‘La rosa bianca’, un film per capire come la fede affronti la morte

Ci sono parecchie ragioni per amare un film come “La rosa bianca”. Ragioni stilistiche, innanzitutto, perché il film è serio nei contenuti affrontati ma anche nella messinscena. Non concede nulla alla retorica dei vincitori, non si lascia mai andare al facile spettacolo. Tutto è trattenuto e i sentimenti misurati, come per una forma di rispetto di fronte al dramma di uomini e donne che hanno perso la vita per un ideale. La morte non viene mostrata e persino i simboli del Nazismo appaiono col contagocce. Ragioni storiche, perché dietro al film c’è un lungo e duro lavoro di studio sugli archivi della Gestapo. E ragioni intrinseche, perché, una volta tanto, siamo davanti ad un film dalla parte dell’uomo. Non l’umanità astratta, ma gli uomini tutti, nazisti inclusi, per i quali – come è giusto – esiste uno spazio di libertà.
Sono uomini fragili tutti i personaggi che si agitano in questo dramma oscuro eppure carico di speranza: Sophie e il fratello Hans, ben lontani dagli stereotipi degli eroi senza macchia e senza paura. Realisticamente bugiardi per aver salva la vita, non rinnegano l’ideale e sono pronti ad addossarsi colpe non proprie per salvare gli amici. O il giovane Cristoph, il padre di famiglia che piange come un bambino di fronte alla sentenza di morte ma che qualche sequenza più tardi ritrova la serenità grazie alla compagnia degli amici. Ma è un uomo anche Robert Mohr, il funzionario della Gestapo che interroga Sophie. è toccato dal coraggio folle della ventenne che tanto gli ricorda il figlio ma che non comprende e cerca tristemente uno schema per accomodare le cose. è sfiorato da un incontro di verità che lo fa quasi vacillare, ma che non accoglie. Il regista Rothemund, al suo terzo film, centra probabilmente il capolavoro della vita e da ateo, «desideroso di comprendere come dei ragazzi di fede possano affrontare la morte», mette in scena un dramma dalla forte struttura teatrale, censurando la violenza fisica e non staccando mai la macchina da presa da quelli che sono veri e propri volti di fede.
Simone Fortunato

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