La ricetta del signor Rossi

Di Bottarelli Mauro
08 Settembre 2005
FAZIO DOVREBBE DIMETTERSI. MONTEZEMOLO DICE OGGI COSE CHE NEGAVA UN ANNO E MEZZO FA, PECCATO NON AVESSE CAPITO. PARLA NICOLA ROSSI, ECONOMISTA DI D'ALEMA

Al momento in cui questo numero di Tempi andava in stampa la situazione attorno alla figura del presidente di Bankitalia, Antonio Fazio, faceva registrare un esemplificativo scontro all’interno della maggioranza. Dal workshop Ambrosetti di Cernobbio, infatti, a stretto giro di posta giungevano le indicazioni contrastanti del ministro delle Finanze, Domenico Siniscalco – secondo il quale il Consiglio dei Ministri attendeva le dimissioni dell’inquilino di Palazzo Koch e ora si muoverà nelle sedi istituzionali per ottenerle – e quello del Welfare, Roberto Maroni, per il quale l’attacco del collega andava ritenuto unicamente una «posizione personale» avulsa da qualsiasi indicazione ufficiale dell’esecutivo. Ma al di là delle valutazioni che ognuno di noi può dare dell’atteggiamento tenuto da Antonio Fazio nelle vicende riguardanti le scalate in atto, una questione appare chiara: perché solo ora questo attacco concentrico contro il governatore, quando un anno e mezzo fa gli scandali Cirio e Parmalat devastarono – oltre al sistema economico italiano – le tasche di centinaia di migliaia di risparmiatori senza che la canea del moralismo politico facesse partire la sua grancassa, con coté di intercettazioni da Bar Sport pubblicate sui quotidiani di mezza Italia e toni da Argentina? Quei veri e propri buchi del sistema non meritavano indignazione, non erano sufficientemente gravi da chiedere conto al “controllore” di Bankitalia? Non è che qualcuno, nei palazzi della politica e dell’economia, spera che ancora una volta – come durante Tangentopoli – sia la magistratura a risolvere a colpi di avvisi di garanzia materie la cui importanza imporrebbe scelte politiche chiare? Abbiamo ragionato attorno a questi interrogativi con Nicola Rossi, parlamentare diessino ed economista di riferimento di Massimo D’Alema, un riformista ante litteram che più di una volta ha avuto il coraggio di infrangere tabù e giudizi di parte.
Onorevole Rossi, come si esce da questa situazione?
Intervenendo alla radice del problema. La mia sensazione è che non aver intuito la portata di quanto stava accadendo dopo lo scoppio di due scandali finanziari della portata di quelli Cirio e Parmalat sia stato un errore politico di enormi dimensioni: la maniera con cui la questione è stata esaminata e affrontata dalle persone chiamate a esprimere un giudizio al riguardo rappresenta uno spartiacque, chi non ha capito questo non ha capito tante cose. La vicenda connessa a quei default era uno dei punti chiave della legislatura, non averlo compreso o non averlo voluto comprendere non è un bel segnale per il Paese. Intendiamoci, la questione non è cambiare governatore, cambiare un nome, ma riscrivere le regole del mercato finanziario italiano. Chi non l’aveva capito e non lo capisce dovrebbe fare un po’ di esame di coscienza: il paese ha bisogno di regole, il cui complesso negli ultimi due anni ha fallito, non di nominalismi. Dopo lo scandalo Cirio e Parmalat bisognava intervenire entro sei mesi, invece con l’immobilismo abbiamo inferto colpi che ci vorranno anni per sanare. Chi a livello politico si è pervicacemente opposto affinché si arrivasse a una nuova legge sul risparmio in tempi brevi ha arrecato tali danni al Paese da non meritare di essere ricandidato.
Un giudizio molto netto, vale per la Casa delle Libertà come per la sua Unione, immagino?
Certo, anche se va detto che il governo ha fatto di tutto per bloccare la nuova legge sul risparmio. Detto questo non voglio nemmeno nascondere che all’epoca dei due grandi crack ci furono alcuni politici appartenenti ad entrambi gli schieramenti che capirono la portata del problema: non mi è difficile, ad esempio, dare atto a Giulio Tremonti di aver intuito da subito quale fosse la strada da seguire. E con lui alcuni esponenti politici che presero parte al convegno organizzato dall’Aspen Institute sulla riforma del risparmio, tutte personalità accomunate dalla convinzione che le vicende Cirio e Parmalat investissero l’intero sistema finanziario italiano, Bankitalia compresa. Quindi arriviamo al nodo attuale: occorre cambiare l’authority del sistema. E quelle persone, Giulio Tremonti in testa, sarebbero andate avanti su questa strada se non ci fossero state le barricate mercantili del governo affinché quella riforma non si facesse.
Non si può negare che esista un livello politico della polemica, ovvero il fatto che questo scandalo Fazio sia un buon alibi per qualche resa dei conti anche tra alleati politici? Cosa ne pensa?
Io penso che il problema che si pone è quello della credibilità del Paese, anche se non sono ininfluenti le grandi manovre del sistema finanziario a cui assistiamo, non posso certo negarlo. Non è però irrilevante che chi già all’epoca capì la portata del problema ponesse la questione proprio a livello di mancanza di credibilità italiana sui mercati internazionali. Bene, questo diverso atteggiamento rappresenta una divisione netta e dirimente tra una visione strettamente provinciale delle cose e chi invece vede che l’Italia gioca anche fuori casa propria.
Tra questi dovrebbe esserci il capo di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo, che invece non sembra troppo preoccupato: come valuta il suo atteggiamento?
Buona domanda questa. Io ricordo soltanto che l’anno scorso Montezemolo disse che non era rilevante che la questione Bankitalia fosse discussa nella nuova legge sul risparmio. Diciamo che personalmente non posso annoverarlo tra chi ha capito il problema ed ha agito di conseguenza. Capisco la prudenza imposta dal suo ruolo ma un argomento del genere imponeva che si prendesse una posizione e la si mantenesse: oggi come oggi c’è da essere contenti che condivida anche lui determinate posizioni, peccato che questo dovesse avvenire nell’ultimo anno e mezzo e non soltanto adesso. è un peccato, un vero peccato.
Diciamo che non ha usato il fioretto. E il governo?
Secondo lei c’è un governo? C’è un gruppo di simpatici signori che si riunisce a Palazzo Chigi per dire tutto e il contrario di tutto, spesso e volentieri ognuno contro l’altro.
Siamo passati al bazooka, adesso. Ma, parliamoci chiaro, a suo avviso Antonio Fazio deve dimettersi o no dalla carica?
Una persona che riveste un’alta carica istituzionale non solo deve chiedersi se i suoi atti sono giusti, ma anche domandarsi ogni giorno se la sua permanenza al suo posto arrechi o meno danno al Paese. Fazio si è posto la prima domanda, mai la seconda. A mio avviso la credibilità del Paese avrebbe visibilmente bisogno di un atto di sensibilità da parte sua. Per una ragione semplice: il resto del mondo tende a pensare che per quanto dure, le battaglie debbano essere condotte con poche ma ferree regole. Le quali non contemplano telefonate notturne a un proprio controllato: questo implica che accettiamo il fatto che l’autorità monetaria sia organo arbitro terzo. E la legge sul risparmio si è fermata per questo, perché c’è chi pensa che non debba essere così.
Tortuoso ma chiaro. A latere della questione Fazio, però, c’è un bello scontro tra voi e la Margherita: tira brutta aria nell’Unione, vero onorevole Rossi?
Le polemiche politiche con la Margherita ci sono, inutile negarlo, ma mi pare che la questione Bnl stia andando avanti e che ci siano una serie di authorities che stanno vagliando. Io ho sempre ritenuto, fin dall’inizio, quella di Unipol un’operazione ambiziosa ma rischiosa, anche se il giudizio vero spetta ad azionisti e mercati, non alla politica. Io so soltanto che da quelle intercettazioni viene fuori un quadro del Paese, in quasi tutte le sue angolature, a volte francamente desolante.
Non che i giornali ne escano bene, sembra un’operazione da repubblica delle banane, non le pare?
Anche l’aspetto della pubblicazione non è commendevole, infatti. Anzi, usare materiale che gli inquirenti hanno ottenuto giustamente spiattellato sui giornali è una vicenda che offre anche in questo caso un quadro del Paese non confortante.
Come giudica queste scalate in atto?
Continuo a pensare che il fatto che ci siano società contendibili sia nella fisiologia del mercato. Servono però, per chi opera, trasparenza (ovvero chi scala società quotate dovrebbe essere quotato) e rispetto delle regole: e mi sembra che per quanto riguarda la vicenda Rcs sia stato violato tutto il violabile.

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