Il tempo le cose lo spazio l’Io e Dio

Di I carcerati del Centro circondariale di Como
17 Novembre 2005
ALCUNI DEI DISEGNI E DEI PENSIERI IMPROVVISI DEI CARCERATI DI COMO RACCOLTI NELLA MOSTRA "UNA FINESTRA SULLA LIBERTà" PRESENTATA AL MEETING DI RIMINI DI QUEST'ANNO

Il tempo
Oggi, con questo tempo, la gente va al lago o lungo i sentieri per una passeggiata rilassante. La campana del paese suona puntualmente: è l’ora della Messa domenicale. La gente sarà già in piazza, pronta ad antrare nella piccola chiesa. In questo momento anche i bambini sono più silenziosi del solito e si lasciano trascinare obbedienti dai genitori per partecipare alla celebrazione. È una domenica normale, come tutte le altre, ma per me è così lontana, quasi irragiungibile.
Oggi non posso smettere di pensare a te. Anche se ci provo con tutte le mie forze, non posso: tutto intorno a me non fa altro che rivelare la tua luce. Le persone che mi accompagnano per la vita lo sanno e credo siano persino stanche di ascoltarmi ripetere il tuo nome, ogni volta che trovo un attimo di riposo.
Oggi non posso smettere di pensare a te; semplicemente non ci riesco, non posso e non voglio farlo, perché ricordarti mi tiene vivo, come una roccia che mi risparmia la pazzia. Tu non sai come mi manca ascoltarti! Come mancano i tuoi lamenti, le tue parole, il tuo sorriso! Tutto! Tu non lo sai e io forse non so dirlo, ma non mi stancherò di ripeterlo mai, fino a che possa dirlo davanti ai tuoi occhi.
Oggi non posso smettere di pensare a te. Proprio non ci riesco!

Qui, uno impara a rispettare il tempo. Le chiavi delle celle sono come le campane della scuola: per la doccia non più di trenta minuti, per l’aria due ore. Quando si sta male, bisogna ricordarsi l’orario delle visite mediche. Qui, il tempo insegna ad apprezzare il tempo. La telefonata settimanale di dieci minuti: i dieci minuti di gioia, i dieci minuti di normalità. I colloqui di un’ora sono sessanta minuti di pensieri, di soddisfazioni e, insieme, giorni di riflessione. Qui, la gente uccide il tempo e uccide sé stessa, smarrita e sgomenta, tra letto, sigarette e fantasie inutili.
Qui, la gente afferra il tempo: corsi di formazione, scuola, biblioteca. Il tempo si lascia prendere da chi sa ancora acciuffarlo. Da chi sa ancora avere in mano se stesso. Qui, il tempo salva e uccide la gente. E la gente cerca di controllare il tempo con il tempo, tra ostilità e dipendenza reciproca.

Le cose
La mappa l’ha portata un mio ex compagno di cella. Non so per quale motivo l’ha tenuta sempre con sé, gelosamente conservata sotto il materasso. Il giorno della sua scarcerazione me l’ha lasciata dicendomi: «Amico mio, vedrai che questa mappa diventerà la tua migliore compagna di cella». Il giorno dopo l’ho attaccata sulla parete di fronte al letto: è talmente vecchia che vi sono riportati paesi che oggi non esistono più. Ma una cosa è certa: il mio ex compagno aveva ragione. La guardo ogni giorno e vedo la mia casa, percepisco la distanza che mi separa da lei. è qualcosa di molto più della nostalgia.
Nella cella dove vivo, appeso al muro di destra, c’è un puzzle di cinquemila pezzi. Io e il mio cancellino abbiamo impiegato due mesi e mezzo per mettere insieme tutti i tasselli. Ci vuole molta pazienza. Abbiamo diviso i pezzi secondo i colori, poi li abbiamo passati uno a uno nelle nostre mani e abbiamo lavorato procedendo dall’esterno verso il centro: prima la cornice, poi la figura vera e propria. Alla fine ci siamo meravigliati della sua grandezza: un metro e settanta per un metro e quaranta. La difficoltà più grande che abbiamo incontrato è stata lo spazio, che in una cella è piuttosto limitato; un piccolo spazio e una grande varietà di colori, tanto da farti andare insieme la vista. Finito, è un capolavoro.
Tutti quelli che lo guardano restano stupiti. Sembra una finestra sul muro, che apre ad un panorama bellissimo e inusuale in questo posto. In primo piano c’è il ponte di Brooklyn che, attraversando su due colonne il ramo dell’oceano Atlantico, si appoggia sull’isola di Manhattan, dove si vedono centinaia di grattacieli. Due si distinguono per l’altezza e per la loro esatta somiglianza: sono le Torri Gemelle, quelle abbattute l’undici settembre del duemilauno dai terroristi. Io me ne ricordo sempre, ogni volta che guardo le torri ancora affiancate una all’altra, mentre vanno a cercare il cielo nel puzzle.

-Sanchez, posta! – Da dove? – Dal tuo paese, credo. Mi regali il francobollo? – Lascia che veda la lettera. Se è bello lo tengo per me, altrimenti lo puoi prendere. – E se ti do in cambio una brioss? – Ah! Così il discorso cambia. Agente, per favore, non strappare la busta. – E come faccio a controllare senza spaccare la busta? Perché la incollano così forte? Quando ci mette una lettera per arrivare dal Venezuela fino in Italia? – E che ne so, io? Penso venti, trenta giorni, se non c’è sciopero nel mio Paese.
Il bustone entra attraverso le sbarre, il profumo di casa penetra nel mio naso e inizia il suo percorso in tutto il mio corpo. Inizia il suo percorso. è automatico: tutte le volte che mi arriva la posta, la prima cosa che faccio è tuffare il mio naso nella busta per coinvolgermi con l’odore di casa mia. Il profumo mi fa ricordare tutta la mia vita passata e il mio amore per la famiglia si fa più forte. Ogni riga che leggo è una trasfigurazione. è una tale emozione che a volte ne provo paura. Un ricordo così intenso che mi pare di tornare bambino. Il profumo della lettera di mia mamma mi fa chiudere gli occhi e io mi tuffo in quell’aroma come in una piscina. è un’immersione nel mondo, nel mio mondo! In quei momenti percepisco in modo straordinario tutta la mia fragilità. In quei momenti avverto la mia sensibilità come mai mi accade in ogni altro momento della vita.

Lo spazio
Puoi tentare di afferrare i sogni, ma i sogni sono lontani, insidiosi e rischiosi; portano solo delusione. Ti senti impotente persino in amore, perché non ti è permesso il lusso della sensibilità; non saresti uomo. Continui ad essere burattino del mondo carcerario, etichettato per quello che hai fatto; cifrato da un numero che ti annotano in matricola, eternamente (?). Ecco perché sento viva la morte, come se fosse il mio prossimo compito.

Cammino in un rettangolo di cemento bianco e grigio, con sei panchine, davanti a me un muro di cinque metri, anch’esso grigio. Quaranta metri per settanta cristiani. Ma non è né lo spazio né l’affollamento a turbarmi. È, anche qui, la mancanza di profondità. Riesco a scorgere solo il cielo, azzurro o grigio in base al suo umore. Non una montagna, una pianura, un lago, un mare, della sabbia. Non trovo giusto isolare il campo visivo di un uomo. è giusto pagare per i propri errori, è giusto essere isolati dalla società civile. Ma gli occhi!?! Perché umiliare gli occhi? Perché non permettere loro di vedere nulla?

Ogni giorno maledico chi ha inventato la cella. Chi ha messo la prima pietra. Chi ha messo l’ultima pietra. Chi ha collaborato alla costruzione. Chi la fa andare avanti. Tutti i giorni dedico dieci minuti alle preghiere. E tre ore alle maledizioni.

L’io
Litania delle cose che mancano. Mi manca svegliarmi accanto a mia moglie, alzarmi a preparare la colazione (per lei?). Mi manca il rasoio. Perché ogni mattina è un’impresa farsi la barba senza tagliarsi. Mi manca mia figlia, che a causa del mio arresto mi è stata “strappata” circa dodici anni fa. Era piccola e ora ha quattordici anni. Non l’ho mai accompagnata all’asilo, a scuola; non ho condiviso i suoi giochi, le sue gioie, le sue delusioni. Non le ho mai insegnato le cose che io non ho saputo rispettare. Mi manca la mia famiglia; anche se è per lei che io trovo la forza di andare avanti. Mi manca mia mamma. Mi chiedete un pensiero su questo contenitore di carne umana. Ne ho mille di pensieri. Il più bello e il più dolce è rivolto a mia madre.

-Il nostro io è la possibilità che Dio ci dà. – Per manifestare il suo amore. – In questa vita terrena. – Perché sarebbe desolante convincerti che in te c’è solo male.

Dio
Padre nostro, perché non sei soltanto padre mio? Non dirmi che sono egocentrico: ho tanto bisogno di sentirmi posseduto dalla Tua paternità. Non sono geloso, se dopo vorrai essere anche Padre degli altri. Ma ho bisogno come di rapirti; di annusarti, come si annusano i gigli, le rose, i tulipani. Voglio annusarti per portare con me il Tuo profumo di Padre.
Sei stato per troppo tempo nei cieli; ora Ti voglio in terra. Ti voglio vicino. Voglio tenerTi per mano; cantare, dormire, camminare con Te. Sentire il tuo respiro. Il cielo è troppo lontano. Senza di Te qui, il cielo è inutile e la terra un inferno. Ascoltami: Padre mio che sei qui in terra, dividi con me non solo il pane quotidiano, ma anche l’aceto quotidiano; sorridi con me quando perdono; piangi con me quando sbaglio; allontana le tentazioni perché sono tanto debole, troppo debole. Ci sono tanti lupi in giro che deridono la tua misericordia, Ti prego, resta qui con me.

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