Partito democratico(impossibile)
Il tema del partito unico, che aveva agitato le acque del centro-destra, torna ora a sinistra dopo il risultato delle primarie. La partecipazione, di là delle aspettative, viene considerata un appoggio alla tesi del partito unico. Curiosamente, questo è avvenuto proprio in quella porzione del centro-sinistra, la Margherita, che aveva maggiormente insistito sulla presentazione del proprio simbolo nella quota proporzionale del sistema elettorale maggioritario. Rutelli non ha soltanto accettato il ritorno dell’Ulivo come simbolo dei partiti nel nuovo sistema elettorale proporzionale, lasciando così cadere la grande occasione di autonomia che gli era così offerta. Le tesi di Arturo Parisi hanno prevalso nella Margherita, tanto da far sì che ora Rutelli non pensi più all’Ulivo ma alla nascita di un unico partito, un partito democratico di stampo americano, che quindi abbandoni i suoi riferimenti politici europei. Ivi, e soprattutto, compreso il riferimento dei Ds al Partito socialista europeo e quindi alla Internazionale socialista. La richiesta sembra paradossale, perché non vi è dubbio che è stata proprio la militanza diessina, erede della lunga tradizione di militanza comunista, a rendere possibile l’organizzazione delle primarie e quindi il loro successo popolare. Cosa sarebbe un partito democratico italiano, dove la storia politica è tutta legata alle identità dei partiti? Il paradosso è continuato sino al fatto, egualmente singolare, che D’Alema, ma soprattutto Fassino, hanno dovuto difendere la qualifica socialdemocratica e l’inquadramento europeo dei Ds. Il colmo del paradosso è giunto quando Piero Fassino ha accusato il Corriere della Sera e il suo direttore, Paolo Mieli, di essere di fatto schierati per la tesi dello scioglimento dei Ds in un partito democratico.
Solo i Ds hanno conservato una unità culturale e possono sostenere il confronto con la sinistra radicale. Quale identità ha invece la Margherita, fatta di postdemocristiani, divenuti improbabili democratici liberali? Ma così a sinistra proprio la Margherita ha accettato la contrapposizione tra popoli e partiti. E non è nemmeno un caso che un postsocialista come Amato e l’inventore delle primarie, Arturo Parisi, abbiano fatto di tale contrapposizione un passaggio graduale verso il partito democratico. Il tentativo di annegare le tradizioni politiche in una struttura organizzativa comune non è riuscita a destra e non riuscirà nemmeno a sinistra. L’unità di un partito suppone l’unità di un linguaggio e questo è difficile da ottenersi persino su un piano programmatico. La proprietà del linguaggio garantisce la permanenza dell’identità e quindi quel riferimento alla memoria che è la base della militanza. è vero che non esiste più un pensiero politico del Novecento, non solo quello comunista ma nemmeno quello socialdemocratico. è vero che i partiti divengono collettori di istanze profondamente diverse e che i confini tra destra e sinistra esistono, ma talvolta trapassano all’interno degli stessi schieramenti, come mostra il casa Cofferati a Bologna. Ma lo scioglimento dei partiti esistenti nei partiti unici non potrebbe che produrre conflitti maggiori all’interno dei partiti unici, dove i vecchi partiti continuerebbero ad esistere come correnti, quindi in modo ancora più conflittuale.
bagetbozzo@ragionpolitica.it
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