L’enormità di una vita (in una mail) fa scattare una mobilitazione di classe
Sono uno studente della classe della professoressa ecologista, ambientalista, relativista etc. di cui avete parlato nel vostro, tra l’altro pessimo, articolo intitolato “Il relativismo giù dalla cattedra” pubblicato sul Giornale del 23/10/2005. Le scrivo per complimentarmi con lei. La sua argomentazione non fa una piega, se non fosse perché, probabilmente, lei non è mai stato un biologo ne ha mai studiato biologia. Gli studenti di biologia sono costantemente posti di fronte all’enormità della vita, dovendone studiare ogni particolare. Nel suo testo (chiamo articolo ciò che riporta frasi intere ed unite correttamente, senza salti vantaggiosi alla tesi) scrive letteralmente: «Già, e allora quale sarebbe la ricerca scientifica eticamente corretta? Ma certo, quella fatta sugli embrioni umani. Vuoi curare gli uomini? Usa gli uomini come cavie. Questo è il precetto etico-scientifico che si insegna alla facoltà di Biologia, corso universitario di Diritto e Bioteca. Perciò, cretini quel 75 per cento di elettori italiani che non hanno capito niente della nefanda legge 40 e, irretiti dalla Chiesa, non sono andati ad abrogarla al referendum».
Quello che non sa è che, in ogni aula universitaria di biologia c’è una consapevolezza: il più cannaiolo di noi conosce la biologia 100 volte meglio del votante medio. Questo non è un dato di mancanza di umiltà, ma solo una realtà innegabile. Il cittadino medio non ha la più pallida idea di come funzionino gli esseri viventi: accarezzano il proprio cane e questo gli basta.
Ogni studente di biologia, durante il dibattito sul referendum per la legge 40, ha avuto la pelle d’oca. Ma questo, magari, non tanto per le cose sentite (che a volte facevano davvero accapponare la pelle) quanto per il fatto che una legge simile fosse stata trattata in quel modo, senza che nessuno potesse capire nulla della materia che si stava trattando. Mentre ognuno di noi aveva già sue idee, senza bisogno di guide esterne (sa, come le ho già scritto, noi la biologia la studiamo!). Si è chiesto alla gente comune, che vive di Metro e Leggo (nelle metropoli, fuori nemmeno quello), di decidere cosa era la vita, quando illustri scienziati, se onesti, non possono farlo. Semplicemente perché non ne esiste una definizione, e chiunque si sia arrogato il diritto di darla non ha detto certamente verità scientifiche (ha presente Popper.).
Ciò che la professoressa “ecologista” ha fatto, è stato far nascere il dibattito all’interno dell’aula: mostrare apertamente la propria posizione è il modo più onesto e corretto di rivolgersi ad una qualsiasi platea. Se un professore lo fa, lasciando piena libertà di parola ai propri ascoltatori, genera una spirale di cultura all’interno dell’aula. Tenendo centinaia di studenti, normalmente poco interessati al mondo giuridico, attaccati alla sedia per due o tre ore. Se tutto ciò a lei non piace è perché non ama il dibattito. Il punto di forza della didattica, secondo me di qualità, offerta dalla professoressa “ecologista” è la sua onesta: non ha mai nascosto la propria opinione, o la propria non opinione, su nessun argomento trattato fin ora, e non ha mai impedito a qualcuno di parlare. Anzi, ci ha spinti ad “esporci”, tanto che il suo, tanto amato, votante “no” interviene molto più degli altri! L’unica persona poco onesta in aula, a mio modesto parere, è stato proprio lei, che non ha dichiarato la propria persona e la propria professione, suppongo, mischiandosi tra gli studenti. Questo, ovviamente, supponendo che lei a lezione ci fosse, anche perché nel caso contrario, secondo il metodo scientifico che noi biologi amiamo tanto, ogni sua osservazione perderebbe di significato. (.). La invito a seguire qualche altra lezione di Diritto e Bioetica in Bicocca (anche se immagino che non abbia tempo), perché un giornalista non può attaccare in questo modo una struttura e un professore senza avere dei riscontri più che certi. Certo, quindi, di una sua risposta la ringrazio per aver letto fin qui il testo e la saluto cordialmente.
Criticando punto per punto il suo testo: lei scrive: «Ma vogliamo parlare di morte medicalmente assistita? La bioetica docente sale in cattedra e spiega quanto sono sciocchi e involuti quelli che ancora non apprezzano l’eticità dell’eutanasia». Ogni lezione di Diritto e Bioetica, in Bicocca, comincia con una domanda o una questione di cui parlare. La lezione in merito è cominciata parlando dei diritti umani, di quali erano e se è possibile darne una gerarchia di importanza. Molti di noi hanno alzato la mano proponendo valori, secondo ognuno, generali per il genere umano. La professoressa non è intervenuta, si è limitata a scriverli alla lavagna. Proponendo, poi, il tema dell’eutanasia ha chiesto alla classe quale fosse il valore più importante: la vita o la libertà (la contrapposizione tra i due valori è nata dalla discussione in aula, che ricordo abbastanza accesa per un’aula di una facoltà scientifica). Alcuni di noi hanno scelto il primo, altri il secondo. Ma nessuno, nemmeno la sua amata professoressa, si è arrogato il diritto di dire quale fosse la Verità, semplicemente perché, e questo è stato chiaro fin dall’inizio, non esiste una verità certa (naturalmente al di fuori della sua, eminente giornalista) quando si parla di Bioetica. Tutti noi abbiano studiato Nietzsche e nessuno ne è uscito “indenne”. In fondo la verità non è nel mio parere come non lo è nel suo (si fidi). La differenza tra me e lei è che io non impongo la mia opinione, nascondendomi dietro gli studenti o un foglio di carta, io mi metto in gioco, forse perché ho davvero qualcosa da perdere.
P.S. La motivazione per cui non mi firmo è palese: la sudditanza ad un professore potrebbe essere un’ottima motivazione per scrivere un testo del genere. Quindi è meglio che nessuno sappia chi sono, tanto un parere non acquisisce valore in merito al nome che porta dietro. Una frase intelligente lo è anche se detta da uno stolto, sempre a parer mio.
Spero che lei accolga l’invito che le ho fatto: sarebbe davvero un’esperienza informativa interessante per gli studenti di una facoltà, a volte troppo “scientifica” per sviluppare una significativa opinione del mondo circostante.
e-mail ricevuta in redazione
sabato 29 ottobre
Caro amico, non occorre esser studenti di biologia per essere “costantemente posti di fronte all’enormità della vita”. Le assicuro che sua madre sa più cose di qualsiasi studente di biologia circa “l’enormità della vita”, anche se sua madre fosse un’ignorante contadina. è tanto vero questo, che nei campi di sterminio non sono mai stati gli scienziati a mancare, ma gli uomini semplici, cioè sani, (ne sapeva qualcosa il nazismo con i suoi Mengele, ma anche il comunismo con i suoi Pavlov non scherzava), quelli appunto che conoscono certe elementari “verità” per cui mai e poi mai farebbero un campo di concentramento (poiché gli uomini semplici sanno ad esempio che la vita è dono di Dio, verità elementare densa di conseguenze perché la vita non sia immediatamente schiavizzabile o resa contenuto commerciale; perché se il punto di partenza, l’ipotesi elementare da cui partiamo, fosse che l’essere umano non è nient’altro che epifenomeno del caos e del caso, in forza di che cosa, logicamente e razionalmente, si potrebbe ribellarsi al caos e caso – sociale, economico, scientifico, culturale, politico – che progettasse di spazzarci via, o che ci considerasse carne da cannone o da laboratorio? Sì, certo, in forza del puro e semplice istinto di sopravvivenza, ma che ne resterebbe di tutte le nostre considerazioni sui “diritti umani”? Come potremmo dire a Hitler o a un tagliatore di teste, errore e orrore trattare così gli esseri umani?).
Ma pur lasciando perdere Dio, la questione rimane: se la verità non esiste, cioè se non è possibile dire “questo è bene”, “questo è male”, mi dice lei come fa la scienza a non correre il rischio di non farsi strumento del potere e di oppressione dell’uomo reale? Perché se la verità sull’uomo non esiste, lei capisce che ogni epoca ha le sue verità (e allora come si potrebbe dire che gli esperimenti a Auschwitz sulle cavie umane erano “male”?). Il che non abolirebbe la verità, ma farebbe della “verità” la regina della menzogna conformisticamente diffusa dal complesso di posizioni e di poteri dominanti una certa epoca. Lei capisce che se la verità, o un suo surrogato, si producesse come risultante di “opinioni”, stile l’esercizio che avete fatto alla lavagna, il risultato sarebbe che non esistono diritti umani se non quelli approvati da una maggioranza di opinioni (il che vorrebbe dire far fuori la verità per la potenzialmente più dittatoriale delle verità: quella imposta da una maggioranza! Infatti lei e io non viviamo in una campana di vetro, le “idee” ci provengono da un certo contesto materiale e storico).
Lei capisce che se in quell’aula mettessero al voto democratico, cioè secondo opinione, il diritto ad esistere della sua persona, secondo la sua concezione lei non dovrebbe lamentarsi (e invece io credo che qualcosa in lei si lamenterebbe).
Il problema allora è: ma come si arriva alla verità sull’uomo, sul bene e sul male? Non certo con la scienza, la quale ci spiega come funziona l’uomo, ma non ci può dire nulla di nulla sul significato, sul valore che ha una persona umana (si faccia fare una check-up biologico e poi mi dica se un check-up fotografa la sua identità umana e non invece una quantità puramente materiale che potremmo tranquillamente confrontare con quella di un cane o di un gorilla, eppure noi non siamo né cani, né gorilla, no?). La scienza è una grande espressione dell’attitudine razionale propria dell’essere umano. Ma non è affatto vero che la razionalità umana si esprima solo nel metodo scientifico. Anzi. Nella sua vita quotidiana lei usa il metodo strettamente scientifico molto ma molto limitatamente. Anche quando studia i suoi manuali non pretende di dimostrare scientificamente tutto ciò che studia. Non pretende ad esempio di star lì a mettere in dubbio sistematico (a esporre a prova di falsificazione popperiana) esperimenti e informazioni che apprende sui libri di biologia. Altrimenti non le basterebbe un secolo per laurearsi. Lei cosa fa, in pratica: studia, apprende, insomma considera “verità” ciò che studia sui libri (sia pur relative, ma sono verità, altrimenti la boccerebbero: provi a dire che la legge gravitazionale lei non la studia perché potrebbe non essere vera in assoluto in quanto altre scoperte future potrebbero metterla in discussione; provi a non studiare le leggi della biologia che studia oggi in quanto domani potrebbero risultare sorpassate.).
Lei dirà: beh, non ho bisogno di cercare le prove scientifiche di quello che studio perché altri lo hanno fatto per me. Bene: vede che sta usando un altro tipo di metodo, anch’esso razionale, che non è strettamente scientifico, ma che possiamo chiamare “metodo fondato sulla certezza morale, cioè sulla certezza non scientifica (giacché non ci può essere scientifica certezza in questo campo) che coloro che scrivono libri non mi ingannano?” Non solo, questo tipo di metodo è quello che lei, io, noi esseri umani usiamo nel 99 per cento dei casi della nostra vita quotidiana e di cui abbiamo maggiormente bisogno per raggiungere altre “verità” da cui dipende la felicità o meno della nostra vita. Capisce che si può essere felici senza essere biologi, ma non lo si può essere se non si riesce a usare l’altro metodo (per cui non si riesce ad essere mai certi che questo è bene, quest’altro è male, che questo è mio amico, quest’altro no, che di questo tale mi posso fidare e di quest’altro no eccetera)? Allora, le verità sulla vita umana non vengono dalle opinioni (mia madre è mia madre, quella ragazza è mia amica, la lavagna è la lavagna, anche se 100 a 1 i miei compagni di corso negassero l’evidenza di mia madre, della mia amica e della lavagna); non vengono dalla scienza (che ci dà verità di tipo scientifico, me lo insegna lei che l’energia nucleare può essere usata per salvare l’uomo o per annientarlo, e così la provetta, non si fabbricano persone in laboratorio solo perché si ha il potere scientifico di farlo): le verità sulla vita umana vengono dall’applicazione di quel metodo che prima le ho approssimativamente descritto come “metodo della certezza morale” fondato sull’esperienza (termine che riassume anche la ragione, giacché non ci sarebbe esperienza senza il giudizio, l’atto del giudicare, che è peculiare della ragione).
Ora, c’è un’esperienza primordiale che tutti gli esseri umani fanno, dal Congo alla Cina, che siano vissuti ieri o che vivranno domani, e l’esperienza primordiale, quella che si comincia a scoprire a una certa età (fino a una certa età è vero che sembra che siamo scimmie, solo con meno pelo) è quella che ci ha messo dentro la natura: chiamiamola come vogliamo ma non si può negare che uno porta dentro di sé un’urgenza di realizzazione, di felicità, di bellezza, di giustizia, di significato del vivere, che sono comuni a tutti gli esseri umani e per cui tutti gli esseri umani imbattendosi in cose, proposte, insomma nella concreta e quotidiana realtà della vita, dicono, anche senza aver studiato biochimica, “questo è bene, questo è male” (già, e allora come si spiega che uno dice che l’aborto è bene, l’altro che l’aborto è male? Si spiega col fatto che uno fa prevalere l’opinione, l’altro l’esperienza. Ma se prevale l’opinione non si dà più esperienza di nulla – cioè diventa perfettamente indifferente l’oggetto su cui dovrebbe esprimere la ragione; che in gioco ci sia un essere umano o qualunque altra cosa, se il centro della domanda è cosa penso io e non cos’è questa cosa che ho davanti, se prescindo dalla considerazione attenta e spassionata dell’oggetto in questione, il mio pensare diventa esclusivamente lo specchio “di quel che si pensa in giro” o che pensano altri, cioè si ricade nella prospettiva totalitaria segnalata sopra, dove l’essere umano è trattato secondo l’opinione dominante).
Non è che occorre Platone o Kant, Aristotele o Socrate per riconoscere questo fatto essenziale che è all’origine della “coscienza o certezza morale”. Anche Nietzsche, che per volere negare questa evidenza originale è diventato pazzo e che fa impazzire tutti coloro che si consegnano al suo pensiero (che è più di un pensiero, è una disposizione affettiva, è un risentimento irrazionale, è un “no” stile Capaneo dantesco, è un voltare le spalle al sole e dire: “vedete, se io volto le spalle al sole per me il sole non esiste”, non diceva proprio Nietzsche “ah, questo desiderio di certo, di vero, di reale, come lo odio!”?), anche Nietzsche è la prova che da lì, da quella evidenza-esperienza primordiale che sta dentro la coscienza umana, non si può scappare se non a patto di scappare con uno strappo, cioè facendo violenza innanzitutto a se stessi. Su queste cose sono disposto a discutere ovunque, con lei, i suoi compagni, la sua professoressa e con qualsiasi padreterno. Molti cari saluti, e auguri per i suoi studi.
Luigi Amicone
e-mail spedita dalla redazione
lunedì 31 ottobre
Sono contento di sapere che è disposto a parlarne anche in un incontro pubblico, soprattutto perchè credo che a giorni riceverà un invito simile, e non per mia iniziativa: l’intera classe si è mobilitata. Da un incontro simile non potrà far altro che nascere qualcosa di buono.
e-mail ricevuta in redazione
sabato 5 novembre
Bene, sono contento anch’io. Grazie dell’eventuale invito.
Luigi Amicone
e-mail spedita dalla redazione
lunedì 11 novembre
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