Saranno mai riformisti?

Di Cominelli Giovanni
03 Novembre 2005
IL MASSIMALISMO DI SINISTRA E' ANCORA VIVO, TIENE AL GUINZAGLIO I RIFORMISTI COSTRETTI A RIMANDARE ALL'INFINITO I LORO PROGETTI DI CAMBIAMENTO

Non c’è finora stata riforma di questo governo che non abbia registrato una forte opposizione del centro-sinistra sia nelle piazze sia in Parlamento. Si tratta di normale dialettica civile e politica. Le soluzioni proposte dal governo per il mercato del lavoro o per la scuola o per l’Università non sono le uniche possibili. Altro, forse migliore, è senza dubbio possibile. Ma a questa altezza della discussione non si è pervenuti nel corso di questa legislatura. Le ragioni sono più d’una. Intanto un’interpretazione feroce del bipolarismo, alle spalle del quale non esiste nessun terreno comune pre-politico, sul quale tutte le forze politiche si possano ritrovare nell’interesse comune del Paese: la logica dell’amico/nemico lo ha cancellato. Se il governo dice sì, l’opposizione “deve” dire no. La ferocia è l’unica cosa bipartisan di questo Paese.
Ma c’è un’altra ragione, che riguarda esclusivamente la sinistra. Essa risiede nella qualità del riformismo o forse meglio nel riformismo senza qualità della sinistra. La semantica di questa parola, ormai inflazionata, è multilivello e viene definita per contrapposizione. Nella seconda metà dell’800 riformismo si oppone a rivoluzione. Il riformismo è quello dei democratici, dei liberali, dei repubblicani di sinistra, dei mazziniani; la rivoluzione è quella della Prima internazionale. I riformisti si organizzano nella Seconda internazionale socialdemocratica. Il fine è lo stesso dei rivoluzionari: la socializzazione dei mezzi di produzione. I mezzi o la via sono però diversi: non la dittatura del proletariato, non la conquista del potere statale con il partito unico, bensì una lunga educazione delle masse, la conquista democratica e graduale dell’obiettivo finale.
In Italia, agli inizi del secolo, i rivoluzionari sono i massimalisti del Partito socialista. Dopo la conquista leninista del potere politico e la rivoluzione dei Soviet i rivoluzionari sono i comunisti, i riformisti sono i socialisti. Ciò che siamo costretti a constatare è che il riformismo della sinistra italiana non è ancora uscito da quei confini teorici, entro i quali il riformismo si definisce solo in contrapposizione al massimalismo e al comunismo. C’è una ragione stringente: che nella sinistra l’opzione comunista e/o massimalista è ancora viva. Solo che questo afferrare l’aratro del riformismo e poi volgersi indietro a guardare impedisce a coloro che si autodefiniscono riformisti di collocarsi su un crinale più avanzato: quello che separa la conservazione dell’esistente dall’innovazione. Crinale forse banale, ma storicamente mobile: ciò che ieri era riformistico oggi può diventare conservazione.
Il Welfare è nato quale grande innovazione, ma oggi rappresenta un grande blocco conservatore. La scuola gentiliana è stata una grande innovazione, oggi è conservazione. Banale, perché si lascia alle spalle grandi e sanguinosi dibattiti per occuparsi qui e oggi, in maniera pragmatica, del presente, sulla scia di un umile empirismo, che fa i conti con il mondo reale e con i suoi mutamenti globali.

I “Sì” DI OGGI, SONO I “NO” DI DOMANI
La combinazione di un politicismo feroce e di una teoria riformistica rétro produce un’amara eterogenesi dei fini per la quale forze massimaliste, rivoluzionarie, comuniste e riformiste si trovano a fornire la rappresentanza politico e la saldatura culturale al blocco storico conservatore del Paese. Un comma occulto di questa teoria rétro è l’idea, già enunciata dal Manifesto del 1848, secondo cui gli interessi particolari dei lavoratori, difesi dai sindacati e dai partiti della sinistra, coincidono virtuosamente e per disegno storico-provvidenziale, con gli interessi generali dei cittadini e del Paese. E se l’interesse dei sindacati della scuola e dell’Università è quello di aumentare l’occupazione, attraverso il prisma di tale interesse viene traguardata ogni possibile riforma. Sicchè ogni riforma che metta in discussione la quantità dell’occupazione o la qualità della sua organizzazione viene respinta quale controriforma. Una delle conseguenze culturali del politicismo è, d’altronde, la seguente: ora diciamo no, ma quando arriveremo al governo, allora si dispiegherà potente ed autoevidente l’epifania del nostro riformismo! Calcolo quanto mai furbesco e miope: perché i sì detti oggi alle potenti corporazioni che tengono il Paese in mano e la politica al guinzaglio domani diventeranno dei no, che peseranno come macigni sulla strada delle riforme.

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