Più della ‘ndrangheta potè il piagnisteo

Di Pietro Piccinini
10 Novembre 2005
DOPO L'OMICIDIO FORTUGNO TANTE GIUSTE MANIFESTAZIONI ANTIMAFIOSE. MA POI? «SERVE UN'ALTRA MENTALITà E UNA NUOVA EDUCAZIONE». IL FALLIMENTO DELLE POLITICHE ASSISTENZIALI DI STATO E UE

La riscossa della silenziosa maggioranza buona della Calabria è finita più o meno come al solito, dipinta sugli striscioni dei 16 mila ragazzi che venerdì scorso hanno sfilato per le strade di Locri. Certo, ora ci sono due belle camionette delle forze dell’ordine, una all’ingresso e una all’uscita del paese, e poi da qualche giorno la Calabria ha pure il suo superprefetto dotato di superpoteri. Ma soprattutto c’è stata la grande, corale, indimenticabile, pubblica sfida alla ‘ndrangheta: «E adesso ammazzateci tutti». Grandi, corali, indimenticabili titoloni sui giornali, e più o meno è finita lì. Ora sappiamo che in Calabria la società civile è compatta contro la mafia. Bella scoperta. Resta solo una domanda: tutto qui? È così che si sottrae un mondo al controllo della ‘ndangheta, con pugno di ferro e giuramenti di castità (che pure sono sacrosanti)? E se al termine delle indagini si scoprisse che il povero Francesco Fortugno, che in fin dei conti non viveva in un’ampolla di vetro, aveva avuto, consapevolmente o meno, collegamenti non proprio trasparenti con persone non proprio “pulite”? Se anche fosse? E se la relatà dei fatti indicasse che lo scontro in Calabria in fondo non è proprio fra puri e appestati? Prima ancora della saturazione militare auspicata a destra e a sinistra, non urge forse – come quotidianamente indica Marina Valensise sul Foglio dal giorno dell’assassinio del vicepresidente del consiglio della Regione – un intervento sull’antropologia calabrese? Angela Napoli, vicepresidente della commissione parlamentare Antimafia, sottoscrive volentieri. «È la vecchia cultura calabrese dell’assistenzialismo e del clientelismo il nemico da battere», dice a Tempi la deputata di An, che è di Taurianova e conosce bene la sua terra. «È l’antico retaggio regionale per cui in fondo “tutto è dovuto” che permette alla criminalità di diffondersi come metodo per risolvere i problemi». Perciò, insiste Angela Napoli, bisogna cominciare dalle giovani generazioni, diffondendo innanzitutto nelle scuole una nuova mentalità, una mentalità “altra”, all’insegna della legalità. «E in questo senso, francamente, credo che persino le grandi manifestazioni antimafia, come quella del 4 novembre a Locri, producano poco o nulla: molto probabilmente, visitando gli istituti da cui provengono i ragazzi scesi in piazza, ci troveremmo a dover constatare che la cultura che vige fra quei giovani è già di per sé fuorviante. Il punto è che in Calabria non si sa neanche cosa siano i doveri. Non esiste la meritocrazia, fatica a diffondersi il senso della responsabilità. D’accordo, non c’è scuola della regione che non preveda nel piano formativo un progetto sulla legalità, incontri, convegni. che però non affascinano i ragazzi. Credo che un ruolo fondamentale in questa partita debba essere affidato alle associazioni, al volontariato. E penso ad associazioni come “Riferimenti” di Adriana Musella, la figlia di un imprenditore ucciso dalla mafia che ha deciso di dedicare il suo lavoro proprio alla diffusione di una nuova coscienza che restituisca il giusto equilibrio tra diritti e doveri, e proprio per la sua storia è in grado di farlo senza secondi fini personali o propagandistici. Poi naturalmente c’è la Chiesa, che soprattutto negli ultimi anni si è parecchio data da fare. E ci sono tanti altri soggetti che potrebbero essere capaci di formare le persone. Però spesso queste organizzazioni dovrebbero essere coadiuvate, inserite in una rete di sussidiarietà pubblica. Che purtroppo è piena di lacune per via, appunto, della cultura dell’illegalità e dell’inerzia di cui sopra, che permea tutto».

ZEROVIRGOLA E 750 MILIONI
Dunque c’è qualcosa di più antico e più dannoso della ‘ndrangheta in Calabria. C’è l’atavica, statica passività di una terra dove da sempre sembra impossibile ogni impulso allo sviluppo, se non al prezzo di ingombranti compromessi con un sistema di veti incrociati fatto apposta, per dirla con Guido Piovene, «perché nessuno possa salvarsi». Già cinquant’anni fa, cioè molto prima che fossero ridotti a ruggine e sterpaglie anche i 2.000 miliardi di lire destinati dallo Stato alla Sir, suprema cattedrale fra le cattedrali nel deserto calabrese, il poeta lametino Franco Costabile dipingeva così il fallimento di tutti i possibili buonismi e meridionalismi: «Qui tutto/ è come prima,/ tranne voi,/ onorevoli,/ governatori,/ voi, amici,/ Leonardi da Vinci/ della Cassa del Mezzogiorno». La stessa diagnosi che compila per Tempi il presidente della Compagnia delle Opere della Magna Grecia, Giancarlo Franzé, il quale aggiunge alla cartella clinica della regione anche un recente studio del Censis dove si dimostra che 20 anni di pubblici investimenti per il Mezzogiorno hanno portato al paese un beneficio pari allo 0,1 per cento del Pil. «Zerovirgolauno per cento del Pil – scandisce Franzé – e parliamo di investimenti da migliaia di miliardi. L’Unione europea ha impegnato in Calabria 750 milioni di euro per lo sviluppo. Un fondo che la giunta precendente all’attuale però non ha saputo impiegare», e così Bruxelles, nella sua implacabile burocraticità, il prossimo 31 dicembre lo vorrà indietro. «Il paradosso è quei soldi non sono stati spesi non tanto per mancanza di progetti, ma perché i vari progetti sono stati sempre abortiti dai veti incrociati dei diversi gruppi di interesse. È questa la cultura mafiosa. No, qui non bastano le misure straordinarie, e nemmeno le chiacchiere cambiano niente. Adesso tutti sono contro la ‘ndrangheta, in realtà poi, probabilmente, la mattina si fanno le manifestazioni, la sera si va a cena con i mafiosi. No, il vero problema in Calabria è “essere altro” dalla mafia, passare da una cultura di potere a una cultura di servizio, quella della Chiesa e della Cdo. Una cosa che il mafioso capisce e rispetta. La ‘ndrangheta è figlia dell’antropologia calabrese, ed è espressione della debolezza intrinseca all’uomo, perché tirare fuori il coltello per risolvere i problemi è cosa da deboli». Essere altro dalla mafia significa invece che «noi i soldi li usiamo per dare lavoro alla gente, perché la ‘ndrangheta si vince puntando su educazione e formazione, allo scopo di creare uno sviluppo sano. Noi negli ultimi tre anni, con i nostri progetti e le nostre aziende, che vanno dalla gestione dei supermercati ai villaggi turistici, dal monitoraggio dei fiumi alla burocrazia regionale, abbiamo impiegato 1.300 persone a tempo indeterminato, più altre 4.500 l’anno con contratti a tempo determinato (outsourcing e lavoro interinale). E abbiamo formato circa 9.000 ragazzi. Sfruttiamo le politiche attive del lavoro, visto che il lavoro manca».
Perché la Calabria sia quello che dev’essere, dunque, ci vuole ingegno e molto sudore in più. Solo così anche nel deserto può nascere qualcosa. Un paio di mesi fa il metodo della Cdo Magna Grecia ha conquistato nientemeno che un economista del Fondo monetario internazionale e un dirigente della George Washington University, entrambi impegnati negli Stati Uniti in un’opera che mira al reinserimento lavorativo di persone “buttate fuori” dal mercato. Impresa che in America richiede una capacità di inventare progetti simile a quella con cui in Calabria qualcuno ha cominciato a scardinare l’assistenzialismo imperante.

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