PERDONARE (PER NON ESSERE VITTIME DELLE CONSEGUENZE)

Di Valenti Annalena
13 Ottobre 2005

H. Arendt in Vita Activa dice che: «Senza essere perdonati, liberati dalle conseguenze di ciò che abbiamo fatto, la nostra capacità di agire sarebbe per così dire confinata a un singolo gesto da cui non potremmo mai riprenderci; rimarremmo per sempre vittime delle sue conseguenze». Così vero che il bambino in continuazione cerca il perdono della mamma, solo dopo il suo abbraccio può ripartire. Poi si diventa grandi, se qualcuno ti fa qualcosa il percorso naturale, automatico, e perciò prevedibile, è la vendetta «che consiste nel reagire contro un’offesa originale permettendo alla reazione a catena implicita in ogni azione di imboccare un corso sfrenato». Vero non solo nell’ambito del privato, dalle due sorelline che in nome del «lei ha cominciato per prima» continuano a farsi dispetti, a famiglie che non si vedono da anni in nome di ‘ragioni’ degli uni e degli altri. E nella società? Tra i popoli? Paesi divisi in fazioni, dove la vendetta è l’unico sistema politico. «Hanno tutti ragione, che si fa?». Ecco allora che il perdono, emergendo dalla ‘sfera religiosa’ in cui è sempre stato relegato, rimane (sempre la Arendt nel cap. V) «la sola reazione che non si limita a reagire, ma agisce in maniera nuova e inaspettata è necessario che sia perdonato, messo da parte, per consentire alla vita di proseguire. Solo attraverso questa costante mutua liberazione da ciò che fanno, gli uomini possono rimanere agenti liberi». Come il bambino.

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