Di come Ziche entrò per educare i carcerati e ne uscì educato

Gli diede di gomito e con sarcasmo da galeotto: «Ma che fate? è come mandare i ciechi al cinema». Quando racconta, il professore liceale Mauro Grimoldi, che da una vita si porta appresso il nomignolo di ‘Ziche’ (pare fosse una capra che come lui vedeva arrampicarsi sul mento una barbetta curata solo nei dì di festa), se la ride ancora. Gli piace l’ironia feroce che svela le contraddizioni del vero, ancor più se questa si trasforma in autoironia. Un’amica, Patrizia, aveva iniziato un corso di italiano a un gruppo di carcerati della Casa circondariale di Como. «Aveva messo in piedi un centro stampa in cui lavoravano una ventina di carcerati. Patrizia mi aveva chiesto di collaborare con lei per preparare una mostra di testi e immagini che poi sarebbe stata esposta al Meeting di Rimini di quest’anno. Tema: la libertà».
La prima volta di Ziche fra le mura di un carcere fu scandita dai rintocchi dei giri di chiave. «Clac clac, il secondino che apriva la prima porta. Corridoio. Clac clac, seconda porta. Corridoio. Cortile. Altro corridoio. Clac clac, per un’altra quindicina di volte, prima di arrivare al centro stampa». Quella mattina si era suicidata una detenuta del braccio femminile. La direttrice ne diede notizia. Poi il cappellano chiese un minuto di silenzio, la scorciatoia consueta per chi non ha parole. «Nemmeno una preghiera. Si avvertiva nell’aria tutta la pesantezza di un’ansia irrisolta e l’inadeguatezza di chi non sa recar conforto». Quella mattina Patrizia aveva organizzato una lettura dantesca, «idea magnifica e assurda perché di quel manipolo di gente la maggioranza sono turchi, cinesi, albanesi, marocchini». Così ecco spiegata il sarcasmo, «anche se – s’impenna il professore – i galeotti ‘ciechi’ riuscirono a vedere il cinema ‘dantesco’». Soprattutto li colpì un particolare biografico: «Dante era uno di loro. Condannato a morte, costretto a vivere in esilio, eppure così bisognoso di tutto. Capace di comunicare a loro, che ben poco capivano, uno struggimento che trascende la misera condizione contingente». Iniziarono ad appassionarsi e a domandare. Volevano sapere, «sapere tutto».
Non esiste educazione che prescinda dall’educato. E Ziche se ne accorse subito dai primi due incontri. Il kolossal della delusione delle aspettative, «gente che si alzava, andava e veniva, interventi a casaccio». Soprattutto, racconta Ziche, «ti assalivano con le loro lamentele. Il carcere è piccolo, sporco, da mangiare fa schifo, la vita è una merda e – epilogo ricorrente ad ogni lamentela – ‘Io sono innocente, sono qui per sbaglio’». Il male era sempre un corpo affilato ma estraneo, fuori da sé, oltre e aldilà dei propri pensieri e delle proprie azioni, a cui, al massimo, si mostrava il broncio dell’offeso. «Per questo parlavano sempre di tutto, del tempo interminabile, degli spazi angusti, delle cose che mancano, ma mai di sé, del futuro, degli affetti». Ziche allora cambiò metodo, e a domandare iniziò lui: «Chiedevo loro di raccontarmi la loro giornata, fin nei minimi dettagli: a che ora si alzavano, come avevano fatto a costruire le mensole della cella coi pacchetti di sigarette, come erano riusciti ad attrezzare un forno per cuocere la pizza in tre metri di spazio». Poi chiese loro di scrivere: «Di cosa? Di ciò di cui abbiamo parlato».
La marcia lenta e faticosa dell’educazione ha le sue svolte. Furono due: la prima quando riportò loro i testi che gli avevano consegnato una settimana prima. Ne lesse alcuni. Erano increduli. «Ma li abbiamo scritti noi?». L’orizzonte si aprì oltre il bugigattolo della condanna giudiziaria. Poi Ziche la butta lì, ma è un’osservazione che meriterebbe altro spazio: «Per accorgerti che sei importante hai sempre bisogno di un altro». La seconda svolta fu merito di un galeotto cinese. Durante una discussione animata dalla solita litania sui disagi della vita in gabbia, saltò in piedi e disse: «è inutile che continuiamo a girarci intorno. Il problema è che noi evitiamo con cura quel che ci rode dentro». Di schianto, fu «come un Big Bang, come l’inizio di una storia nuova in cui si mescolava rimorso e attesa di redenzione, un’esplosione di umanità disperata che cerca solo qualcuno che possa avere la potenza e l’avventatezza di dire: «Io ti perdono». Poi salzò «l’omicida», un carcerato che porta alla vita la cintura della sua vittima «per rimanere sempre legato a colei che ha ucciso». «Chi mi perdona – chiedeva a Ziche – se la mia possibilità di riscatto è sepolta sotto due metri di terra?». Il professore allora, paziente e discreto, parlò loro dell’unica possibilità vivente di una vittoria sulla morte e sul male, gli raccontò una storia cominciata duemila anni fa. «Allora il problema è Dio», concluse il galeotto. «Sì, il problema è Dio. E l’io», confermò Ziche.
Da allora, le sue serate furono un’immergersi nei pensieri e nelle descrizioni che i carcerati gli consegnavano di settimana in settimana. «Scrivevano, scrivevano assetati di domande, affamati di risposte. E coinvolgevano altri loro concellini che al corso non potevano partecipare. Chi inviava disegni, chi pensieri, chi racconti. Ecco come un carcere intero ha aperto con una mostra ‘una finestra sulla libertà’».

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