Il Primate della libertà

Di Luigi Amicone
13 Ottobre 2005
PéTER ERDO, ARCIVESCOVO DI BUDAPEST E IL PIù GIOVANE CARDINALE CATTOLICO, SPIEGA IN UN'INTERVISTA ESCLUSIVA COSA PENSA DELL'EUROPA, DEL RAPPORTO FEDE-POLITICA, DEGLI ISLAMICI, E DEL FUTURO DELLA SUA UNGHERIA

Péter Erdo, arcivescovo di Esztergom-Budapest, è il più giovane cardinale di Santa Romana Chiesa. Ed è anche il solo vescovo ad essere stato elevato alla carica di Primate (d’Ungheria) all’età di soli cinquant’anni (il 7 dicembre 2002). In questi giorni Erdo è a Roma, dove partecipa al primo sinodo dei vescovi convocato da papa Benedetto XVI. Prete dal 18 giugno 1975, Erdo ha conseguito il Dottorato in diritto canonico presso la Pontificia Università Lateranense di Roma, ha svolto studi e ricerche negli Stati Uniti (presso la University of California), è stato professore di Teologia della Facoltà Arcivescovile di Esztergom, professore alla Pontificia Università Gregoriana, rettore dell’Università Cattolica di Budapest e docente alla Cattolica di Buenos Aires. Specialista di diritto canonico (ha pubblicato oltre duecento saggi e venti volumi sulla materia), Erdo ha anche partecipato alla realizzazione di numerose leggi dello Stato ungherese sulla libertà religiosa e alla stesura degli accordi tra Santa Sede e Repubblica di Ungheria. Dal 2001 è anche membro della European Academy of Sciences and Arts di Salisburgo, oltre che delle Congregazioni vaticane per l’educazione e per il culto, del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi e del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica. Grande estimatore del pensiero teologico del fondatore di Comunione e Liberazione, da presidente della Conferenza episcopale ungherese si è impegnato personalmente per la traduzione di un saggio giussaniano sull’educazione (Il rischio educativo, edito in Italia da Rizzoli). «In occasione dell’uscita del libro di don Luigi Giussani in ungherese abbiamo organizzato una grande conferenza per cominciare un dialogo non soltanto con i cattolici ma con tutta la società. Speriamo di poter assistere alla nascita di un’associazione di pedagoghi e genitori». Erdo è anche amico di lunga data dell’attuale ministro italiano dei Beni Culturali Rocco Buttiglione.
Naturalmente è rimasto molto sorpreso delle polemiche che hanno accompagnato la ‘bocciatura’ del nostro ministro in Europa («Abbiamo accompagnato questo avvenimento con molta attenzione») e dalle modalità con cui le ‘radici cristiane’ sono state recise dalla Carta Ue. «Non soltanto la Chiesa cattolica, ma anche i grandi storici dell’ebraismo, ci rammentano che la cultura occidentale, sia in America che in Europa, è pervasa di valori universali proprio perché proviene dalle radici giudaiche e attraversa il cristianesimo. Questo elemento è imprescindibile».
Eccellenza, lei sa bene che l’Europa è all’avanguardia nelle riforme che negano per principio l’esistenza di ‘una verità delle cose’. E invece ‘l’assenza di una verità’ – replica il laicismo sostenendo che le radici dell’Occidente stanno nell’illuminismo – sarebbe questa la garanzia di un’autentica libertà. Come risponde?
Rispondo ricordando che all’epoca dell’illuminismo la libertà aveva ancora un contenuto, un oggetto. Oggi si è invece fatta strada l’idea di una libertà assoluta, priva di contenuto – come dice il costituzionalista ebreo americano Joseph Weiler – che ovviamente non può essere né protetta né riconosciuta dalla società. Perché se la libertà è una cosa assoluta staccata dalla realtà, non è più possibile rispettare la libertà degli altri e soprattutto non si capisce perché dobbiamo dare valore a questa libertà. Il concetto di valore presuppone infatti una relazione con un’altra realtà. Per cui la libertà staccata dalle relazioni non è più preziosa. Entrando poi nel merito dei rapporti tra libertà e diritto, bisogna osservare che quanto meno c’è rapporto tra la realtà oggettiva e la libertà, tanto più si cerca di proteggere le libertà nel diritto perché non c’è un disegno organico con una logica coerente che abbia anche un rapporto con la moralità di una società. La conseguenza di tutto ciò è che il contenuto della libertà arriva a dipendere soltanto da maggioranze momentanee.
In Italia ci sono molti non credenti che converrebbero su questa sua osservazione. Che tipo di rapporto dovrebbero stabilire i cattolici con questi laici?
Ovviamente di amicizia e di grande apertura. Penso infatti che in quest’epoca di incertezza concettuale e pratica noi dobbiamo essere decisamente disponibili a questi incontri. Crediamo nella creazione, così come crediamo nella sana ragione umana. Di cosa dovremmo aver paura? Se esiste la verità delle cose, se esiste la verità della natura umana, vuol dire che c’è un fondamento su cui possiamo costruire insieme.
Le spiace che la Chiesa sia sempre tirata in ballo – spesso in maniera polemica – nel discorso pubblico?
E perché dovrebbe spiacermi? La Chiesa rappresenta qualcosa di cui il mondo ha bisogno.
Papa Ratzinger ha ricordato ai giovani della Gmg che «essere cristiani è bello» e poi, subito dopo le giornate di Colonia, il Meeting di Cl ha rilanciato questa preoccupazione ‘educativa’ di Benedetto XVI. è un segno dei tempi?
La Chiesa stessa realizza l’educazione cristiana come tale. Essere cristiani vuol dire essere in cammino, essere sulla via dell’educazione. Io penso che i movimenti autenticamente cattolici dell’ultimo mezzo secolo siano sempre delle manifestazioni di un grande bisogno di chiarire, di comprendere di nuovo l’identità autentica della Chiesa. In questo senso i movimenti costituiscono una grande ricchezza per la Chiesa.
Corrisponde al vero l’idea che l’Ungheria è il paese dell’Est più integrato nella Ue e, al tempo stesso, il più secolarizzato di quelli fuoriusciti dal comunismo?
La secolarizzazione è stata già una realtà alla fine dell’epoca socialista ed un processo che continua. Certamente, dopo il cambiamento politico e l’ingresso del nostro paese nella Ue, ci sono molte incertezze di natura economica. Ma la crisi più rilevante, e più profonda di quanto si pensi in Occidente, è quella demografica. Abbiamo la natalità più bassa di tutta Europa. Tra dieci anni il numero dei nostri studenti universitari sarà dimezzato. Ma se le persone non credono nel futuro, che futuro possono avere? Questa mancanza di slancio, di visione, di speranza per il futuro, questa mi pare la cosa più preoccupante della società ungherese ed europea.
Un trend che tra l’altro si coniuga con il crescente afflusso in Europa di immigrati extracomunitari, specialmente islamici. Come è percepita in Ungheria la presenza musulmana?
L’ungherese pensa che l’accoglienza non può essere separata dall’applicazione delle norme giuridiche vigenti. Lo Stato deve rispettare il contratto sociale verso i cittadini e farsi garante della sicurezza pubblica. Penso perciò che anche l’Europa deba essere aperta, generosa e rispettosa dei diritti di tutti i cittadini.
E della possibile entrata della Turchia in Europa, cosa ci dice?
Le dico che gli ungheresi hanno una situazione del tutto particolare rispetto alla questione turca perché l’Europa, forse a sua insaputa, ammettendo l’Ungheria nell’Unione ha già integrato centocinquant’anni di storia dell’impero ottomano.
Come dovrebbe comportarsi la democrazia con la ‘questione islamica’? Essa pone vasti e complicati problemi di integrazione non crede?
Io penso che nel complesso delle questioni tra Stato e religione debba trovare il suo spazio anche il rapporto tra Stato e comunità islamica. Però devo ammettere che la nostra esperienza è un po’ diversa dalla vostra. In Ungheria infatti i musulmani sono così pochi che non esiste una vera e propria ‘questione islamica’.

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