LentoPolitick

Di Feyles Giuseppe
10 Novembre 2005
BILANCIO DELLO SHOW DI CELENTANO. UN AUTORE TELEVISIVO SPIEGA PERCHé, DALLA SCENOGRAFIA AI TESTI, TUTTO è STUDIATO IN FUNZIONE POLITICA E IDEOLOGICA

In “Rockpolitik” abbiamo assistito all’innesto di una inedita valenza ideologica antiberlusconiana sul ceppo del solito moralismo di Celentano. Ogni rappresentazione, insegnava Aristotele, è essenzialmente racconto. Il racconto di Celentano è fondamentalmente questo: i buoni sono pochi, deboli e oppressi, ma adesso si stanno risvegliando e finalmente fanno sentire la loro voce. Nella narratologia il termine “racconto” si rende sovente col termine fabula. è un curioso gioco di parole: quella di Celentano è davvero una bella favola. Un incanto costruito con grandissima abilità narrativa e retorica, come solo dei professionisti dello spettacolo sanno fare (per citarne alcuni: gli autori Freccero e Cerami lo scenografo Castelli, il regista Beldì, la produttrice Claudia Mori, oltre, naturalmente allo stesso Celentano). Ogni aspetto del programma è funzionale al racconto. Gli ospiti e i comici sono scelti con criterio. Il fumetto grafico evoca l’eroe solitario e buono che lotta contro le centrali del male. Nella scenografia, di fronte ai grattacieli, incarnazioni del negativo, ci sono alcuni simboli poveri, dai quali prende le mosse il conduttore: un modesto tavolo di legno, stile vecchia osteria, un piccolo ambone, che ricorda le chiese di campagna, alcuni gradini spogli, come nelle piazze di paese. Si tratta di una scenografia costosissima: in tv ci vogliono molti soldi anche per stare dalla parte dei poveri. Un grande schermo permette l’integrazione delle azioni sceniche con le immagini di repertorio. Lo schermo riacquista la sua funzione etimologica, perché è anche parete di separazione con l’esterno. Il conduttore lo attraversa fisicamente, portando così il mondo nelle nostre case. Tuttavia, non è il mondo reale, ma ciò che del mondo ha ripreso e trasmesso in precedenza la tv. Infatti il programma riutilizza immagini simbolo della televisione, dal cinese che ferma il carro armato alle monetine tirate a Craxi davanti all’hotel Raphael.
In questo modo Celentano si integra perfettamente nel sistema che condanna, perché lo assume acriticamente come vera rappresentazione della realtà. Nello schermo c’è una porta, elemento molto comune anche nella tv commerciale: in “Stranamore” o nel “Grande Fratello” essa dovrebbe rappresentare la comunicazione fisica tra realtà e studio. Sappiamo ormai bene che non è così e questo vale anche per “Rockpolitik”. Nei monologhi si esprime la tradizionale anima predicatoria del conduttore, il cui potere incantatorio è inversamente proporzionale alla sua ragionevolezza. Ritorna la retorica della campagna, assunta acriticamente come sinonimo di genuinità. L’idealizzazione del mondo rurale non ha nulla a che fare con quella della tradizione letteraria. è piuttosto figlia, di nuovo, della stessa televisione, perché si nutre delle immagini pubblicitarie create proprio per gli spot della tv (in realtà il mondo contadino è stato estremamente duro e rozzo e quello che in esso c’era di positivo derivava dalla presenza della Chiesa, attraverso le sue capillari istituzioni). Ritorna anche la retorica ecologica, anticittadina, antimoderna. Ma un certo ecologismo è un lusso che si possono permettere solo i ricchi. è, in fondo, elitaria difesa da coloro che insidiano il proprio territorio, anzi, le proprietà di famiglia o di gruppo.

PRODI CALMO, BERLUSCONI AGITATO
Fin qui comunque saremmo nell’ambito del solito Celentano, con la solita parzialità del suo moralismo. Tuttavia “Rockpolitik” va oltre: l’alternativa “lento-rock” è un gioco, fatto col sorriso sulle labbra, che però ha forti valenze narrative. Si tratta di un modo furbo di dividere manicheisticamente il mondo senza il peso dei concetti di bene e male. Perché, a dire il vero, tutto in sé sarebbe disprezzabile e ingiusto, tranne Uno, il solo Giusto e coloro che, dipendendo da Lui ne sono resi giusti. Invece la lista del molleggiato deriva dal più facile criterio dell’opinione comune, del politically correct.
Ma c’è ancora di più. Forse spinto dalla squadra dei collaboratori o forse dalle impellenze del calendario politico, lo show dà nome e cognome ai buoni e ai cattivi. Ed anche se talvolta afferma la propria equidistanza politica, identifica Berlusconi con il negativo. Il moralismo degenera in ideologia politica. Due elementi dimostrano che si tratta di una scelta ideologica premeditata, che non ha a che fare con le esigenze della satira. Il primo è il pubblico. Come in tutti gli show televisivi, esso non è scelto a caso e dovrebbe rispecchiare l’universo degli spettatori a cui si rivolge il programma. Invece quello di “Rockpolitik” è un pubblico schierato, che rumoreggia sempre in senso antiberlusconiano. Il secondo è l’utilizzo delle clip. Attraverso un montaggio disinvolto, duro, senza patinature, esse riprendono il tema di fondo della lotta dei deboli buoni contro la forza dei cattivi. Nella prima puntata, per sottolineare la presunta violenza esercitata dal potere contro tre giornalisti, si è fatto ricorso al linguaggio sonoro e visivo del poliziesco e del “noir”. Nella seconda il montaggio ha contrapposto la calma del giusto Prodi con la rabbia del colpevole Berlusconi, sottolineata dal violento sottofondo di un gruppo musicale estremo.

BUONI E CATTIVI (ma lui è buono, naturalmente)
Perché il molleggiato ha preso questa deriva, sorprendendo chi lo credeva politicamente moderato? La spiegazione va cercata nella struttura del programma. “Rockpolitik” si avvicina al genere degli one-man show. Essendo fondati in gran parte sulle performance di un mattatore, questi programmi non sono facilmente serializzabili, come avviene invece per i programmi basati su un format definito (ad esempio “C’e posta per te” oppure il suo diretto concorrente “Ballando sotto le stelle”). Si compongono di poche puntate e sono molto più costosi della media. Il loro obiettivo è trasformarsi in “evento”, cioè essere percepiti come rarità, come qualcosa di eccezionale che non si ripeterà facilmente. Devono generare attorno a sé un’attenzione speciale, che naturalmente non ci sarebbe. Perciò devono creare polemica: e cosa c’è di meglio che attaccare Berlusconi? Diversamente dai format, che sono senza tempo, gli show-evento si inseriscono funzionalmente nel contesto in cui sono trasmessi. Devono essere “in diretta” col mondo, ma non nel senso di accogliere effettivamente ciò che dal mondo esterno deriva, ma nel senso di provocare artificiosamente una reazione, per poi rispondervi. Essi quindi non sono molto diversi dagli altri programmi della televisione d’oggi in quanto, né più né meno dei vituperati reality show, rendono la tv argomento della vita e non, come sarebbe corretto, viceversa. Rocpolitik è un “evento” mediatico che vive perché si estende sui giornali, su internet, ed anche nelle altre trasmissioni dei vari palinsesti. “Porta a Porta”, agganciando lo stesso pubblico della trasmissione, ne riprende puntualmente i contenuti e li discute, nello stesso modo in cui discute nelle altre puntate di economia, cronaca, costume. Così la confusione tra realtà e finzione, tra informazione e spettacolo si fa massima. In fondo Gasparri e Angius che davanti a Vespa litigano sulle scenette dello show, ne continuano la rappresentazione.
Naturalmente il climax provocatorio non può durare molto. La terza puntata del programma si è dimostrata sottotono proprio per l’esaurirsi della novità della polemica politica. Vedremo ora il tono dell’ultima puntata. Alla fine del ciclo, è difficile dire quanto il pubblico si accorga della mistificazione ideologica. Di certo, nonostante quello che racconta la favola di Celentano, nella realtà i cosiddetti buoni non sono affatto pochi, perché se si identificano con una parte politica rappresentano più o meno una metà del paese; né sono deboli, perché hanno dalla loro potenti mezzi economici e mediatici, almeno pari alla controparte; né sono oppressi, tant’è che prosperano sulle scene. E, forse, se tale divisione mai avesse un senso, non è neppure detto che siano loro, i buoni.

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