
Testo letto nella Messa del 27 luglio 2005».
Leggendo quel nome, Pesce Spada, nella dura e commovente lettera dal carcere di Spoleto, il cuore ha avuto un sobbalzo e la memoria è tornata ad altri tempi e pensieri. Ai primi anni Novanta, nel carcere di Voghera, tra i “duri” della sezione speciale, dove Vincenzo, quel ragazzone con già alle spalle lunghi anni di galera e di malavita, cercava con lo studio, il disegno, il teatro una via di scampo tra l’infamia e il nulla del carcere. Mi ricordo la sua passione per la matematica: lo affascinavano le formule, le funzioni, i grafici, la possibilità di arrivare a una soluzione di problemi apparentemente astrusi con la fredda logica del ragionamento o l’improvviso lampo di genio che a volte scaturiva dalla sua follia. Come con gli scacchi. Qualche volta giocavamo insieme immergendoci per un po’ in un mondo in cui anche un pedone può dare scacco al re, dove le regole valgono per tutti, dove l’avversario è anche un compagno di giochi. Parlando di possibili progetti di rappresentazioni teatrali e di mostre di quadri mi aveva raccontato qualcosa di sé, dei suoi problemi – non poter vedere la moglie e la figlia, le condanne, non sempre giuste, che si accumulavano assommando ergastoli a decenni, lunghi anni d’isolamento e nuove restrizioni e differenziazioni… Storie di tanti qui, storie di ordinaria galera. Poi un trasferimento, e non ci siamo più incontrati, non ho saputo più nulla di lui, fino a questa lettera al Faro. E quasi un senso di disagio, e la domanda: perché lui e non io? La domanda ineludibile sui sommersi ed i salvati in questo universo concentrazionario che ci comprende tutti, liberi e prigionieri, giudici ed imputati. Una domanda cui solo la Fede può dare una risposta. Quella fede in un Giudice misericordioso cui forse Vincenzo, col suo tragico gesto, ha voluto tentare un ultimo disperato appello.
Mario Tuti
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