Senza primarie…con Letizia
Ebbri per i tre milioni di cittadini che hanno votato alle primarie, quasi il plebiscitarismo autoreferenziale fosse di per sé già sintomo di legittimazione popolare al governo del paese, nel centro-sinistra sembra che tutto, ormai, debba passare attraverso le forche caudine di un processo di delega tutt’altro che reale: ovvero, il centro decide poi finge che la periferia abbia criterio di giudizio vincolante. A Milano, cuore della politica nazionale e laboratorio di ciò che sarà, il meccanismo rischia però di incepparsi. La tagliola con cui Margherita e Rifondazione hanno reciso sul nascere la candidatura a sindaco dell’oncologo Umberto Veronesi rappresenta infatti la cartina di tornasole dell’artificiosità di una coalizione costretta a stare insieme dalla necessità di vittoria più che dalla reale coesione di programma e di intenti.
Saltata per indisponibilità dell’interessato la candidatura dell’ex segretario della Camera del Lavoro, e ora eurodeputato, Antonio Panzeri e ufficialmente non spendibile quella del già presidente della Provincia, Filippo Penati, tutto sembra destinato a risolversi in una lotta di segreterie capaci – come nel caso Antoniazzi – di far partorire topolini di preferenza a montagne di voti. E il centro-destra, invece? «Nel centro-destra la situazione per il candidato sindaco è delineata – spiega a Tempi l’onorevole di Forza Italia e coordinatore milanese Maurizio Lupi -, c’è un nome designato ed entro la fine di novembre, quando sarà terminata la riforma del sistema scolastico, Letizia Moratti dirà se accetta o no la candidatura, cosa di cui io sono assolutamente certo. Per quanto ci riguarda non abbiamo bisogno di primarie perché il nome del ministro va bene a tutti gli alleati, è un profilo di altissima credibilità istituzionale oltre a essere percepito dai milanesi come un candidato “milanese”, non calato dall’alto o dalle segreterie. Forti di questo vantaggio nei confronti del centro-sinistra, adesso insieme agli alleati lavoriamo per un programma condiviso, processo che avrà inizio attraverso un itinerario di ascolto della società civile che dal 7 novembre prossimo vedrà impegnati Ignazio La Russa (An), Luigi Casero (Fi) e me in una serie di incontri con le realtà vive della città. Il primo avverrà presso l’auditorium dell’Amsa per incontrare i lavoratori delle municipalizzate, poi sarà la volta dei giovani, poi gli imprenditori per passare alle grandi tematiche come le periferie e la Milano delle eccellenze. Mentre il centro-sinistra è ancora alla ricerca di un candidato, noi andiamo avanti tranquilli con un candidato sindaco forte e riconoscibile».
SINISTRA SORDA AL RIFORMISMO
E il centro-sinistra? Una cosa è chiara nella Milano che attende il nome del suo nuovo primo cittadino: il dato clamoroso rappresentato da una coalizione che per settimane si è aggrappata al nome di Veronesi e che in pochi giorni, a livello più mediatico che di popolo (lo scontro a colpi di articoli e commenti è stato senza esclusione di colpi), è riuscita a buttare una candidatura autorevole nel tritacarne a causa del suo peccato originale: non saper cogliere l’elaborazione di un programma riformista, ovvero l’incapacità di superare i germi massimalisti che chiudono all’interno di un recinto ideologico le rivendicazioni legittime di una città che non può, non deve e non vuole restare aggrappata a schemi di un passato figlio legittimo del vuoto politico del dopo-Tangentopoli. Era infatti evidente fin dall’inizio che Veronesi fosse un candidato che andava “stretto” poiché non rappresentava nella sua interezza la coalizione: il limite non è tanto questo, però (visto che fagocitare leader è la prerogativa principale del centro-sinistra italiano, peggio dei Conservatori britannici), quanto quello di manifesta incapacità nel trovare adesso un nome alternativo, l’incapacità di generare classe dirigente. «La situazione di Milano è un po’ quella del Paese», conclude Maurizio Lupi. «L’Ulivo deve stare insieme per forza per vincere, ma non ha un collante ideale comune. Ancora una volta la sinistra perde la partita del riformismo e Milano è sempre stata innovatrice e capofila nell’elaborazione delle nuove formule politiche. La Casa delle Libertà ha una sua roccaforte in Milano, roccaforte che intende rivendicare e riconquistare, mentre la sinistra è combattuta tra un candidato famoso e noto, che rischia però di non c’entrare nulla con la sua identità, e il limite ontologico di una coalizione che si scontra per le sue diversità».
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