L’altra città del prode (Tonino) Saladino

Di Cominelli Giovanni
10 Novembre 2005

Una caligine densa sembra pervadere l’intera società calabrese. L’assassinio di Fortugno pesa come un cappa sulle assemblee pubbliche e sulle conversazioni private, sugli umori sotterranei di una società attraversata da paure e disperazione rappresa. Sussurri, accuse velate, controaccuse. Intanto, attorno, sui giornali e sulle tv, impazzano i commentatori improvvisati, tutti o quasi imprigionati nel luogocomunismo e nel meridionalismo autoconsolatorio e piagnone.
In queste condizioni è difficile costruire un giudizio. A me sono parse visibili due realtà. Da una parte un arcipelago di iceberg mafiosi, compatti, che tengono insieme economia criminale, lavoro nero e investimenti “legali”, rappresentanze politiche, pezzi dello Stato. Dall’altra parte realtà e lampi di strategie esistenziali, economiche, politiche di resistenza e di alternativa. Opere. Una l’ho intravista direttamente. In mezzo alla campagna verde, devastata da costruzioni industriali, delle quali molte sono puri scheletri di cemento armato, capannoni deserti (vedasi alla voce “Sviluppo (sic!) Italia”), appare una piccola fabbrica di caramelle e di gelatine, che esporta in tutto il mondo i suoi dolci prodotti e che dà lavoro ai giovani. E poi società di servizi, sorte dal nulla, che complessivamente impiegano più di cinquemila giovani.
Domando a Tonino Saladino, che è il motore (e il consulente) di queste opere: come è possibile? La mafia non chiede nulla? Perché vai in giro con la scorta armata? La risposta illumina più di mille dibattiti: noi abbiamo avuto il coraggio di “essere altro”. Se accetti oggi un piccolo compromesso, domani sarai assorbito e divorato dalla cultura e dalla società mafiosa. Una cultura per cui prima sta l’idea che ciò che conta non è il lavoro, ma il posto; che un piccolo compromesso è pur sempre necessario e saggio; che non bisogna “muoversi troppo”, o “dare fastidio”; che l’aiuto deve venire dallo Stato; che nessuno ha responsabilità personali, perché l’ambiente circostante è soverchiante.
Saladino non è un filosofo della politica, è “solo” un piccolo (?) imprenditore. Ma parte da un’idea del tutto alternativa e controcorrente: che ciascuno si deve assumere rischi e responsabilità; che occorre costruire compagnia, perché nessuno ce la fa da solo; che occorre dare fiducia alla capacità del cuore umano di cambiare sé e il mondo; che l’educazione alla legalità non si compie non attraverso dispendiose campagne nazionali o regionali, ma con l’esempio e i comportamenti; che l’etica nelle scuole non la si insegna come la matematica, con lezioni frontali sui valori della Costituzione. No! L’etica pubblica si diffonde nella pratica del rispetto rigoroso delle regole. Se uno ha un’idea la deve far vedere: le opere sono il segno sensibile ed efficace di quell’idea. La speranza, per Saladino, è più forte di ogni declino, che pure è una tendenza reale. Dette quassù, appaiono parole intrise di retorica e di buonismo. Ma prova a dirle e a praticarle in Calabria, con la scorta al seguito! Sì, anche in Calabria ci sono “due città” in lotta.
Giovanni Cominelli

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