Chiudete quella (non) scuola
Nella confusione terminologica di dover definire scuola ciò che scuola non è, sguazza l’arroganza di chi esige che i nomi non siano conseguenza delle cose che indicano, ma delle volontà che si pretendono esaudite. Così, per indicare il caos artificiale – di parole e di fatti – in cui è avvolta la vicenda della scuola coranica Fajr di via Quaranta a Milano basterebbe raccontare la scena cui si è assitito domenica 18 settembre, al liceo Einstein del capoluogo lombardo. Qui sono stati convocati i 211 genitori degli alunni egiziani della madrassa che a inizio settembre le autorità hanno chiuso per motivi igienico-sanitari. Il direttore scolastico regionale Mario Dutto, e il provveditore di Milano, Antonio Zenga, hanno, per più di un’ora, illustrato ai genitori le possibilità che l’ordinamento scolastico italiano prevede per la corretta educazione dei loro figli: iscrizione agli istituti pubblici con la garanzia di lezioni di lingua e storia araba («la scelta che noi caldeggiamo», ha sottolineato Dutto), la possibilità di avvalersi dell’istruzione paterna da convalidare con un esame annuale («facoltà a vostra disposizione, ma di cui vi assumete l’onere, anche penale in caso di inadempienza»), la creazione di una scuola paritaria («ma è una via non semplice che non risolverebbe nell’immediato la situazione»). La posizione delle autorità scolastiche è stata limpida: nella provincia di Milano ci sono 4.403 studenti arabofoni, di questi 1.657 sono egiziani e tutti frequentano proficuamente le scuole italiane. Alla buona volontà dei numeri e delle parole ha risposto seccato l’imam Abu Ahmed esprimendo tutta la propria sorpresa per la chiusura di un istituto nato quindici anni fa – «proprio per creare un ponte fra culture» – e che ha avuto «sviluppi grandiosi e inaspettati». Rigettate le accuse di collusione «col terrorismo internazionale» l’imam ha sentenziato «l’insufficienza» delle proposte e invitato i genitori presenti in sala a «pensare bene cosa fare». Di lì in poi la riunione s’è protratta fra proteste e assurde votazioni per alzata di mano («Chi vuole la madrassa di via Quaranta, alzi il braccio!». Applausi e mano al cielo di tutti i presenti) cui Dutto e Zenga hanno faticato a porre un freno, ribadendo che «non siamo qui per votare la riapertura di via Quaranta, ma solo per aiutarvi a capire le possibilità alternative». Ma l’alimentazione della confusione ha avuto il suo corollario il giorno seguente, col picchetto di genitori sui marciapiedi antistanti la scuola e lezioni simbolo in lingua araba di chi «vuole che i propri figli frequentino la scuola, come tutti i bambini italiani».
Che la vicenda si sviluppi sul filo ambiguo del rasoio terminologico e concettuale non sta più bene all’assessore all’Istruzione di Milano, Bruno Simini, che dice sconfortato a Tempi: «Non si può andare avanti così. Non possiamo adeguare le nostre leggi alle loro esigenze, soprattutto se le loro richieste sono illegali. Che adesso, poi, con queste sceneggiate, cerchino una sponda nell’opinione pubblica affinché qualcuno, con la lacrimuccia al viso, tenga loro bordone, è inaccettabile. Non abbiamo chiuso via Quaranta perché era una scuola, ma l’abbiamo chiusa per il motivo opposto: perché non era una scuola».
FAR APPLICARE LA LEGGE
La vicenda ha inizio con quattordici anni di ritardo dalla sua origine e solo grazie all’articolo sul Corriere della sera di Magdi Allam che, il 30 agosto, ha segnalato che a Milano dei «predicatori-docenti fai da te» hanno organizzato «una scuola elementare e media a tempo pieno, che oggi vanta circa cinquecento iscritti e che da oltre dieci anni opera nel più assoluto arbitrio, senza autorizzazione né da parte dell’Italia né da parte dell’Egitto a cui fanno riferimento i testi adottati». Allam chiede che si cominci «a far applicare la legge» chiudendo la madrassa. Da quel giorno ad oggi sarà un diluvio di dichiarazioni, ruotanti attorno al provvedimento del Prefetto Bruno Ferrante di dichiarare la scuola inagibile. I genitori e il direttore, Aly Sharif, chiedono «una sede provvisoria e poi la parità». Il leader della sinistra milanese, Sandro Antoniazzi, si mostra preoccupato perché «non si può chiudere una scuola dall’oggi al domani». Don Gino Rigoldi assicura che «il pericolo per questi ragazzi è lo spericolato consumismo, non una religione intensa e integralista o violenta». Hamza Piccardo, portavoce dell’Ucoii (Unione delle comunità e Organizzazione islamiche d’Italia), ritiene che «l’amministrazione milanese ha usato la forza per eliminare una situazione che dà fastidio». Il cardinale Dionigi Tettamanzi lamenta «che su problemi come questo si arrivi sempre troppo in ritardo. Arrivare a una giusta integrazione è un processo che va portato avanti coinvolgendo tutti i protagonisti». D’opposto parere, il ministro dell’Educazione Letizia Moratti, convinta della necessità di chiudere la madrassa («sono contraria a soluzioni che isolino gli studenti islamici»), in linea con la fermezza dimostrata l’anno passato (nel liceo di via Agnesi s’era cercato di costituire una classe di soli studenti islamici che provenivano proprio da via Quaranta). Sulla linea dell’intransigenza anche il sindaco di Milano, Gabriele Albertini (FI), e il presidente della Provincia, Filippo Penati (DS). Da ultimo anche Mario Scialoja, capo delle comunità islamiche d’Italia, s’è pronunciato: «Andava chiusa molto prima, la struttura sottraeva 500 alunni alla scuola dell’obbligo e se fosse successo in Francia sarebbe successo il finimondo». Il vicepresidente al Parlamento europeo, Mario Mauro (FI), fa notare a Tempi che in questo clima, a metà tra il ricattatorio e l’omertoso, «risalta un paradosso: in Egitto o Tunisia il fenomeno delle madrasse è represso, da noi è tollerato. Nel caso di via Quaranta le istituzioni non sono rimaste indifferenti ed hanno così chiuso una scuola, legata ad una moschea indagata per legami con il terrorismo internazionale, che per dieci anni ha operato al di fuori di ogni regolamentazione didattica».
NESSUN RICONOSCIMENTO
Al tavolo delle trattative con il prefetto sono stati ammessi Aly Sharif ed alcuni esponenti della moschea di viale Jenner. «è del tutto inaccettabile» dice Magdi Allam a Tempi. «Sharif è vicino all’imam Abu Imad e al presidente della moschea di viale Jenner, Abdel Hamid Shaari, responsabili della moschea italiana più collusa col terrorismo internazionale. La madrassa è nata dentro la moschea e poi, per problemi logistici e col beneplacito di ambienti della sinistra cattolica, si è trasferita nello stabile attuale. è paradossale che lo Stato italiano possa considerare interlocutori attendibili i gestori di un istituto illegale e i loro manovratori pluri inquisiti». Allam nota il fatto che il centro adotti i testi del ministero dell’Istruzione egiziano e altri testi religiosi fortemente ideologizzati «che non sarebbero riconosciuti nemmeno in Egitto». Sebbene Antoniazzi abbia garantito che la scuola sia nata in collaborazione con le autorità egiziane in Italia, per Allam «come mi è stato riferito dall’ambasciatore Helmy Bedeir, l’Egitto non ha nulla a che fare con questa iniziativa. Il ministero dell’Istruzione egiziano, ogni anno, sottopone gli studenti residenti all’estero a un esame personale presso il consolato, ma senza, con questo, voler avvallare alcuna scuola araba che operi al di fuori delle leggi del paese ospitante». Secondo i genitori degli alunni la decisione del Prefetto costringerebbe molte famiglie a dover intraprendere la via obbligata del rientro nel paese natale. Ma, confidano a Tempi fonti delle Provveditorato agli studi milanese, secondo un’indagine di Paolo Branca, docente universitario della Cattolica di Milano e uno dei principali collaboratori del progetto interculturale con il Centro, «tale scelta riguarderebbe solo il 5 per cento delle famiglie».
UN DECENNIO DI LIMBO
Come è possibile che per tre lustri abbia operato una struttura clandestina senza che nessuno se ne accorgesse? Eppure pare proprio sia trascorso un decennio di limbo inconsapevole per le autorità. Finché, racconta Simini: «grazie ad un’indagine di tre anni fa, scoprimmo che erano circa 400 i bambini non iscritti regolarmente ad alcun istituto ma frequentanti via Quaranta. Contattammo le famiglie e le informammo della grave inadempienza. Inoltre denunciammo il tutto alla Procura della Repubblica». Dalle autorità e dal Tribunale dei Minori non venne però presa alcuna decisione significativa, «anche perché – chiosa Simini – nessuno immaginava la portata del problema e, d’altronde, gli interventi che si sarebbero dovuti attuare erano pesanti: c’erano gli estremi per sottrarre i bambini alle famiglie». Così iniziò una serie di tiepide trattative e di rinvii («anche l’anno scorso abbiamo ripresentato la denuncia – aggiunge Simini – senza alcun effetto») in cui si cercò una mediazione con i responsabili. Questi ultimi furono sollecitati più volte dal Provveditorato agli studi a fornire elenchi completi, ma senza esito. Solo settimana scorsa è stata consegnata una lista (incompleta) dei recapiti delle famiglie arabe. Conferma ne è il fatto che, all’assemblea tenuta al liceo Einstein, si sono presentati molti genitori i cui nominativi non comparivano nell’elenco fornito dai responsabili della madrassa.
La pressione delle autorità convinse però Sharif a trovare una forma di collaborazione col mondo esterno. Interlocutori simpatetici furono identificati in Branca e in un ex insegnante in pensione, vicina ad Antoniazzi, Lidia Acerboni, ammessa fra le pareti dell’istituto-fabbrica. La direzione scolastica provinciale, su consiglio di Branca, diede vita ad un progetto di collaborazione con gli istituti statali della zona per permettere ad alcuni studenti di sostenere gli esami di terza media. «Tutta questa serie di incertezze, mezzi passi e mezze frasi ha confermato i gestori dell’istituto della debolezza delle istituzioni e a sentirsi autorizzati a mantenere in vita la madrassa» racconta a Tempi una fonte anonima all’interno della Procura.
EGITTO CONTRO RESTO DEL MONDO
Che cosa avvenga realmente all’interno delle aule, rimane un mistero. Quando alcuni volontari di un’associazione operante nel centro hanno chiesto di avere delle liste coi nominativi degli alunni, sono stati messi – poco cortesemente – alla porta. Secondo vaghe informazioni, pare che alle lezioni intervengano anche insegnanti provenienti dall’estero che poi si dileguano. Per avere qualche dettaglio occorre attaccarsi alla testimonianza di Martino Rizzotti, un professore della scuola Heine, che per quattro anni ha insegnato ai ragazzi di via Quaranta, sottostando alle seguenti condizioni: una classe di soli egiziani, la presenza di un supervisore, la divisione fra maschi e femmine, l’intervallo in tempi separati. Ha raccontato Rizzotti al Corriere della sera (“I bambini di via Quaranta? Portati a lezione con pulmini schermati”): «Quei ragazzi non sono abituati a ragionare, si meravigliano quando si chiede loro perché. E che cosa studino veramente rimane un mistero: nelle aule abbondano testi religiosi, volumetti di sure del Corano, si odono interminabili recite in coro. Hanno vaghe nozioni sull’Egitto, poche sulla loro religione, nessuna sulla nostra»; «Decisi che quei ragazzi facessero l’intervallo con gli altri studenti (dell’istituto Heine, ndr). Si misero a giocare, a un patto: Egitto contro il resto del mondo».
INSUCCESSO MULTICULTURALE
Il ministro degli Interni, Giuseppe Pisanu, l’8 settembre s’è espresso contro «l’educazione parallela» per i bambini islamici. Secondo il governo, in Italia esistono molte scuole coraniche che coprono operazioni di supporto logistico e informativo e, in alcuni casi, reclutano perfino potenziali terroristi. Secondo il Cesis (Comitato esecutivo servizi informazione e sicurezza) nel paese ci sarebbero 611 moschee alla cui ombra crescono scuole islamiche, laboratori ideologici acritici sul fenomeno terrorismo. Il caso di via Quaranta costituisce, quindi, un modello e un possibile precedente cui far riferimento per tutte quelle realtà nel cono d’ombra italico di attività illecite. Dice Mauro a Tempi: «Moltissime famiglie musulmane con cui ho avuto modo di parlare sono state indirizzate alla scuola islamica di via Quaranta per una sorta di coercizione sociale dovuta all’arrivo, nel corso dell’ultima ondata migratoria, di diversi nuclei fondamentalisti. Le madrasse non sono scuole, ma centri di indottrinamento tollerati dall’Occidente e manifestazione concreta dell’insuccesso di un certo modello di multiculturalismo». Don Virginio Colmegna e altri hanno firmato l’appello “Pensiamo a quei bambini”. Magdi Allam dice a Tempi che «per trovare una reale soluzione che ponga fine a questo megashow in mano ai burattinai di viale Jenner, occorre parlare direttamente con i genitori senza l’intermediazione dei responsabili della moschea». La matassa va sbrogliata «caso per caso, un ragazzo alla volta».
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