i figli dimenticati della Lituania
Vilnius. Lina, 16 anni, vuole giocare a basket. Non importa dove, ma via di qua. Valerius, 17 anni, a scuola è indietro di due. Victor, numero 6 sulla maglietta, 14 anni, occhi veloci e sorriso amaro. Tutta la loro vita l’hanno trascorsa all’Istituto di Vilnius. Come i loro 130 compagni. Siamo in Lituania, il paese delle cicogne, ma che abbandona i suoi figli in orrendi orfanotrofi. «In realtà non si possono chiamare “orfanotrofi” – dice Lijana Gvaldaite, 35 anni, lituana, responsabile di Sotas, una ong locale collegata all’italiana Avsi, che dopo un diploma all’università di Milano è ritornata a casa per curare le piaghe del suo paese – perché molti di questi ragazzi una sorta di famiglia ce l’hanno». Su 3.300.000 abitanti, dei quali 724 mila hanno dai 0 ai 18 anni, in Lituania sono 14 mila i bambini abbandonati in fatiscenti istituti. Desolanti casermoni dove dormono, mangiano e vanno a scuola. Qui dentro del mondo esterno non entra altro che i -20 del gelo invernale. Figli dell’alcolismo e delle botte, questi bambini sono il frutto della disgregazione sociale, che in questa terra bagnata dal Baltico tra Polonia, Bielorussia, Russia e Lettonia è il male peggiore. Se ogni anno nascono circa 30 mila nuovi bambini, oltre 3 mila vengono registrati annualmente come “casi di abbandono”. E il numero sembra crescere. «In Lituania non esiste il concetto della famiglia. I figli abbandonati nascono da famiglie ad alto rischio sociale, persone senza una dimora, niente lavoro, tanta violenza, problemi di tossicodipendenza, di prigionia o handicap mentali. In questi istituti ci sono i figli della seconda e a volte anche terza generazione dell’abbandono». Questi ragazzi, una volta maggiorenni escono dagli istituti, ma un lavoro decente fanno fatica a trovarlo. Se non seguiti, a loro volta hanno dei figli che finiscono quasi sempre per abbandonare negli stessi istituti dove furono abbandonati loro stessi. «Oggi assistiamo a un nuovo terribile fenomeno: madri disperate che cercano fortuna all’estero e non sapendo cosa fare dei proprio figli, invece di portarseli dietro, li lasciano qui, negli istituti». Per poi riprenderseli, forse, al rientro in patria.
VIVERE NEL BENDRABUTIS
Vilnius, capitale, 800 mila abitanti, con un ordinato cuore barocco che ricorda la Mitteleuropa, ma una periferia-dormitorio dal gusto sovietico dove fatiscenti casermoni sottolineano miseria e degrado. Nonostante sia entrata nell’Unione Europea il 1° maggio 2004, la Lituania sta ancora combattendo la sua battaglia contro una storia troppo pesante da scrollarsi di dosso. Un popolo strano quello lituano, chiuso in se stesso, che sembra avere ancora paura di parlare a voce troppo alta per timore di essere ascoltato. Un timore ancora non dimenticato in ricordo di quei terribili anni durante i quali chi solo si permetteva di leggere libri che non inneggiassero all’invincibilità dell’impero sovietico o non nascondeva la propria fede cristiana veniva deportato o immediatamente ucciso. Oggi, ai figli di questo paese non rimane quasi più alcuna guida capace di traghettare la Lituania verso un futuro maturo. Secondo i parametri di Bruxelles è un paese giovane in grande fase di crescita, ma a guardarlo bene sembra stanco e demotivato. «La Lituania è un paese diviso da forti contraddizioni» afferma Cristiana, anche lei italiana, da tre anni insegnante a Vilnius. «Chi studia vuole andarsene e chi rimane non ha nulla per vivere, a parte pochi. L’altro giorno in classe abbiamo fatto un esercizio: descrivi la tua casa. Una ragazza mi ha detto che l’ultimo piano della sua è adibita come sala per il biliardo, mentre una sua compagna vive in un bendrabutis». Una casa dormitorio, con una stanza per vivere e i servizi in comune al piano. Molto simile a quella dove abita ora Victoria, 16 anni, nella periferia di Vilnius, con mamma, sorellina e fratello troppo piccolo e malato per stare seduto dritto sul divano. «Il padre di Victoria se n’è andato e il mio nuovo marito era molto violento» racconta la mamma Jolanda, 38 anni. «Non sapevo cosa fare con lei, così l’ho lasciata in istituto per qualche anno. Ma poi ho capito che una madre non può abbandonare i propri figli. Così ho mollato il secondo marito, mi sono fatta aiutare da Sotas, e mi sono ripresa Victoria, anche se un lavoro fisso non ce l’ho ancora.».
BUCHI, SPIFFERI E FESSURE
Sono 140 i minorenni come Victoria che l’ong di Lijana aiuta con il sostegno a distanza di Avsi. «La maggior parte vive negli istituti. Altri in case come quelle di Victoria. In Lituania non esistono ancora i servizi sociali. I sussidi statali sono quasi inesistenti. Se sei fragile non c’è nessuno che ti può dare una mano. E così il Comune di Vilnius, e l’Unione Europea, affida a noi questo compito. Oltre agli aiuti materiali, cerchiamo di motivare queste persone a guardarsi con occhi diversi, a rispettarsi e ad affrontare i problemi per crescere». è infatti a carico di Sotas la formazione per gli educatori degli istituti, il sostegno alle famiglie più povere della città e le attività per la prevenzione dell’abbandono dei minori. «La maggior parte delle famiglie sono monoparentali. Nei primi cinque anni di vita un matrimonio su due si conclude con un divorzio o una separazione. La famiglia in Lituania è formata da ragazze madri senza lavoro e senza istruzione. Senza soldi non vivono, non pagano l’affitto, vengono sfrattate, non sanno come curare i proprio figli. Li abbandonano negli istituti». Se nella avveniristica piazza Europa di Vilnius puoi fare shopping come a Milano o New York, alle sue spalle le baracche di legno del quartiere più degradato della città, che in inverno la neve nasconde, non hanno bagni e acqua. In compenso sono ricche di una smerlatura di buchi, spifferi e fessure nei quali d’inverno s’insinua il freddo, mentre in primavera, con il primo disgelo, fiumi di fango. Dice Lijana: «Un progetto importante che stiamo portando avanti sono le famiglie per l’accoglienza. Un concetto ancora nuovo qui da noi, dove genitori decidono di chiedere in affido i bambini abbandonati negli istituti. Chi per un breve periodo, magari solo per i fine settimana, chi per sempre». Dallo scorso novembre, mese in cui è iniziata la prima campagna pubblica di sensibilizzazione per la ricerca di famiglie interessate all’affido, in due mesi, circa venti famiglie hanno dato la loro disponibilità.
POTEVAMO NON ACCOGLIERLO?
A oltre 100 chilometri nord-est da Vilnius, nella verde capagna di Utena, lo spirito di accoglienza della famiglia di Jurate ed Eugenijus, con le mani bruciate dal lavoro nei campi, è quasi epico. Quattro figli naturali, due dei quali in Irlanda del Nord a lavorare perché già grandi, e 14 in affido (10 dei quali aiutati con il sostegno di Avsi). Ora la loro casa è l’ex asilo del paese, l’unica struttura capace di contenerli tutti. «Abbiamo sempre voluto una grande famiglia. Adesso ce l’abbiamo ed è tutta la nostra vita». Tutto è iniziato nel ’97, 4 figli e i primi 4 affidi. «Poi, nel tempo, i bambini, che a loro volta avevano fratellini abbandonati in istituti, ci chiedevano di accogliere anche loro. Solo così potevano stare tutti insieme». L’ultima, Milena, 4 anni, è arrivata due anni fa con gravi problemi di sviluppo: «la sua mamma beveva così tanto che l’ha fatta nascere con più alcol in corpo che sangue». Sta tramontando il sole sulla casa-asilo di Jurate ed Eugenijus. Difficile immaginarli tutti insieme per la notte. Quindici lettini più uno matrimoniale nel quale dorme anche la piccola Milena «che ha sempre paura di venire nuovamente abbandonata». Tra giorni arriverà un nuovo ragazzo, «il fratello di un bambino – racconta papà Eugenijus – che è già in casa con noi. Anche lui abbandonato. Vittima di un incidente stradale è entrato in coma. Non si svegliava più. Tutte le sere pregavamo per lui. Ora si è risvegliato. Un miracolo. Come potevamo non accoglierlo?».
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