La tv e la miopia intellettuale

Di Bobo
27 Ottobre 2005

“Televisione e popolo” recita il sottotitolo di quest’ultimo pamphlet di Stefano Zecchi, prima che assessore docente di estetica con la vocazione alla polemica intelligente. Volutamente riecheggia “Scrittori e popolo”, il libro di Alberto Asor Rosa che quarant’anni fa aprì a sinistra la caccia all’intellettuale nazionalpopolare teorizzato da Gramsci. Asor Rosa ha vinto, l’élite progressista ha riabbracciato la tradizione italica di una cultura “alta” che non si sporca le mani col volgo. E condanna, schifata, l’incultura televisiva. Zecchi ribalta la prospettiva: il piccolo schermo riempie un vuoto perché il vuoto c’è; la TV-spettacolo è il paradigma della nostra civiltà perché la nostra è la civiltà dello spettacolo; la cultura dell’immagine scalza quella scritta perché il luogo deputato di quest’ultima, la scuola, non sa più far amare la scrittura. Mentre i politici hanno capito al volo che il mezzo televisivo è la piazza di oggi, gli intellettuali hanno scelto la torre d’avorio e poi lamentano la disattenzione delle masse. «Ma in democrazia decide il popolo, non l’intelligenza snob». Chi vuol incidere deve parlare a tutti, nel linguaggio di tutti, davanti al giudizio di tutti: «La televisione è, oggi, lo strumento che può unire intellettuali e popolo».

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