Cinque giorni di studio per un futuro di pace

Di Bottarelli Mauro
24 Novembre 2005

n apertura della settimana di seminari su governance e politiche pubbliche organizzata dall’Aseri e dal Landau Network, il professor Vittorio Emanuele Parsi (foto) è stato molto chiaro nel descriverne lo spirito: «Noi non siamo qui per insegnare la democrazia a nessuno, siamo qui per mettere a disposizione esperienze e modelli. Io, di fronte a un detenuto politico o ad un esule, ho soltanto da imparare riguardo la democrazia». E così è stato. Durante tutte le giornate di lavoro, infatti, il dibattito è sempre prevalso sull’insegnamento puro: gli interventi, il confronto diretto, lo scambio di pareri e informazioni sono stati costanti e proficui. Ma questo non significa che i giudizi espressi non siano stati netti. Anzi. E proprio il professor Parsi ne ha dato prova nel corso della conferenza stampa iniziale, quando – incalzato dalle domande di chi gli chiedeva conto della potenziale settarietà della nuova società irachena, con ampi strati non rappresentati e la vecchia nomenklatura saddamita posta ai margini ma sempre presente – ha smontato l’assunto ricordando come anche subito dopo la fine del nazismo, 50 mila dipendenti statali – ovvero collaborazionisti de facto del regime – furono fatti rientrare nei ranghi della società civile e dell’amministrazione pubblica. In una parola, tornare ad essere cittadini tedeschi del nuovo stato democratico sorto dalle ceneri della guerra. «Chi lavorava in un ufficio, infatti, non può essere comparato a chi guidava le Ss, le sue responsabilità non sono certo le stesse». ‘Denazistizzazione’ è stata definita la cacciata dei collaborazionisti subito dopo la caduta del Reich, desaddamizzazione viene definito il processo attualmente in corso ma che sfocerà, quando i tempi saranno maturi, nel medesimo atto di riconciliazione nazionale avvenuto in Germania.
Ma per il professor Parsi, le bugie che circolano sull’Irak sono anche altre, molte altre: come ad esempio quella della presunta guerra civile che sarebbe in corso nel paese. «Pur non volendo minimizzare quanto accade quotidianamente a Baghdad e Falluja, questa della guerra civile è una colossale falsità. Se la situazione fosse realmente questa, parleremmo di migliaia di morti al giorno, non di decine. Vittime, queste ultime, di attentati perpetrati nella maggior parte dei casi da terroristi non iracheni, da stranieri penetrati nel paese dopo la guerra per destabilizzarlo. Ripeto, una guerra civile è un’altra cosa. E la nostra seppur giovane democrazia dovrebbe saperlo molto bene».
Mauro Bottarelli

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