L’errore della modernità
Figlio di un ebreo polacco deportato ad Auschwitz, nato a Parigi nel 1949, docente di filosofia all’Ecole Polytechnique, conduttore radiofonico, Alain Finkielkraut è uno dei pensatori più brillanti e avversati del panorama intellettuale francese. A fare problema sono le sue prese di posizione (la denuncia di un “razzismo antibianco” e di un “nuovo antisemitismo” in Francia, la contrarietà al Tribunale dell’Aja, la difesa della secessione croata e di Israele), e anche la critica filosofica alla modernità, i cui tratti di “barbarie” egli sorprende nel corso delle sue opere. Per il pensatore laico, l’errore della modernità sta nell’aver cancellato la coscienza creaturale dell’uomo, messo l’uomo al posto di Dio e privato la natura del suo essere per ridurla a materia manipolabile dall’uomo-Dio. «L’arte – dichiarò nel 2000 – consiste nel non permettere che la natura si dissolva in fattori di produzione, in oggetti di consumo o in simboli matematici». Degli oltre 30 saggi scritti dal 1982 ad oggi, solo quattro sono tradotti in italiano: La sconfitta del pensiero (Lucarini 1989), L’ebreo immaginario (Marietti 1990), L’umanità perduta. Saggio sul XX secolo (Liberal Libri 1997) e Nel nome dell’Altro. Riflessioni sull’antisemitismo che viene (Ipermedium 2003).
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