I pirati di Bin Laden

Di Respinti Marco
04 Agosto 2005
UN ROMANZO AMERICANO RACCONTA LA POCO CONOSCIUTA VICENDA DEL TRAFFICO DI SCHIAVI BIANCHI OPERATO PER SECOLI DAI MUSULMANI. IN ATTESA DI TRADUZIONE

Capita che pochissimi abbiano sentito anche solo nominare l’immondo traffico di schiavi bianchi effettuato per secoli dai musulmani. Ignorati dai governi dei loro stessi paesi e costretti a sopportare le condizioni più disumane, di quegli schiavi dimenticati sopravvissero poche persone. Per questo Giles Milton si è preso la briga di raccontarne le vicende attraverso il libro White Gold: The Extraordinary Story of Thomas Pellow and Islam’s One Million White Slave, fresco di stampa per i tipi della newyorkese Farrar, Straus and Giroux, che rievoca le traversie di un mozzo della Cornovaglia, Thomas Pellow, capitato nelle avide grinfie dei sottomessi ad Allah.
Milton, che scrive di un milione di europei ridotti in catene e messi in vendita nei mercati dell’Africa settentrionale, è uno degli storici britannici contemporanei più apprezzati. Soprattutto perché racconta l’history come fosse una story. Specialista di marinerie, piraterie, colonie britanniche nel mondo e commerci del Sei-Settecento, il suo titolo italiano più recente è targato Rizzoli 2003, Il samurai che venne dall’Europa. L’avventura di un inglese nel Giappone del Seicento: storia del naufrago William Adams, il primo inglese giunto in un “Cipango” in mano ai trafficoni e divenuto poi consigliere del grande shogun Ieyasu Tokugava. La storia del suo nuovo White Gold è invece questa. Correva l’estate del 1716. Pellow e 51 suoi compagni vennero abbordati in mare dai corsari della Barberia di Ali Hakem. Hakem era un duro, uno convinto. Aveva dichiarato guerra alla cristianità, tutta e intera, e conseguentemente si era preso sul serio. Appena poteva, infliggeva colpi ferali alla Francia, alla Spagna, alla Gran Bretagna e all’Italia, attaccandone i navigli, distruggendone i commerci, uccidendone gli uomini e schiavizzandone i prigionieri. Osava Hakem, e molto. Tanto da spingersi a prelevare pure alcuni europei direttamente nelle loro abitazioni. La sua grandiosa e capillare rete schiavistica ad Algieri, Tunisi e Salé in Marocco era solo una delle armi con cui aveva deciso di scagliare la spada dell’islam contro gli odiati “crociati”.
Pellow e i suoi amici finirono così di fronte al sultano del Marocco, Moulay Ismaïl, impegnato nella costruzione di un sontuoso palazzo imperiale. Di dimensioni mai viste e interamene costituito con la manodopera prestata dagli schiavi cristiani. Le condizioni di vita e di lavoro erano insopportabili, e gli schiavi perivano come mosche. Per sopravvivere, Pellow si convertì, almeno nominalmente, all’islam e così le sue condizioni migliorarono un poco. Divenne cioè uno dei servi personali del sultano. E un testimone diretto dei suoi sistemi di governo e di amministrazione, poco più che bestiali. Il Marocco era infatti al tempo un regime di terrori quotidiani.
Dopo la bellezza di 20 anni, Pellow riuscì a fuggire e a tornare in Gran Bretagna. Fu uno dei pochi sopravvissuti di quell’ecatombe, uno dei pochissimi che ebbe la possibilità di raccontare all’Occidente i dettagli di un incubo. Quella della pirateria schiavista islamica fu una tragedia che funestò il mare Mediterraneo a lungo, troppo a lungo.

L’Al Qaeda del 1800
Fu per questo che, due secoli dopo, il neoeletto presidente Thomas Jefferson (quello che ancora ostinatamente si continua a definire un “progressista”) scatenò contro i corsari di Barberia la flotta degli Stati Uniti nella prima guerra “imperialista” e “neocon” della storia del Nuovo Mondo. Senza discuterne al Congresso né in pubblico, lanciandola da basi straniere con alleanze di breve termine e combattendola con metodi non-convenzionali (commando, indigeni e servizi segreti), il presidente “pacifista” dichiarò nel 1801 la prima guerra contro il terrorismo islamista: quello che colpiva l’Occidente massacrandone i commerci e i commercianti secondo una strategia a dire il vero ben poco dissimile da quella di Al Qaeda che con le Torri Gemelle ha travolto le comunicazioni e il cuore finanziario del free-trade statunitense. La straordinaria offensiva di Jefferson si concluse dopo quattro anni di guerra con una scena da film di John Wayne. William Eaton, console americano a Tunisi, percorse 520 miglia nel deserto alla testa di arabi disillusi, mercenari europei e 8 marine, prese il nemico alle spalle e trionfò a Derna, la seconda città nemica per importanza.
Era il 27 aprile 1805. La pace duratura venne poi con il regime change. Racconta tutto il bellissimo libro di Joseph Wheelan, Jefferson’s War: America’s First War on Terror, 1801-1805 (Carroll & Graf, New York 2003).

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