Fiamme ad Oriente
«Il tempo non aspetta nessuno», cantava vent’anni fa Freddy Mercury per mettere in guardia dal pericolo dell’olocausto atomico; fosse vivo oggi, dovrebbe ripetere l’esibizione sulle due sponde del Mediterraneo per svegliare parecchi che sonnecchiano su questioni altrettanto serie. Hosni Mubarak crede di poter giocare al presidente democraticamente eletto permettendo il 7 settembre prossimo ad una pattuglia di oppositori, per la prima volta da quando lui è in carica, di candidarsi contro di lui in un voto presidenziale che si annuncia senza storia, ma intanto Al Qaeda consolida le sue basi nel Sinai e prepara nuovi attacchi dopo quelli di Taba e Sharm El Sheik. Un’autobomba qui, un’autobomba là, Bashar El Assad credeva di poter continuare a fare il bello e cattivo tempo in Libano anche dopo il ritiro delle truppe siriane, ma l’inchiesta delle Nazioni Unite sull’assassinio dell’ex premier Rafic Hariri ha prodotto l’arresto di quattro ex responsabili dei servizi di sicurezza libanesi legati alla Siria e si sta pericolosamente avvicinando al palazzo da cui partirono gli ordini per l’operazione, con conseguenze imprevedibili. In fine, gli europei si dilettano in dispute sul meticciato e il multiculturalismo, sulle credenziali di questo o quell’esponente islamista da cooptare nelle istituzioni, mentre Al Qaeda si prepara a celebrare il quarto anniversario dell’11 settembre con una campagna apparentemente destinata ad investire l’Europa.
Chi dirige Al Qaeda, chi deve colpirci
Cominciamo da quest’ultima minaccia, che ci riguarda direttamente. E cominciamo col dire che quello che molti “esperti” stanno ripetendo da un paio di anni a questa parte, e cioè che Al Qaeda è diventata un “marchio in licenza”, utilizzato da un pulviscolo di gruppi terroristi spontanei e non coordinati, non è vero per niente. Dopo una fase di sfilacciamento successiva al rovesciamento dei talebani in Afghanistan Al Qaeda si è riorganizzata con una struttura gerarchica e articolata, che ha coordinato gli attacchi di Londra e Sharm El Sheik come già l’anno scorso quelli di Madrid e Istanbul. L’organizzazione è diretta da un Consiglio presieduto da Osama Bin Laden, ma i poteri reali sono detenuti dai direttori dei cinque comitati che coordinano l’azione di Al Qaeda nel mondo. Il comitato politico è diretto dall’egiziano Ayman Al Zawahiri, il vero numero uno di Al Qaeda; il comitato militare, che individua o approva gli obiettivi è diretto dall’ex ufficiale di polizia egiziano Saif Al Adel; il comitato responsabile per gli armamenti e la logistica è diretto dal figlio maggiore di Osama, Saad Bin Laden; il comitato finanziario, che organizza le raccolte di fondi nella penisola arabica e in Pakistan, è guidato da Said Bilal (sudanese); il controspionaggio, infine, è diretto dal palestinese Kamel Al Husseini (noto anche come Abu Al Abrash Al Falistini). A questa suddivisione dei compiti si sovrappone poi una ripartizione per aree territoriali. L’Europa e il Nordafrica formano un’unica area sotto la responsabilità del marocchino Abdelkarim Al Medjati, organizzatore degli attentati di Madrid. Secondo alcune fonti Al Medjati sarebbe stato ucciso nell’aprile scorso in Arabia Saudita e sostituito da un altro elemento proveniente dal Gruppo islamico combattente marocchino. Tuttavia l’entità marocchina sarebbe soprattutto il punto di riferimento della struttura logistica in Europa, ma le linee operative arriverebbero direttamente dall’Irak, dalle basi segrete di Abu Musab Al Zarqawi nella provincia di Al Anbar. Lì è stato deciso di colpire, nelle prossime settimane, Italia e Olanda, paesi che partecipano alla forza multinazionale in Irak, e sono stati attivati i terroristi che dovrebbero farlo, l’identità di alcuni dei quali è già nota: Adnan Al Moussain (siriano), Mohammad Nadir (pakistano), Hussain Delower e Hussein Karimal (bangladeshi) e l’iracheno Abu Abdelrahman Al Jazaeri. Tutti e cinque sono stati segnalati in Arabia Saudita fra luglio e agosto. Fra i loro propositi c’è quello di abbattere aerei civili in fase di decollo per mezzo di lanciarazzi portatili. Del coordinamento di queste e altre operazioni terroristiche fuori dall’Irak Al Zarqawi ha incaricato come suo luogotenente il siriano Mustafa Sit Maryam, appartenente ad una delle più importanti tribù di Aleppo e coinvolto negli attentati di Madrid.
Il canale di Suez in pericolo
Per quanto riguarda l’Egitto, le indagini sugli attentati di Taba (ottobre 2004) e Sharm El Sheik (luglio scorso) hanno rivelato che cellule di Al Qaeda sono attive da tempo nella penisola del Sinai e ora anche ben ramificate, come dimostrano l’attentato che ha ferito due soldatesse canadesi dell’Onu il 15 agosto e le trappole esplosive che hanno colpito blindati egiziani il 24 e 25 agosto (almeno quattro morti), tutti episodi accaduti nel Sinai settentrionale. La penetrazione è stata favorita dai pessimi rapporti fra le forze di sicurezza egiziane e gli abitanti del Sinai, un milione e 200 mila beduini e palestinesi esasperati dal pugno di ferro dei militari. Grazie alla complicità dei beduini ostili al regime di Mubarak, il Sinai è diventato il terminale di una specie di “sentiero di Ho Chi Minh” dei terroristi di Al Qaeda che parte dalla Siria e attraversa la Giordania per poi varcare il confine egiziano. Gli attentatori di Aqaba, che il 19 agosto scorso hanno tentato senza riuscirci di colpire coi loro razzi due navi da guerra americane alla fonda e si sono fatti arrestare in 12, erano arrivati lì dalla Siria. Il problema è molto serio per Mubarak, perché dopo l’industria turistica il prossimo bersaglio dei terroristi potrebbero essere le navi che attraversano il canale di Suez, l’altra grande fonte di entrate (ben 3 miliardi di dollari l’anno) dello Stato egiziano. Ma è serio anche per l’Europa: uno degli autori dell’attentato di Taba era proprietario di una fattoria ad El Arish, nel nord del Sinai, che produceva principalmente semi di ricino. Da essi si ricava la ricina, potente veleno contro cui non esistono rimedi e che da anni Al Qaeda si propone di utilizzare nei suoi attentati: le truppe americane ne trovarono le tracce nei siti dell’organizzazione in Afghanistan, a Londra un terrorista algerino è sotto processo per avere tentato di produrla.
Assad incriminato per Hariri?
Concludiamo con le buone notizie. In una conferenza stampa Detlev Mehlis, il procuratore tedesco incaricato dell’inchiesta Onu sulla morte di Rafic Hariri, ha affermato che i quattro militari libanesi responsabili dei servizi segreti arrestati il 30 agosto e interrogati come indiziati dell’assassinio sono una parte del quadro del delitto, e che è necessario proseguire le indagini per individuare tutti i colpevoli. Tutti hanno capito che gli indizi puntano molto in alto: fra i quattro arrestati c’è anche il generale Mustafa Hamdan, responsabile della sicurezza del presidente Emil Lahoud; e mentre Mehlis ha affermato che si aspetta la massima collaborazione da Damasco, dove intende recarsi, pochi giorni prima un portavoce Onu aveva chiarito che la Siria non aveva risposto alle richieste di mettere a disposizione materiale documentale e cinque testimoni. Secondo alcune fonti, transfughi siriani e libanesi dei servizi segreti e delle forze armate hanno manifestato all’intelligence francese la propria disponibilità a rivelare il ruolo dei rispettivi presidenti in carica, Assad e Lahoud, nell’attentato che costò la vita ad Hariri e ad altre 20 persone. La situazione si è fatta talmente delicata che alcuni dei principali politici libanesi hanno giudicato prudente trasferirsi all’estero (fra loro Walid Jumblatt e il figlio di Hariri Saad), l’inviato della Ue Javier Solana e quello dell’Onu per il Medio Oriente Terje Larsen hanno annullato le loro visite a Beirut e il presidente siriano Assad sta per annullare la sua partecipazione al summit che si svolgerà al Palazzo di Vetro a New York fra il 14 e il 16 settembre. Meglio non farsi vedere da quelle parti in un momento come questo.
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