Sotto l’acqua e sopra il cielo di New Orleans

Di Faulkner William
08 Settembre 2005
BATTAGLIE PER AVER SALVA LA VITA, SACCHEGGI, SPARI, PUTRIDE CARCASSE DI ANIMALI MORTI GALLEGGIANTI, FUGHE SUI TETTI. SESSANTASEI ANNI FA LA PIENA DEL MISSISSIPPI, OGGI KATRINA. IERI COME OGGI LE MEDESIME MISERIE E LO STESSO EROISMO. ECCO COME FAULKNER LO DESCRIVE ATTRAVERSO GLI OCCHI DI UN EVASO CHE SI FERMA A SOCCORRERE UNA DONNA INCINTA, PERDENDO LA PROPRIA LIBERTA' MA SALVANDO LA PROPRIA DANNATA ANIMA

La scelta dei testi di William Faulkner è tratta dal romanzo Le palme selvagge del 1939. Il romanzo racconta due storie parallele. La prima, col titolo che poi sarà quello del romanzo, narra di due amanti, della loro fuga d’amore, di un procurato aborto, della tragedia e della suggerita redenzione di una vita impossibile. La seconda parte, dal titolo “Il Vecchio” (“The Old”, vale a dire il fiume Mississippi), da cui sono prese le citazioni, racconta di un forzato che si ritrova d’improvviso solo e libero su una barca, ma che va a salvare una donna incinta, l’aiuta a partorire, porta madre e figlio in salvo e infine si riconsegna, aggiungendo dieci anni di condanna ai centonovantanove già presi. L’ambiente è quello della piena del Mississippi nel 1927, che investì tutto il delta del fiume, da Memphis a Vicksburg, da Baton Rouge a New Orleans. Il titolo The Wild Palmes fu imposto a Faulkner dall’editore, in quanto l’autore avrebbe voluto chiamarlo “If I Forget Thee, Jerusalem”.
Francesco Valenti

«Mi sa che questo vuol dire che cederanno stanotte» disse un forzato. (.) Fu così che, tra l’improvvisa selvaggia speranza, la giornata di ozio, e i titoloni della sera, essi stavano dormendo un sonno irrequieto sotto il picchiettare della pioggia sul tetto di lamiera, quando a mezzanotte l’improvviso bagliore delle torce elettriche e le voci delle guardie li risvegliarono, ed essi udirono il pulsare degli autocarri in attesa. «Fuori!» gridò il vice. Era vestito di tutto punto: stivaloni di gomma, fucile e pistola. «L’acqua ha sfondato un’ora fa al Mound’s Landing. Alzatevi e uscite fuori!».

* * *

Era tutto quasi perfettamente piatto, perfettamente immobile. Appariva non innocuo, ma mite. Appariva quasi schivo. Appariva quasi che ci si potesse camminare sopra. Appariva talmente immobile ch’essi non si accorsero del suo movimento finché non arrivarono al primo ponte. V’era un fossato, sotto il ponte, un ruscello, ma fossato e ruscello erano entrambi invisibili, adesso indicati soltanto dalle file di cipressi e di rovi che segnavano il suo corso. (.)
Adesso l’acqua era da entrambi i lati della strada, e adesso, come se una volta accortisi del movimento dell’acqua questa stesse abbandonando ogni inganno e dissimulazione, sembrava loro di poterla vedere salire per i fianchi del terrapieno; alberi che qualche miglio addietro si elevavano sull’acqua con tutto il tronco sembravano ora sorgere dalla superficie al livello dei rami più bassi come alberelli decorativi su prati rasati. Il camion passò dinanzi a una capanna di negri. L’acqua era arrivata ai davanzali. Una donna che stringeva due bambini era accovacciata in cima al tetto, un uomo e un ragazzotto, con l’acqua alla vita, stavano issando un maiale strillante sul tetto spiovente d’una stalla, sulla sommità del quale erano schierati una fila di polli e un tacchino. Sopra un pagliaio vicino alla stalla una mucca legata a un montante muggiva senza interruzione; un ragazzo negro a cavalcioni d’un mulo senza sella urlava e lo frustava incessantemente, le gambe strette alla pancia della bestia, il corpo piegato in avanti a tirare una corda attaccata a un secondo mulo, e s’avvicinava al pagliaio sguazzando e affondando. La donna sul tetto della capanna cominciò a gridare all’indirizzo del camion, e la sua voce giungeva debole e melodiosa al di sopra dell’acqua marrone, facendosi sempre più debole via via che il camion s’allontanava, e cessò alla fine, se a causa della distanza o perché ella aveva cessato di gridare quelli del camion non sapevano. (.)

* * *

Era un battello a fondo piatto; per tutta la giornata aveva rastrellato bracci del delta frondeggiato di cipressi e alberi della gomma e campi di cotone (dove talvolta invece di galleggiare andava a guado) raccogliendo il suo pietoso carico dai tetti delle case e dei granai e anche dalla cima degli alberi e ora giungeva in quella effimera città della sciagura e della disperazione ove le lampade ad acetilene fumigavano sotto la pioggerella e gli improvvisati lampioni elettrici mandavano riflessi sulle baionette delle guardie e sui bracciali dei medici e delle infermiere della Croce Rossa e degli addetti alla sussistenza. La sommità dell’argine era quasi tutta piena di tende, e tuttavia c’era più gente che ricoveri per contenerla; stavano seduti o sdraiati, da soli o a famiglie intere, sotto i ripari che potevano trovare o talvolta addirittura sotto la pioggia, nella quasi morte della profonda prostrazione, mentre i medici, le infermiere, i soldati passavano loro sopra, attorno e in mezzo.

* * *

Né guardò più in alto ora, vide soltanto che stava per andare a sbattere, gli parve di sentir scorrere attraverso la materia insensibile di cui era fatta la barca una corrente avida, gioiosa, maligna e incorreggibile pervicacia; e lui, che mai aveva cessato di battere la blanda acqua traditrice con quello che credeva essere il limite delle sue forze, da qualche ultima riserva trasse ora un’ultima capacità di resistenza, una volontà di resistenza che sforava i soli muscoli e nervi, e continuò a battere con la pagaia fino all’istante dell’urto, compiendo l’ultimo affondo e ritorno per puro riflesso disperato, come un uomo che scivola sul ghiaccio cerca di afferrare il cappello e il portafogli, mentre la barca urtava, lanciandolo ancora una volta bocconi sul fondo.

* * *

«Ci ha messo un bel po’», e lui, che fino a quel momento non aveva avuto né il tempo né alcuna ragione di alzare gli occhi più alto della prua, guardò su e vide, seduta su un albero, una donna che lo guardava. Non era distante più di tre metri. Sedeva su uno dei rami più bassi di uno degli alberi che formavano l’intrico nel quale si era incagliato, con una vestaglia di cotone, una giacca da soldato e un cappello da sole, una donna che egli non si scomodò a esaminare dato che quella prima occhiata stupita era bastata a rivelargli tutto di lei, vita, ambiente, generazioni, una donna che avrebbe potuto essere sua sorella se egli avesse avuto una sorella, sua moglie se non fosse entrato nel penitenziario in un’età appena più avanzata dell’adolescenza e qualche anno prima dell’età in cui perfino la sua razza prolifica e monogama usa sposarsi – una donna che sedeva aggrappata al tronco di un albero coi piedi nudi entro delle scarpacce da uomo slacciate a meno di un metro dall’acqua, che era molto probabilmente la sorella di qualcuno e certamente (senza dubbio avrebbe dovuto esserlo) la moglie di qualcuno, benché di nuovo egli fosse entrato nel penitenziario in troppo giovane età per scoprirlo, avendo delle donne un’esperienza più che altro teorica.

* * *

Continuò a pagaiare benché la barca avesse del tutto cessato di avanzare ma sembrasse appesa nello spazio mentre la pagaia affondava, dava uno strappo, ritornava e ancora affondava; ora invece che dallo spazio, la barca si trovò d’un tratto circondata da una valanga di relitti – tavole, piccole, costruzioni, carogne di animali annegati e tuttavia grotteschi, interi alberi affioranti e riaffioranti come delfini, sopra i quali la barca sembrò librarsi con imponderabile e aerea decisione, come un uccello sopra un paesaggio, fuggente che non sappia dove posarsi o addirittura se posarsi, mentre il forzato vi stava acquattato, sempre continuando il movimento di pagaiare in attesa di un’occasione per mettersi a urlare. Ma non venne. Per un istante la barca parve ergersi sulla poppa, e poi si proiettò sulla muraglia d’acqua ricurva dimenandosi e arrampicandosi come un gatto, e si slanciò sopra la cresta vibrante e restò davvero sospesa e dondolante tra i rami di un albero, dalla cui pergola di ramoscelli germoglianti e di rami il forzato, come un uccello nel suo nido, e sempre in attesa dell’occasione per mettersi a urlare e sempre continuando il movimento del remare, benché ormai non avesse nemmeno più la pagaia, guardò giù, a un mondo fattosi furioso movimento in incredibile inversione.
Poco prima di mezzanotte, accompagnata da un rullante bombardamento di tuoni e di lampi come una batteria in azione, quasi che dopo quaranta ore di stitichezza degli elementi il firmamento stesso si scaricasse in una rumorosa, balenante salva di finale acquiescenza, in una scarica disperata e furibonda, e sempre alla testa di quella valanga di mucche morte, di muli, di capanne e di pollai, la barca passò Vicksburg. Il forzato non se ne accorse. Non guardava abbastanza alto sopra l’acqua, sempre acquattato, afferrato ai bordi della barca a fissare il giallo guazzabuglio che lo circondava dal quale alberi interi, gli aguzzi abbaini delle case, i lunghi tristi musi dei muli ch’egli respingeva con un pezzo di tavola tirato via da chissà dove mentre passava (e che con quegli occhi senza vista sembravano restituirgli lo sguardo con aria di rimprovero, le froge flaccide, increduli nel loro stupore), affioravano e tornavano a scomparire, mentre la barca avanzava talvolta di prua, talvolta di fianco, talvolta di poppa, talvolta nell’acqua e talaltra sopra il tetto delle case e sugli alberi e perfino sul dorso dei muli come se nemmeno nella morte potessero sfuggire alla sorte di animali da soma cui la loro razza eunuca è dotata.

* * *

«Sì» gridò lui, un grido selvaggio, disperato, incredulo. «Aspetti. Vado a costituirmi e poi dovranno.». Non terminò, non aspettò di finire; raccontò anche quello: incespicando, sguazzando, cercando di correre ansimando e singhiozzando, l’aveva vista: un’altra piattaforma di carico che s’elevava sopra l’acqua gialla, le figure kaki sopra di essa, come nell’altra, identica, la stessa; raccontò come le giornate successiva a quel primo innocente mattino si fossero allontanate di colpo, svanite d’un tratto come se mai fossero state, i due istanti contigui e successivi (successivi? simultanei), e lui non trasportato attraverso uno spazio ma semplicemente rotolando, incespicando, sguazzando, si fosse messo a berciare con voce gracchiante. Udì il grido sorpreso «Eccone là uno!»; l’ordine, il fragore dell’equipaggiamento, il grido allarmato: «Eccolo là! Eccolo là!».
«Sì!» gridò lui, correndo incespicando. «Sono qui! Eccomi! Eccomi!» e continuando a correre si cacciò a capofitto nella prima raffica di colpi disordinati, fermandosi in mezzo alle pallottole, agitando le braccia, urlando «Voglio costituirmi! Voglio costituirmi!» guardando non con terrore ma con un’indignazione stupefatta e assolutamente insopportabile come un gruppetto di figure kaki accovacciate si fosse aperto scoprendo la mitragliatrice, il muso tozzo e ottuso, obliquo, abbassato e puntato su di lui, e lui che continuava a gridare con la sua aspra voce di cornacchia «Voglio costituirmi! Non mi sentite?» e continuò a gridare anche dopo essersi girato di strappo, dopo essersi tuffato inciampando, sguazzando, finché non si trovò sommerso completamente e udiva le pallottole affondare nell’acqua, tac tac tac, sopra di lui che si dimenava sul fondo e si rimetteva a berciare ancor prima di rimettersi in piedi e ancora tutto sommerso salvo per le sue inconfondibili natiche che si buttavano in avanti, il grido offeso che gli gorgogliava dalla bocca e gli saliva su per il viso, giacché l’unica cosa che egli voleva fare era costituirsi.

* * *

Erano nella barca al centro di quella vasta e placida conca senza confini attraverso la quale la piccola imbarcazione spedita andava, portata dall’irresistibile coercizione d’una corrente diretta, dove egli ancora una volta non sapeva, le nitide, piccole, irraggiungibili cittadine circondate da querce sempreverdi, irraggiungibili come miraggi, apparentemente attaccate a nulla, sull’arioso e immutabile orizzonte. Egli non vi credeva, non gli importava di esse, era condannato; erano meno delle immagini che forma il fumo o il delirio, e lui che continuava quel suo incessante pagaiare senza meta e senza speranza ormai guardando di quando in quando la donna seduta con le ginocchia tirate su e strette, il suo intero corpo formante un solo terrificante nodo, mentre i fili di saliva sanguinante le scivolavano giù dal labbro inferiore nella morsa dei denti. Stava andando verso il nulla e allontanandosi dal nulla, semplicemente continuava a pagaiare perché aveva pagaiato tanto tempo, ormai, che pensava che se avesse cessato i suoi muscoli avrebbero urlato di spasimo. Perciò quando la cosa accadde non ne fu sorpreso. Udì il suono che ben conosceva (l’aveva udito una volta sola prima, ma nessun uomo ha bisogno di udirlo più di una volta) e se l’aspettava; si guardò indietro, sempre continuando a pagaiare, e la vide, incurvata, sormontata, quasi fosse paglia, dalla sua congerie di alberi e relitti e bestie morte, e la guardò al di sopra della spalla per un intero minuto con quella pacatezza ben oltre il limite dell’indignazione ove anche la sofferenza, la capacità d’essere ulteriormente indignato è cessata, e dalla quale contemplava adesso con sfrenata e invulnerabile curiosità fino a che punto fosse aumentato il potere di resistenza dei suoi nervi ormai anestetizzati, che altro potesse essere ancora inventato per gravare su di essi, finché l’ondata non cominciò veramente e ad arrivargli sopra il capo con la sua tonante esplosione. Soltanto allora ruotò la testa. La sua vogata non esitò, non rallentò né affrettò, sempre pagaiando con quella spenta ipnotica continuità, vide il daino che nuotava.

* * *

Era fango quello su cui giaceva, ma sotto era solido, era terra, non si muoveva; se ci si cadeva sopra ci si poteva rompere le ossa contro la sua incontrovertibile passività, ma non ti accoglieva, immateriale, avviluppante, soffocante, giù, giù, sempre più giù; a volte era duro aprirla con un aratro, a volte al tramonto ti rimandava alla tua cuccetta esausto, sfinito, e ti faceva maledire le sue insaziabili richieste che duravano quanto durava la luce, ma non ti strappava violentemente da tutto ciò che ti era familiare e non ti spazzava via per giorni e giorni, schiavo e impotente a tornare.

* * *

Poi qualcosa mugghiò in modo spaventoso sopra il suo capo, udì voci umane, una campana rintoccò e il rumore cessò di colpo e la nebbia si dissipò come quando si passa la mano sopra un vetro gelato, e la barca si trovò a galleggiare in uno specchio d’acqua bruna e lucente, al fianco di un battello a vapore, a una trentina di metri da esso. I ponti erano affollati, gremiti di uomini, donne e bambini seduti o in piedi in mezzo a un guazzabuglio di mobili ammucchiati in fretta; guardavano in silenzio giù alla barca con aria lugubre, mentre il forzato e l’uomo col megafono nella cabina del pilota parlavano alternativamente, con deboli urla e muggiti sopra l’ansito delle macchine a controvapore.
(W. Faulkner, Le palme selvagge, Adelphi, 1999)

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